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Il figlio del reduce che recupera i nostri Caduti in Africa

«El Alamein»: un nome esotico che evoca sabbia, sangue e sacrificio. Si avvicina il 75° della battaglia più epica che combatté l’Esercito italiano durante la seconda guerra mondiale in Africa settentrionale (23 ottobre- 6 novembre 1942). I rapporti di forza tra italo tedeschi e alleati, comprendendo uomini, carri armati e aerei, erano di circa 1 a 5.
Per questo motivo, pur essendo stata una sconfitta italiana, la battaglia è rimasta leggendaria per le perdite inflitte al nemico e ha consacrato alla storia due divisioni: la Folgore, i cui parà, ridotti allo stremo, si ridussero a usare bottiglie Molotov contro i carri nemici e a strisciare sotto i loro ventri d’acciaio per farli esplodere con le mine, e la divisione Ariete i cui carri medi – troppo deboli in confronto ai possenti Sherman di fabbricazione americana – si fecero completamente annientare per salvare la ritirata alle fanterie italiane. La gran parte dei nostri circa 5.000 caduti fu raccolta nel dopoguerra dal tenente colonnello Paolo Caccia Dominioni di Sillavengo con un’azione paziente – e pericolosa – durata ben 14 anni e culminata con la costruzione del grande Sacrario di El Alamein. Nonostante questo, sono ancora tanti i soldati che riposano, dimenticati, sotto le sabbie dell’Egitto e della Libia.  

(www.lastampa.it) – 23/10/2017 – Daniele Moretto, un medico anestesista di Bologna, fin dal 2000, ha messo in piedi, con risorse private, l’associazione A.R.I.D.O. (Amici e ricercatori indipendenti deserto occidentale) fautrice di una grande opera di documentazione storica, ma soprattutto di pietà.

Un’avventura nata per caso  

«Ero ragazzino – spiega Moretto- e mio padre, il caporal maggiore Giulio Moretto, mi raccontava di imprese al limite del verosimile compiute quando, giovane carrista dell’Ariete, solcava la Cirenaica e la Marmarica a bordo del suo M13/40. Parlava di deserto, di sete, di battaglie ed io lo ascoltavo preso come dalla lettura di un libro di Salgari. Erano gli anni sessanta e settanta e non sempre ai reduci piaceva raccontare di guerre perse, di amor di Patria, ma nel mio intimo cresceva il desiderio di solcare quei luoghi». 

Proprio dal carro di Giulio Moretto, messo fuori combattimento da un colpo nemico, venne inviato l’ultimo, drammatico messaggio radio al comando del Feldmaresciallo Rommel: «Carri armati nemici fatta irruzione a sud… Con ciò “Ariete” accerchiata. Carri “Ariete” combattono!». 

«Per caso mi capitò l’opportunità – continua Moretto – di recarmi ad El Alamein per una settimana di vacanza, ma da allora la mia vita è cambiata. Come ammaliato da una forza interiore, ho sentito il bisogno di approfondire quanto più potevo lo studio del territorio non solo dal punto di vista storico ma anche geologico, naturalistico e umano. Ogni quattro mesi, sono sceso in quelle zone, perlustrandole, osservando campioni, reperti, ascoltando storie locali, al punto di avere raccolto una ingente mole di dati di quel territorio che si estende dalla costa mediterranea fino alla famosa depressione di El Qattara e anche oltre». 

Non è semplice avventurarsi in quelle zone: il deserto è terra dei beduini, non è di libero accesso e alcuni recenti episodi sgradevoli hanno ulteriormente ristretto i permessi così che il normale turista non può più abbandonare la strada asfaltata. 

 

Fin da subito, il gruppo di ricercatori ha cominciato a incontrare cimiteri di guerra italiani abbandonati: almeno dodici, di cui una buona parte erano sfuggiti al recupero di Caccia Dominioni. Di questi camposanti improvvisati restano sono solo sassi: i beduini fanno sparire qualsiasi cosa: legno, lamiera, tutto ciò che può essere riutilizzato viene predato. I corpi dei nostri caduti venivano sepolti in rudimentali casse di legno, oppure senza nulla, con l’uniforme lacera per sudario, sotto appena mezzo metro di sabbia prima dello strato di roccia.  

Purtroppo, molti soldati non portavano al collo il piastrino di riconoscimento per scaramanzia: veniva cucito nella giubba, e quindi si perdeva facilmente. I cappellani militari, allora, mettevano in una bottiglia di vetro un foglio con i dati anagrafici e la seppellivano insieme al caduto. Così, quando si trovano cocci di bottiglia, in prossimità di una tomba, è segno che il corpo è stato già recuperato. Il gruppo di ricercatori ha trovato e identificato diversi soldati e in alcuni casi è riuscito anche a contattare le loro famiglie. Aveva anche firmato una convenzione con la facoltà di Scienze forensi dell’Università del Cairo per l’identificazione di alcuni resti.  

