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Halloween non è la mia festa!

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Se democrazia e individualismo, gender e immigrazione, sono gli aspetti più visibili della modernità, è bene che chi aspira a combattere sul Fronte dello Spirito prenda coscienza degli aspetti meno concreti e politici, più “sottili”, della sovversione dell’Ordine Tradizionale che il mondo moderno ha operato. 
Uno di questi, è il rovesciamento della concezione tradizionale della Festa, Tempo Sacro, che liberava la comunità dalle “tensioni” accumulate e che concretizzava la visione ciclica della storia attraverso il rito, che attualizzava un eterno presente.
Halloween è nient’altro che un “esorcismo al contrario”. Anzichè liberare dalle influenze negative, come in origine era la festa celtica di Samhin, apre le porte verso il basso.

(www.gianlucamarletta.it)- 31/10/2017 – di Luca De Netto

 Chissà cosa potrebbero pensare tutte quelle mamme alla moda che vestono i propri ignari pargoli da streghe o da scheletri, o quegli imbecilli (nel senso etimologico di in-belli, non adatti per la guerra, culturale s’intende) che la sera del 31 di ottobre si imbacuccano per partecipare a commerciali ed americanizzati party di Halloween, se sapessero di essere da un lato strumenti  e dall’altro testimoni di qualcos’altro. Ma diciamoci la verità: è difficile che qualcuno si vada a porre un problema del genere, nonostante da diverso tempo la Chiesa Cattolica abbia lanciato una sorta di allarme sulla celebre festa americana.[1]

Non vogliamo assolutamente entrare in un ambito, quello teologico e quello della cura della salus animarum, che non possiamo affrontare perché di altrui competenza, e che dunque non possiamo definire se sia giusto o meno. Si può invece provare a dare una lettura del fenomeno da un punto di vista che si potrebbe definire, con le dovute cautele, di natura antropologica. Pensiamo dunque a questi locali agghindati, alle zucche,  alle candele, ai travestimenti: insomma, un vero e proprio mix di mondanità importata da oltreoceano. Ma possibile che un qualcosa di così apparentemente estraneo abbia prese piede con tale facilità anche tra i giovani della vecchia Europa?

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Ora, dando per scontate e conosciute le origini celtiche della festa di Samhin, la notte di passaggio tra estate ed inverno, in cui il velo spazio-temporale che separava il mondo dei vivi da quello dei morti poteva essere oltrepassato,[2] è interessante porre l’accento proprio sulla festa, ossia sull’aspetto più lontano dalle radici religiose. Nella festa in genere, e questa non fa eccezione, il vivere consueto si sospende: la rigenerazione degli uomini passa attraverso la rottura di una concezione lineare del tempo per riprenderne una ciclica, dove è necessario riproporre, in forme rituali, il caos primordiale, fattore indispensabile per una rinascita. Per Franco Cardini la festa “è un esorcismo di proporzioni comunitarie contro le forze della distruzione. La festa è una terapia di gruppo, una forma di vaccinazione a livello psicosociologico: inocula nella comunità festeggiante il virus della distruzione nella quantità necessaria e sufficiente a provocare una reazione immunizzante”.[3] 

Il tempo festivo, d’altronde, è un tempo che si oppone, nell’uso e nelle forme, a quello usuale, normale. Pensiamo all’abitudine dei lunghi pranzi e delle numerose pietanze, vere e proprie rotture con l’ordine alimentare ordinario, al capovolgimento delle gerarchie con il contemporaneo protagonismo di coloro che di solito sono meno importanti, ai costumi, al travestimento, alla musica.[4] Durante la festa sono consentiti comportamenti di norma vietati o considerati inadeguati: è il trionfo del vino, dello scherzo, del rumore ed in genere di cerimonie collettive caratterizzate da comportamenti improntati all’eccesso e alla sfrenatezza. Chiarissimo sul punto Mircea Eliade: « …il senso nascosto dell’orgia rituale – intesa come comportamento di rottura, e non nella (sola) accezione mediatica attinente alla sfera sessuale –  era questo: la fusione di tutte le cose, la soppressione di tutti i limiti, la sospensione di ogni «forma», di ogni distanza e discriminazione»[5]

