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L’ultima impresa (segreta) della Xª MAS

Sangue e fango a Sebastopoli, l’ultimo lampo della Decima Mas. A picco l’orgoglio della flotta sovietica, ma fu fatto passare per un incidente. A fine guerra, l’Italia dovette cedere all’Urss la corazzata Giulio Cesare. Dieci anni dopo, la nave affondò nel porto russo. Un libro svela: fu la vendetta di un manipolo di reduci, non un incidente.

di Giorgio Gandola

tratto da La Verità di sabato 30 settembre 2017

Mosca ha sempre sostenuto la tesi dell’incidente: «Una vecchia mina tedesca». Ma la notte del 29 ottobre 1955, ormeggiata nell’impenetrabile porto di Sebastopoli, la corazzata Novorossiysk colò a picco – con seicentoquattro marinai – per un sabotaggio. Prima era una nave italiana, la Giulio Cesare, orgoglio della Regia Marina che il nostro Paese dovette cedere all’Urss quale pegno nei trattati di pace. Gli «uomini rana», gli incursori della Xª Mas, anche a conflitto chiuso non potevano tollerare quel sopruso, e agirono. In America sarebbe un film da Oscar, da noi è una storia dimenticata.

S’intuisce una prua nelle brume della sera all’ingresso del porto di Sebastopoli. È quella della più moderna e possente corazzata della flotta sovietica che rientra dopo un’altra giornata di addestramento.

Maestosa e lenta, come se dovesse impressionare un aereo-spia occidentale, la Novorossiysk cerca la banchina dove andare ad addormentarsi in sicurezza nell’inaccessibile rada con insenature naturali profonde fino a otto chilometri. Sono le sei di sera, dalla capitaneria di porto il viceammiraglio Viktor Parchomenko riceve l’ordine di ormeggiarsi non alla consueta boa 12, ma alla 3. Un dettaglio.

In quell’autunno del 1955 il Mar Nero è già gelido, sulla costa della Crimea cominciano ad arrivare le folate dei venti siberiani e i seicentocinquantadue marinai della formidabile macchina d’acciaio sono stanchi. Per mesi hanno testato duramente le novità tecnologiche della nave, condotta otto volte nei cantieri per lavori di ammodernamento. I radar sono Volley-M, i vecchi motori sono stati sostituiti con due turbine uscite dalle fabbriche di Kharkov che sviluppano una invidiabile velocità di 29 nodi, i sistemi di puntamento dei cannoni da 320 millimetri sono elettrici e non più idraulici. Il capitano Marchenko dirà: «Tutta la nostra flotta non aveva una nave con simile calibro nei cannoni principali. Perfino il Sevastopol, che per noi era un vanto, aveva i 305». Un gioiello, una Bismarck battente bandiera rossa pronta a dire la sua nella Guerra Fredda.

Eppure la prima vita di questa corazzata che sta sfilando verso la boa 3 osservata con orgoglio da tutti i portuali è stata italiana. Era la Giulio Cesare, fiore all’occhiello della Regia Marina sconfitta, protagonista nella Seconda Guerra Mondiale della battaglia di Punta Stilo e della prima battaglia della Sirte, al comando dell’ammiraglio Inigo Campioni. Nel settembre 1943, quando ricevette l’ordine badogliano di consegnarsi agli inglesi nel porto di Malta, parte dell’equipaggio tentò invano un ammutinamento per autoaffondarla e non farla cadere nelle mani del nemico. Nel 1949 la Giulio Cesare era stata ceduta ai sovietici come risarcimento di guerra. E adesso è qui, nella tana sul Mar Nero, con una livrea nuova e un padrone nuovo, pronta per un nemico nuovo. Anzi vecchio.

Tutti dormono, quando all’1,31 minuti e 29 secondi un’esplosione devastante apre un’enorme ferita nello scafo all’altezza della quarantaduesima paratia. Il botto è così forte che i principali sismografi della Crimea registrano una scossa, gli esperti parlano di 1.200 chili di tritolo. La Novorossiysk comincia ad affondare. Viktor Saltykov, artigliere antiaereo sopravvissuto alla tragedia, ha venti anni. Spiegherà con la voce rotta dall’emozione mezzo secolo più tardi: «Quella notte dormivo nella mia cuccetta a 100 metri di distanza dal punto dell’esplosione. Sono stato sbalzato, assieme ai miei compagni, giù dalla branda sospesa che oscillava da un lato all’altro della cabina. Quando siamo scesi dalle cuccette, la nave era talmente inclinata che quasi non riuscivamo a stare in piedi».