Tutto come allora  

Se dei soldati sono rimaste solo ossa calcinate e brandelli di uniforme, ciò che si è mantenuto in modo sorprendente sono le opere di fortificazione: trincee, rifugi sotterranei, persino le buche individuali dove i soldati passavano la gran parte del giorno, al riparo dai tiri nemici. 

In queste fosse, il caldo, le mosche e la sete (disponevano di circa mezzo litro di acqua al giorno) li tormentavano fino a sera, quando, per usare una loro espressione gergale era il momento di «fare la spesa». Uscivano di soppiatto, col favore delle tenebre e, strisciando sotto i reticolati nemici o passando in fila indiana, con estrema circospezione, nei campi minati, raggiungevano i relitti di camion e jeep nemici distrutti. Qui trovavano viveri, acqua e, talvolta, medicinali. Gli inglesi, ritirandosi, si erano trovati molto più vicini ai loro campi di rifornimento, mentre gli italiani, all’inverso, nella conquista, se ne erano allontanati. Così, i convogli delle nostre salmerie dovevano affrontare una lunga strada, peraltro sotto le frequenti incursioni dell’aeronautica nemica, per raggiungere i soldati in prima linea. 

La lettera di un soldato italiano ritrovata fra le sabbie  

 

I ricercatori hanno ritrovato diversi comandi, tra cui quello della divisione Pavia; in una trincea italiana, hanno rinvenuto la lettera di un soldato, che doveva essere indirizzata alla famiglia. Pur con settant’annni di ritardo, ARIDO ha recapito la missiva ai discendenti del caduto.  

«Molto commovente – racconta Moretto – è stato scoprire un ospedale sotterraneo rimasto intatto. Una volta, era la postazione difensiva inglese di Bab El Qattara che, conquistata dall’Asse, era stata adibita a ospedale e ribattezzata dai tedeschi come Fort Menton. Vi abbiamo trovato i fogli di ricovero, le fiale di morfina, pacchetti di garze, tutto lasciato come allora». 

Molti di questi luoghi sono però oggi irriconoscibili: il paesaggio, soprattutto nella piana di El Qattara, teatro dei combattimenti, è molto cambiato per via dei pozzi di petrolio e dei villaggi che sono stati costruiti. Per fortuna, ciò che era rimasto fino a pochi anni fa è stato scrupolosamente documentato dal gruppo ARIDO.  

Torrette di carri italiani  

 

Carcasse d’acciaio  

Per quanto i beduini abbiano, negli anni, portato in fonderia la gran parte dei corazzati che erano rimasti sul terreno, ancor oggi, sparsi nel deserto, si trovano dei relitti. E’ il caso di alcune torrette di carri M 13/40, o di una jeep inglese saltata su una mina. Per fortuna, passati settant’anni, i moltissimi ordigni ancora sotterrati nel deserto sono per la maggior parte innocui. Il governo egiziano, stando ai racconti di Moretto, per anni ha continuato a chiedere all’Italia fondi per sminare quelle aree, ma da tempo le mine erano ormai inoffensive. Non era così, invece, ai tempi di Caccia Dominioni, che perse diversi collaboratori nei campi minati.  

Bomba a mano italiana SRCM 

Meno pericolose, sono le bombe a mano SRCM italiane, lasciate dai soldati sul bordo delle trincee e anch’esse ritrovate dal gruppo oltre oltre a una mitragliatrice Mg 42 tedesca, a canne e otturatori di moschetti ’91 italiani e a tanti proietti d’artiglieria. Ma uno di questi ritrovamenti ha creato una forte polemica in Inghilterra. 

P40 E Kittyhawk della Raf ritrovato da ARIDO  

 Un caccia britannico  

«E’ stato per puro caso – spiega Moretto – che nel 2010, di ritorno da una ricerca nel sud dell’Egitto, a 40 km dall’oasi di Farafra, effettuammo una deviazione. Su un’altura che ci si parò davanti riconoscemmo una sagoma caratteristica. Ci avvicinammo e scoprimmo, intatto, un P40 E “Kittyhawk”, un aereo da caccia di fabbricazione americana ceduto alla Royal Air Force. Miracolosamente, non era stato depredato dai beduini: integri il quadro comandi, i cannoncini, il carrello ancora ripiegato sotto le ali».  

