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Vento Divino

Nel 1281 una potente armata mongola organizzata da Kubilai Kan tentò di invadere le isole del Giappone, ma l’armata mongola fu distrutta e dispersa da un terribile tifone al largo delle coste giapponesi. Il popolo del Sol Levante considerò questo evento una manifestazione della protezione celeste, e la salvezza dell’impero venne attribuita al Kamikaze (Vento Divino). Quando, nell’autunno del 1944, le sorti della Seconda Guerra Mondiale nel Pacifico apparivano oramai segnate a favore degli Stati Uniti e la disfatta dell’Impero Nipponico risultava inevitabile, venne costituito nell’aviazione giapponese un Corpo Speciale di Attacco finalizzato a condurre azioni suicide contro le navi del nemico, e questo corpo riprese l’antico nome di quel Segno del Cielo che già una volta era intervenuto a difesa della patria.
Questa pagina vergata dal tenente colonnello Tadasci Nakajima, istruttore dei piloti destinati a compiere quelle missioni fatali, mostra uno spaccato della composta e serena “normalità” che precedeva quelle azioni di guerra senza ritorno, presupponendo nei suoi protagonisti una fede disindividualizzante e un radicamento spirituale superiore, che nulla hanno a che vedere con le grottesche parodie contemporanee, con cui viene sparso sangue innocente nelle metropoli europee e nelle aree mediorientali (fingendo inesistenti motivazioni religiose), a cui illegittimamente si è voluto attribuire il medesimo appellativo: non per elevare queste, cosa impossibile, ma per profanare ed abbassare quelle!

(www.heliodromos.it) – 10/10/2017 – A Kanoya, lungo un fiume, a sud degli alloggi dei piloti, esisteva una grande distesa di campi che non facevano propriamente parte della base, ma che erano ugualmente considerati come contenuti entro i limiti dell’aeroporto, tanto che i piloti potevano anche recarvisi e passeggiare senza bisogno di uno speciale permesso. Il fiume, della larghezza di circa cinque metri, scorreva con tutto comodo tra boschetti di bambù e campi di grano; le sue rive erano cosparse di cespugli di rose bianche selvatiche, che davano gioia a chi le guardava.

Un pilota kamikaze, mentre si godeva il piacere di una passeggiata per quei campi, si era fermato a osservare il lavoro della raccolta del grano, che si faceva nei pressi. Aveva anche notato che la fatica gravava interamente sulle spalle di ragazzi, di vecchi e di donne. Era allora tornato di corsa agli alloggi e mi aveva chiesto l’autorizzazione di dare il proprio aiuto al lavoro di mietitura; non vedendo alcun male in quell’idea e pensando che sarebbe invece stata un’utile diversione, acconsentii prontamente. La notizia corse dall’uno all’altro dei piloti e, prima della fine del giorno, una trentina di essi erano andati a dare aiuto nei campi. Tornarono poi al tramonto, sudati e stanchi ma contenti, rimpiangendo soltanto di non essere stati capaci di fare qualcosa di più.

Non passò molto tempo e si diffuse la voce, tra gli abitanti delle fattorie dei dintorni, dell’aiuto dato dai piloti: ben presto cominciarono allora ad arrivare regali per loro. Quei doni avrebbero dovuto essere distribuiti tramite il comando, ma pareva che la gente volesse essere del tutto sicura che andassero a finire proprio alle persone alle quali li destinavano e tutti riuscivano sempre a trovare qualche pretesto per recapitarli direttamente ai piloti kamikaze. L’insieme di questi omaggi assunse ben presto proporzioni sorprendenti e, per quanto mi consta, il Corpo Speciale di Attacco ricevette migliaia di uova fresche, centinaia di polli, tre porcelli e persino una vacca.

Un giorno giunse da Tokio una signora accompagnata dalla figlia, che desiderava salutare il proprio fidanzato; la sua ultima lettera le aveva informate del suo trasferimento a Kanoya ma, non avendo ricevuto altre notizie, esse si erano impressionate ed erano venute di persona a fargli una visita. Non sapevano che il ragazzo era un pilota kamikaze e che era già stato mandato in volo per la sua missione suicida, a Okinawa, qualche giorno prima.

Un intimo amico del pilota, che aveva accolto le donne al loro arrivo, non sapeva che cosa raccontare e venne a chiedermi consiglio. Sarebbe stato crudele dir loro la verità e così, dietro mio suggerimento, l’ufficiale riferì che il collega era stato trasferito da qualche giorno su una base di prima linea, in un’altra isola. Successivamente mostrò alle visitatrici la zona degli alloggi e le condusse anche a vedere la stanza che era stata occupata fino all’ultimo dal pilota. Le povere donne guardarono tutto attentamente e la ragazza andò a toccare il letto di bambù nel quale il fidanzato aveva dormito fino a così poco tempo prima.

Non chiesero altro; ma parve che avessero, istintivamente, capito quel che era successo.

Tadasci Nakajima