Alle 4,15 la grande corazzata ferita a morte si capovolge e scompare nel fondale di fango e melma che non offre alcuna resistenza al suo peso. Porta con sé seicentoquattro marinai sovietici. Porta con sé per cinquant’anni anche bugie nella ricostruzione dei fatti e il silenzio della Marina militare di Mosca per un affronto mai metabolizzato nel porto più inaccessibile dell’impero. La versione ufficiale attribuisce l’affondamento a una mina tedesca dimenticata lì per anni, quando a detta degli esperti l’innesco di quegli ordigni resiste all’acqua e alla salsedine al massimo per nove anni. Ma è un epilogo comodo, va bene a tutti o quasi.

Non a Viktor Saltykov che racconta: «I sommozzatori notarono che nel bordo frastagliato dello squarcio e intorno ad esso non vi era nessuna traccia di mina tedesca. Qualcuno ha fatto sparire quella relazione. Nessuno di noi ha mai creduto alla versione di Mosca. Sia i marinai che il comando del Novorossiysk erano convinti che potesse trattarsi di un atto di sabotaggio». C’è un piccolo, stupendo libro pubblicato nel 2014 che spiega tutto in maniera convincente. S’intitola Il mistero della corazzata russa. Fuoco, fango e sangue (Luigi Pellegrini editore). Lo ha scritto un ricercatore di prim’ordine, Luca Ribustini. La notte non casuale del 28 ottobre 1955 (trentatreesimo anniversario della marcia su Roma) nel porto di Sebastopoli andò in scena l’ultima impresa militare della Decima Mas.

L’ipotesi è suggestiva, il libro le dà forza con approfondimenti, documenti della Marina Militare e del ministero dell’Interno, carteggi declassificati della Cia. La ricostruzione è minuziosa, del tutto ignorata dalla grande stampa generalista, quasi che si trattasse di materiale infiammabile. Al centro del lavoro di Ribustini c’è in particolare un’intervista del 2013 a Ugo D’Esposito, ex incursore del gruppo Gamma della Decima flottiglia Mas, esperto in codici cifrati, agente dei servizi segreti italiani e tedeschi, in ottimi rapporti con Junio Valerio Borghese e amico fraterno del comandante degli incursori del gruppo Gamma, Eugenio Wolk.

Alla domanda sull’affondamento della corazzata Giulio Cesare nel porto di Sebastopoli il vecchio incursore risponde così: «Siamo stati noi della Decima Mas. Non volevamo che questa nave andasse ai sovietici e quindi facemmo tutto il possibile per affondarla. Nel nostro ambiente lo sapevano tutti, era una voce che circolava, anche se riservatissima. Io ho partecipato all’affondamento di un’altra nave, ma non del Novorossiysk. Wolk invece stava sempre in mezzo, in ogni occasione era sempre presente, non si estraniava mai. Junio Valerio Borghese era al corrente dell’operazione, era il nostro comandante e sapeva esattamente cosa volevamo fare e come la pensavamo su questa storia della corazzata Giulio Cesare. I sabotatori erano cinque, non di più». Secondo lo storico russo Nikolaj Cherkashin, autore del libro Requiem per una corazzata, gli operativi della missione sarebbero stati dei veterani del Secondo Conflitto Mondiale come Gino Birindelli, Elios Toschi, Luigi Ferraro comandati da Eugenio Wolk. Coordinatore il principe Borghese in persona.

Ribustini spiega nel suo libro che, una volta pubblicata l’intervista, la notizia si diffonde e sulla stampa russa e ucraina si scatena il finimondo. «Il ricordo di quelle seicento giovani vite spezzate tiene banco sui media e nei canali televisivi di Stato per alcuni mesi. Naturalmente non mancano gli inevitabili tentativi di screditare la testimonianza di D’Esposito che, seppure da prendere con le dovute cautele, merita la massima attenzione perché inserita in un contesto dove troveranno conferma diverse sue affermazioni».

