Perché la Comunità

In vista della conferenza di sabato 4 novembre, “Essere Comunità“, che vedrà ospite da Raido Marco Scatarzi, autore dell’omonimo libro, (da noi intervistato qui) riproponiamo un sempre attuale articolo della rivista Heliodromos che fa chiarezza su cosa sia una Comunità Militante: non una comitiva di amici che condividono un’opinione politica, ma un’unità operante gerarchicamente ordinata e orientata allo stesso ‘terzo elemento’, i principi della Tradizione: “…il luogo necessario dove gli affini convergono per curare la propria identità, custodirla, radicarla e approfondirla”.

Tratto da Heliodromos numero 14, maggio – giugno – luglio 1981

È merito dell’ambiente tradizionale aver posto (e imposto) all’attenzione di tutto il pigro e distratto mondo che più o meno precisamente si rifà alla destra l’idea di COMUNITÀ.
Da ciò sono scaturite alcune iniziative che riteniamo tra le più valide degli ultimi decenni (fra queste i vari campi Hobbit e simili), nonché un approfondimento culturale, che ha coinvolto i gruppi più seri, che si muovono in seno e ai margini dell’ambiente di destra.

In vero, la riscoperta della comunità era sorta col fenomeno della contestazione giovanile del sessantotto che, nonostante sia approdata a forme univoche di strumentalizzazione politica, inizialmente racchiudeva alcune potenzialità positive. Aggiungiamo che non sarebbe potuto essere altrimenti se ben si considerano i vizi di base che hanno tarpato le ali alle vocazioni di moltissimi giovani che vissero integralmente (e quindi coerentemente) quel momento di gloria. Alla base del loro fallimento stava la mancanza di un modello autentico e positivo di comunità e la sostanza umana necessaria per un simile progetto.

Dove quest’ordine di idee avrebbe potuto procedere diversamente era, invece, nella Destra se nel suo interno e vertice non avessero per decenni albergato le eredità dottrinarie più equivoche e problematiche da un punto di vista correttamente tradizionale.
Di contro, quegli ambienti, che, nonostante tutto si dichiaravano tradizionali, non hanno mai avuto la forza (e la fantasia) di uscire dall’ambito dell’erudizione libresca e pedante dei primi della classe e, di conseguenza, non hanno mai tentato di tradurre in realtà quelle idee su cui tanto bravamente andavano e vanno diuturnamente chiosando.

I sorrisi di sufficienza, che allargano i visi di costoro quando parliamo di COSTRUIRE nella realtà, le loro pragmatistiche considerazioni sull’impossibilità di tali realizzazioni, assomigliano tanto alle argomentazioni del borghese “che tiene famiglia” e che autogiustifica i suoi cedimenti interiori con scuse banali ma ricercatissime nelle proposizioni. Ma non è un caso che fra le nostre parole d’ordine più proprie vi sia questa: NON PERDIAMO IL GUSTO DELLA VITA: VOGLIAMO L’IMPOSSIBILE.Sia chiaro che noi non siamo gli esteti del gesto e della parola, che vogliono costruire l’Heliopolis dell’utopia. Il nostro metodo è quello paziente dei costruttori, che prima gettano le basi dell’edificio e poi innalzano le mura e consideriamo l’entusiasmo una brutta bestia sentimentalistica. Se vogliamo costruire è su realtà concrete che baseremo il nostro operato non sugli slanci di momentanei entusiasmi tanto romantici quanto sterili e pregiudizievoli.

L’analisi del momento ciclico, le condizioni generali del mondo moderno ci convincono che questa è la tanto preconizzata epoca DELLE NEGAZIONI ASSOLUTE E DELLE AFFERMAZIONI SOVRANE. È dunque venuto il momento che tutti noi che intendiamo costruire un FRONTE DELLO SPIRITO ci si guardi attorno ed internamente per operare quelle scelte che ci permettono di forzare le porta della nostra prigione. Quanti hanno avuto sinora la costanza di seguirci avranno certo compreso la nostra linea di azione interna ed esterna. E in questa linea profondamente meditata un posto fondamentale è occupato dalla COMUNITÀ, ovvero la sua creazione. Tutti gli organismi, tutte le forze che hanno lottato per “raddrizzare l’asse” in questo scorcio di ciclo hanno sentito l’esigenza della comunità non solo in termini ideali, ma anche come realtà concreta e visibile.