Dal numero di matricola, Moretto e i suoi sono riusciti a risalire al pilota: il sergente inglese Dennis Copping. Un curioso caso, quello di questo giovane di vent’anni; pochi giorni prima di scomparire con il suo aereo, era stato protagonista di uno scontro con caccia tedeschi (i fori sulle ali risalivano a quei combattimenti) e, successivamente, aveva ricevuto l’ordine di recarsi al Cairo per riparazioni insieme a un altro velivolo.  

A metà strada fra la capitale egiziana e Marsa Matrouh, l’aereo di Copping compie una brusca virata e sparisce alla vista. Il gregario prova a contattarlo via radio, cerca di capire perché il commilitone abbia deviato dalla rotta, ma senza venire a capo di nulla, continua il volo per Il Cairo.  

Il sergente pilota Dennis Copping a bordo del suo caccia (Foto John McLellan)

 

L’unico disertore della Raf?  

Da varie ricerche successive, pare che il sergente Copping avesse ricevuto l’ordine dal suo comandante di non fare più ritorno allo stormo dopo le riparazioni del suo aereo. Era stato cacciato, un provvedimento umiliante per un pilota. Forse per questo motivo Copping scelse di disertare, o ebbe un «colpo di testa».  

Dopo essere uscito dalla rotta ordinata, probabilmente fu sorpreso da un’avaria al motore e costretto a un atterraggio di fortuna, anche se pare strano che avesse scelto proprio quella scomoda altura, quando avrebbe potuto utilizzare la vasta piana lì intorno. Il pilota, uscito vivo dall’atterraggio, smontò la radio, fece saltare l’IFF (identification friend or foe) recise le cinture di sicurezza, montò un ricovero con la seta del paracadute nei pressi dell’aereo e forse vi soggiornò per almeno un giorno. A un certo punto, si mise in cammino. 

Il gruppo di Moretto, prevedendo che il pilota, logicamente, si sarebbe diretto verso l’oasi, a 40 km di distanza, prova a seguirne le tracce. Incredibilmente, dopo 12 km, il gruppo trova un bottone metallico inglese, poi la targhetta di un’attrezzatura della Raf. Il gruppo prosegue, ha quasi perso le speranza quando, da uno sguardo col binocolo, un ricercatore del gruppo vede sventolare, in lontananza, qualcosa di bianco. Si avvicinano e, in un anfratto a circa 500 mt, trovano delle ossa e un pezzo di stoffa. Il medico non tarda ad identificare i resti come sicuramente umani: qualche costola, tre quattro vertebre. Il tessuto è seta bianca striata di rosso: un paracadute. E’ Copping. 

Il ritrovamento viene segnalato subito alle autorità britanniche che provvedono a far sparire immediatamente sia i resti del pilota che l’aereo. «Non se ne è saputo più nulla – continua Daniele Moretto – ma in Inghilterra ci sono state numerose polemiche sul caso: la gente voleva sapere la sorte dell’unico probabile disertore inglese della Raf, ma il governo non ha fornito risposte, in evidente imbarazzo». 

Jeep inglese saltata su una mina

Oggi purtroppo l’attività di Daniele Moretto e della sua associazione si è dovuta interrompere a causa degli sconvolgimenti politici verificatisi in Egitto. Fra l’altro, nel deserto circolano i Suv dell’Isis che vengono bersagliati dall’esercito egiziano ed è quindi estremamente pericoloso per i veicoli civili circolare fuori dai percorsi canonici. Si spera che non appena le condizioni politiche lo consentiranno, l’attività di ARIDO possa riprendere. Tuttavia, l’opera di documentazione, per adesso, continua in Patria. 

Il Sacrario italiano di El Alamein  

«Se qualcuno desidera informazioni su parenti caduti o dispersi in Africa – si appella Moretto – ci scriva pure dal sito www.qattara.it. Il nostro archivio è molto ampio e ben ordinato. Così, sono anche gradite copie di lettere, diari o fotografie, tutto ciò che riguarda la guerra d’Africa viene da noi catalogato e conservato per mantenere la memoria dei nostri padri e nonni. Oggetti e cimeli che riceviamo vengono da noi donati ai musei. Il nostro lavoro è gratuito, non accettiamo donazioni in danaro». 

Quello che sta a cuore ad ARIDO è che presto si normalizzino i rapporti fra l’Italia e l’Egitto per riprendere il censimento e la raccolta dei nostri soldati che ancora aspettano degna sepoltura. Un buon segnale di distensione da parte egiziana potrebbe essere, spiega Moretto, quello di donare all’Italia il Sacrario di El Alamein (che per ora è solo concesso in comodato d’uso al nostro paese). La donazione era già stata stabilita da Mubarak, ma poi, con la rivolta di Piazza Taḥrīr e le dimissioni del presidente egiziano, non se ne fece più nulla.