Eugenio Wolk, comandante degli Uomini Gamma

I commando italiani che durante la Seconda Guerra Mondiale (nella baia di Algeciras, a Suda, soprattutto ad Alessandria d’Egitto con l’affondamento delle corazzate Valiant e Queen Elizabeth) si erano guadagnati il rispetto dei nemici per la preparazione, la perizia e il coraggio, alla fine del conflitto avevano smobilitato solo in apparenza. Quelle operazioni che avevano mandato fuori di testa gli inglesi nel Mediterraneo erano in fotocopia: piccola nave o sommergibile come appoggio; sommozzatori in azione con pinne, maschera e autorespiratore Pirelli; cariche poste sotto le chiglie in posizioni strategiche; fuga o morte. Nell’immediato dopoguerra gli uomini del gruppo Gamma erano richiestissimi come istruttori e furono ingaggiati dalle Marine di mezzo mondo (Israele, India, Argentina, Stati Uniti, Spagna, Algeria, Marocco). Ingaggiati, ma non dispersi. E il libro racconta come furono riconvocati, addestrati e inviati in borghese su un mercantile – il piroscafo Acilia che partendo da Brindisi trasportava grano, arance e rottami di ferro – a Sebastopoli, nella base inespugnabile della flotta comunista.

Uomini senza mezze misure e con l’avvenire dietro le spalle come I quattro dell’oca selvaggia, come Quella sporca dozzina. Uomini con la schiena dritta e un fegato grande così. Uomini da frontiera della vita motivati da un collante ideale: non far sventolare la bandiera sovietica sulla loro corazzata. Se la vicenda fosse americana o inglese o francese avrebbe già in archivio una mezza dozzina di film che la raccontano. Da noi non è possibile perché i mille imbarazzi di una storia all’italiana qualche volta mistificata, spesso tirata per la giacchetta e mai condivisa impediscono di trovare un punto di equilibrio. Meglio dimenticare o lasciare che la nebbia confonda l’orizzonte.

La corazzata, costruita nei cantieri navali Ansaldo di Sestri Ponente nel 1914, fu completamente rifatta nel 1937 per adeguarla alle nuove esigenze del mare. Fu allungata di 10 metri, con una nuova prua sovrapposta alla vecchia. Il punto più debole era proprio lì, dove il vecchio incontrava il nuovo, all’altezza della quarantaduesima paratia. E solo chi la conosceva bene poteva saperlo. Proprio lì, la carica degli uomini rana fece esplodere un secondo ordigno, più potente, piazzato in una saldatura segreta nella pancia della nave all’insaputa delle autorità italiane prima o durante il trasferimento.

Rimane una domanda: chi furono i mandanti? Nel 1933 gli americani, pur considerando più pericolosa la flotta sottomarina, temevano che i sovietici armassero i potenti cannoni da 320 con munizioni nucleari a corto raggio e si spingessero nel Mediterraneo. «Un motivo in più per neutralizzare la nave, facendo fare il lavoro sporco a chi aveva buone ragioni per farlo», scrive Luca Ribustini. «La Decima Mas aveva tutti i requisiti necessari, già collaborava con la Cia e in più conosceva benissimo i fondali del Mar Nero, avendo avuto una base operativa fra il 1942 e il 1943 proprio in Crimea».

Ogni anno nelle acque già fredde di fine ottobre, attorno alla boa 3 giovani marinai lanciano corone di fiori bianchi. L’artigliere antiaereo Viktor Saltykov, che oggi ha ottantadue anni, ha diritto all’ultima parola: «Non penso che i sabotatori italiani volessero uccidere tanti ragazzi, non ha senso. Il loro obiettivo era un altro. A Ugo D’Esposito voglio dire di vivere ancora e di stare bene. Di essere in buona salute e che Dio gli dia ancora forza. Che lui continui a raccontare come andarono veramente le cose. Se avete bisogno, chiamate finché siamo vivi». I suoi seicentoquattro compagni non lo sono più. Il 19 giugno del 2014 il nocchiere scelto Ugo D’Esposito della Decima Mas li ha raggiunti. Ora sono tutti insieme nella tomba d’acciaio dalla grande prua, la Giulio Cesare, per sempre.