A partire dagli Ordini Cavallereschi medioevali cristiani e islamici (in special modo i Cavalieri del Tempio e i Cavalieri Teutonici) per finire alla Guardia di Ferro e all’ordine delle SS. Soprattutto quest’ultimi ebbero la possibilità di sperimentare la comunità nei suoi molteplici aspetti e il loro modo di procedere è senz’altro un modello cui riferirsi ovviamente considerando le differenze e le conseguenti difficoltà che il diverso momento politico-temporale comporta. È noto che le SS avevano, in seno alla stessa Germania nazionalsocialista, delle isole-comunità che, situate in una cornice naturale opportuna, erano abitate dalle élites che vivevano integralmente quelle idee che il mondo esterno, per quanto allora potesse essere predisposto, non poteva pienamente comprendere per sua stessa natura.

È chiaro che ora il problema si pone in termini completamente diversi; l’élite non si è ancora formata ed il mondo esterno è ottuso, indifferente, ostile. Ma proprio perché l’attuale fase ciclica è difficile, problematica ed impossibile, la COMUNITÀ ci è provocazione, banco di prova, che da buoni guerrieri non possiamo non raccogliere.
LA COMUNITÀ PUÒ ESSERE LA MISURA DEL NOSTRO GRADO DI QUALIFICAZIONE.

Noi vediamo la comunità come una delle tappe fondamentali di un’opera, che procede TOTALMENTE alla ricostruzione di un mondo; essa è “…il luogo necessario dove gli affini convergono per curare la propria identità, custodirla, radicarla e approfondirla”.
Oggi la società imperversa e uccide sul nascere ogni potenzialità positiva. La società, questo freddo mostro mossa dalle leggi pietrificanti del materialismo, non ci appartiene e se le necessità tattiche ci costringono a subirla ciò non deve impedirci di vivere nel nostro tempo, in uno spazio nostro, i nostri ideali.

Una comunità che sia la prima cellula del nostro Stato retto dai princìpi eterni della Tradizione: amore, onore, giustizia e gerarchia.
Una comunità in cui il rifiuto del consumismo sia possibile integralmente.
Una comunità che rifiuta il lavoro moderno per valorizzare l’artigianato, l’agricoltura, l’allevamento nel pieno rispetto della natura e delle sue leggi.
Una comunità in cui la vita ritorni ad essere rito.
Nella attuale fase ciclica, difficile e problematica, impossibile, la comunità è una provocazione che non possiamo non raccogliere. Essa è un banco di prova, una misura del nostro grado di qualificazione.
Ora, precisando i termini, la Tradizione abbisogna di un Ordine, di una Comunità, di un Movimento.
In questa logica la comunità può essere il banco di prova e la misura di un Ordine e di un Movimento in via formazione.

La Comunità, la nostra Comunità, deve essere:
1) Punto di riferimento concreto, tangibile e visibile di una realtà umana (una nazione) per coloro che agiscono all’esterno.
2) Una Verifica Operativa dei presupposti dottrinari, cioè sperimentazione individuale e collettiva. Campo di lavoro culturale e sociale.
3) Ricreazione e Raccoglimento interiore per il tipo umano che ha superato gli aspetti più grossolani del mondo moderno con la lotta: Ricreazione perché la Comunità è la vera “donna del guerriero”; Raccoglimento come necessità di rivedersi e di analizzare serenamente la propria azione.

È tutto ciò utopia o farneticazione? Forse! Allora anche la Tradizione è utopia e farneticazione.
Il momento della scelta è giunto: affermazioni Sovrane, Negazioni assolute!
A questo compito tutti siamo chiamati a collaborare e contribuire con tutte le nostre capacità e possibilità.
Dobbiamo costruire la prima cellula di un grande Organismo.
Solo questo conta. Il resto sono scuse.

Per approfondire: La comunità militante