Dunque la festa “libera” la società dall’accumulo di tensione, essa cioè funge proprio da grande esorcismo comunitario che, attraverso i riti, cioè quei comportamenti canonizzati e ripetuti nel tempo secondo una tipica formalità, viene praticato a livello quasi inconsapevole. Attraverso il rito, però, in realtà si manifesta proprio quel Sacro – che apparentemente risulta essere totalmente profano – che stava alla base, alle origini della festa: esso dunque, nonostante sia stato cacciato dal suo ruolo che, per secoli ed in tutte le civiltà, è stato pubblico e confinato in angusti angoli strettamente privati, ritorna visibile e percepibile.[6] Più esattamente, attraverso i riti l’uomo oltrepassa il confine situato fra la comune durata temporale: instaura quello che si chiama il Tempo Sacro e che è sacro in quanto mitico e primordiale e che attraverso la ritualizzazione diviene un eterno presente.[7] Questo discorso, valido per ogni festa, è particolarmente evidente in Halloween caratterizzata da un aspetto ludico (tutto diviene una sorta di gioco), dal protagonismo di categorie che di solito non sono ai livelli gerarchici del sociale (i bambini), dall’atmosfera di festa, dal cambio di abitudini alimentari (i dolci), dal permettere ciò che di norma non viene permesso (lo scherzo), dalla costruzione di immagini diverse dal proprio io e che richiamano aspetti primordiali (la maschera). Ed è presente, altresì, tutto il rituale dell’esorcismo collettivo, con tanto di simboli e formule: le zucche, le candele, lo spostarsi casa per casa ripetendo in continuazione “dolcetto o scherzetto?”.

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Detto questo, avendo cioè cercato di fare un discorso asettico, razionale e generale, ora possiamo chiederci perché alcune associazioni cattoliche si scaglino con tanta forza contro questa usanza americana e non con altre, purtroppo a volte senza argomentare la cosa (anche per timore delle reazioni altrui). Lo fanno per ragioni storiche, come pensano alcuni, ossia per eliminare gli ultimi residui di cripto-paganesimo che in Halloween sarebbero presenti? Lo fanno per ragioni identitarie, cercando di difendere l’Europa cattolica e cristiana da un modello estraneo alla sua cultura? O lo fanno per ragioni prettamente teologiche, avendo ben presente i concetti della dottrina?

Forse una risposta semplice prevede in realtà una sintesi di tutto ciò; una risposta complessa, invece, passa attraverso un’analisi più approfondita. Innanzitutto occorre almeno sgombrare il campo da una questione: la storiella che la chiesa avrebbe distrutto le antiche religioni pagane imponendo la cancellazione di riti a vantaggio del cristianesimo, se dal punto di vista del risultato può essere vera, pecca però di semplicismo e di incongruenza. Infatti, proprio il cristianesimo è stato nei fatti canonizzato su feste, rituali e credenze pre-cristiane (la stessa nascita e messa a morte del Cristo, in quanto Sol Iustitiae, sono una vera e propria teofania solare)[8], e questo prima ancora che una grande mente illuminata come il Cardinale teologo Nicola Cusano elaborasse, in seno al cattolicesimo, il concetto di philosophia perennis, secondo cui la sapienza divina ha disseminato frammenti di verità in ogni credo religioso.[9] 

Dunque, se la saggezza della chiesa ha previsto un adattamento persino per la Settimana Santa e per il Natale, certamente i momenti più importanti dell’intero anno liturgico, perché per Halloween è diverso? Perché non accettarne il substrato storico, ossia l’antica festa pagana di Samahin, che diviene per i cristiani la celebrazione dei Santi e il ricordo dei defunti? La risposta è semplice e deriva, come spesso accade per il cattolicesimo, da un saggio pragmatismo: profondamente “illuminata e progredita” grazie allo scientismo e al razionalismo più esasperato, oggi la gente, che non sempre crede in Dio, è di gran lunga più restia a credere nell’esistenza di forze demoniache (che però sono alla base di una perfetta professione di fede). In un certo senso, è come se tutto ciò che concerne il male, Satana, i demoni, sia stato rimosso (un po’ come è avvenuto con l’idea della morte) o considerato pura fantasia per intimorire i bambini. Dunque, non credendo all’esistenza di entità maligne, figuriamoci quale peso si possono dare a riti e simboli di cui si ignora completamente il potenziale esorcizzante, anche perché chi vuoi che dia retta a queste cose da film dell’orrore chiamate esorcismi? 

Ma ponendo pure il caso che ci siano coloro che ci credano – e si tenga presente che per la chiesa ogni battezzato ha in sé il potere di praticare un esorcismo – , resterebbe l’obiezione relativa al fatto che se il discorso è generale, allora anche le altre feste dovrebbero avere rituali esorcizzanti, e dunque Halloween non farebbe eccezione. Infatti ciò è esatto: si pensi a titolo di esempio alla pizzica salentina, vera e propria “magia” rituale attuata con l’ausilio della musica, con un’evidentissima alterazione del ritmo (che è, come dice Marius Schneider, un’articolazione qualitativa e non quantitativa del tempo e dello spazio)[10], con tanto di invocazione ai Santi per “esorcizzare” la tarantata, e che una certa lettura sociologica marxista ha dipinto come una specie di manifestazione di proto-femminismo, di lotta contadina, o di ignoranza sociale.[11] In realtà la pizzica non fa eccezione rispetto ad altri rituali che, in ogni parte del mondo e sotto l’influsso di diverse culture, sono mezzi per raggiungere lo stato di trance; esso si presenta sempre come un superamento di se stessi, un’esaltazione, a volte anche autolesionistica, un tentativo di proiettarsi in un altro mondo (nel caso per esempio dello sciamanismo) o di diventare un altro rispetto a sé (nel caso della possessione), seguendo comportamenti ed usi strettamente legati alla cultura nella quale si è sviluppata quella particolare pratica di trance.[12]

pizzica salentina festa popolare

Nel caso dei Sufi islamici, in particolare, è evidente  che la trance raggiunta attraverso la musica ha un ruolo importantissimo nella ricerca di Dio, assolvendo dunque ad un ruolo comunque legato al Sacro. Tornando dunque alla festa di Halloween, e al suo potenziale di rituale collettivo, il problema è che l’esorcismo, o per essere più precisi, il potere esorcizzante di Halloween, è una sorta di esorcismo al contrario: esso cioè, rispetto a tutte le altre feste, anche non religiose, anche apparentemente e completamente ludiche e profane, non chiede la liberazione da forze negative, ma al contrario si immedesima con esse, o addirittura le invoca o ne favorisce la manifestazione.

Nella modernissima ed occidentale festa di Halloween, dunque, si perde l’originario e delicatissimo aspetto del ricordo dei defunti e del tenere lontani gli spiriti maligni, che pure era presente nei rituali del Sahmain celtico, per divenire solo la porta tra la dimensione dei vivi e quella dell’occulto, grazie ad elementi di matrice satanista che si sono inseriti a partire dal XVIII secolo negli USA. In altri termini, un buon cattolico – con buona pace dei tanti scandalizzati razionalisti, ed anche di certi cristiani un po’ superficiali – dovrebbe opporsi ai festeggiamenti di Halloween non per le origini celtiche della festa (che una volta cristianizzata sarebbe potuta essere al pari delle altre) ma proprio per la sua volgarizzazione che, accompagnata alla desacralizzazione di ogni aspetto sociale nell’occidente moderno, ne ha nascosto il potenziale esoterico che, a prescindere dalla consapevolezza, non muta. Del resto, ciò è confermato dal persistere di tradizioni prettamente europee, come nel sud Italia dove vi è stata una presenza normanna, in Sardegna, o nelle regioni e nei Paesi del nord direttamente influenzate dai celti, dove ancora fino a qualche anno fa era d’uso lasciare le tavole imbandite la notte di Ognissanti per la credenza che i defunti passassero a nutrirsi, o di leggende che parlano di anime vaganti dall’oltretomba. Tradizioni popolari cristianizzate e perfettamente tollerate dalla chiesa cattolica, per il carattere eterno di religio mortis e dunque di rispetto e di legame positivo vero il trascendente e la Luce.

Insomma, quelle mamme, vittime del consumismo e della colonizzazione culturale americana, che, per fare contenti i piccoli pargoli, ignare di tutto li travestono da streghe e scheletri, potrebbero invece portare i bambini a visitare i cimiteri il 2 novembre, così come si è sempre fatto, per insegnare il rispetto della vita e il valore della morte. Anche perché in quei luoghi sacri, di scheletri ce ne sono tanti, e purtroppo non certo di plastica…

NOTE

[1]  Solo a mero titolo esemplificativo generale: IL SECOLO XIX, Halloween rito satanico, http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2009/10/30/AMUwju3C-halloween_rito_satanico.shtml, 30.10.2009

[2] J.MARKALE, Halloween, storia e tradizioni. Torino, L’Età dell’Acquario, 2005

[3] F.CARDINI, Il rito, il gioco, la festa, in Testimone del tempo, Il cerchio, Rimini 2009, pag. 26

[4] Sulla presenza di questi fattori e sul valore pressoché universale dei simboli e dei costumi, si veda: G. DURAND, Le strutture antropologiche dell’immaginario, Edizioni Dedalo, 2009

[5] M. ELIADE, Il mito della reintegrazione, Editoriale Jaca Book, 1989

[6] Sono noti gli studi e le testimonianze di Eliade atte a dimostrare il primato antropologico del sacro, secondo cui vivere da essere umano è in sé e per sé un atto religioso, poiché l’alimentazione, la vita sessuale e il lavoro hanno valore sacrale. Si veda:  M. ELIADE, Storia delle credenze e delle idee religiose, Sansoni 1999

[7] D.SCIPIONI, Appunti tra musica e trance, Conservatorio “G.Verdi”, Milano 2003

[8] CARDINI, op.cit., pag 21-22

[9] Si veda in particolare: N.CUSANO, De pace fidei, Tirrenia, Torino 1964

[10] M. SCHNEIDER, Gli animali simbolici e la loro origine musicale nella mitologia e nella scultura antiche, Rusconi, Milano 1986 ed anche Il significato della musica, Rusconi, Milano 1979

[11] Nota in particolare la lettura di E.DE MARTINO, La terra del rimorso, Contributo a una storia religiosa del Sud, Il Saggiatore, Milano, 1961

[12] Per approfondire il tema, si veda: SCIPIONI, op. cit.