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Raqqa è caduta. Ora che succederà in Siria?

Da ormai una settimana, la autoproclamata capitale del Daesh, Raqqa, è stata conquistata dalle Syrian Democratic Forces. Cerchiamo di capire quali sono le attuali prospettive dell’estenuante conflitto siriano.

di Dagoberto Husayn Bellucci 

(www.belluccidago.wordpress.com) – 31/10/2017 – La caduta di Raqqa, autoproclamata ‘capitale’ del sedicente Stato Islamico dopo la debacle militare in Iraq dei tagliagole ISIS, riapre  i giochi geopolitici attorno alla martoriata Siria dopo sei anni e mezzo di combattimenti e scontri pesantissimi tra decine di fazioni in lotta, eserciti e nazioni interessate a raccogliere i dividendi del corpo straziato di una nazione la cui sola colpa è quella di aver rifiutato le avanche’s della plutocrazia sionista-statunitense mantenendosi al lato della Repubblica Islamica dell’Iran e della Resistenza libanese.

Era il lontano 2008 quando l’allora amministrazione USA a guida Obama premeva verso Damasco per cercare di convincere Assad ed il suo governo a sganciarsi da quello che – da allora – i media di mezzo pianeta chiamarono “l’asse militare sciita” che da Teheran, passando per Baghdad e Damasco, arrivava fino a Beirut.

Tutti siriani (?)

‘Mezzaluna sciita’, ‘asse del male’, ‘alleanza del terrore’: i media embedded hanno utilizzato qualsiasi clichè’s per delegittimare i rapporti esistenti fra la laica e nazional-socialista Siria (a guida Ba’ath) e la teocrazia iraniana. E a Washington, dopo il fallimento dell’aggressione israeliana al Libano nell’estate 2006, i toni polemici e le critiche verso Assad aumentarono a partire dal marzo 2011 mentre sottobanco gli americani ed i loro alleati arabi del Golfo armavano i gruppi terroristici della cosiddetta “opposizione democratica” siriana.

Opposizione che di ‘democratico’ non aveva proprio un bel niente e di ‘siriano’ ancora meno essendo rappresentata dai più feroci terroristi raccattati nella galassia internazionale salafita-wahabita e al-qaedista.

Terroristi che dopo la caduta del regime libico e la morte di Gheddafi nel successivo autunno si riversarono da mezzo mondo islamico in Siria con l’obiettivo neanche troppo nascosto di abbattere il governo nazionale di Assad.

Inutilmente. Tutte le strategie americane e sioniste nei confronti della Siria sono fallite miseramente, l’intervento di Iran e Hizb’Allah prima e quello russo poi hanno spostato significativamente i ‘giochi’ bellici dalla parte del Governo di Damasco.

Oggi con la caduta di Raqqa gli americani –  pel tramite delle formazioni combattenti curde – portano a casa un successo militare dopo mesi di bombardamenti. L’annuncio dell’S.F.D. (Forze Democratiche Siriane) – eterogenea alleanza siro-curda – conferma: “A Raqqa l’operazione militare è terminata, adesso portiamo a termine l’operazione di pulizia per porre fine alle ultime cellule dormienti di Daesh (l’acronimo arabo con il quale viene chiamato il sedicente Califfato Islamista dell’ISIS oramai in rotta su tutti i fronti). – ha spiegato all’agenzia di stampa spagnola ‘Efe’ il portavoce dell’SFD Talal Salu. 

Nella città martire si sarebbero trincerati molti dei foreign fighters (i combattenti stranieri dell’ISIS). Quelli che non hanno accettato la resa non avranno ulteriori salvacondotti. Dalle prime stime dell’Osservatorio siriano per i diritti umani (organismo controllato da Londra e Washington che da anni racconta ciò che i suoi padroni d’oltremanica e d’oltreatlantico vogliono sentirsi dire) le vittime della battaglia finale per la liberazione di Raqqa – iniziata nel giugno scorso – si aggirerebbero attorno alle 3200 delle quali almeno 1100 civili. 

Difficile dire se queste stime siano vicine alla realtà. 

La situazione militare alla fine dello scorso mese di settembre appariva già chiara: sul terreno le truppe governative fedeli al Presidente Bashar al Assad ed i loro alleati (le milizie sciite libanesi di Hizb’Allah e l’esercito russo) controllavano oltre la metà del paese mentre nel nord-est i curdi – con il sostegno statunitense – consolidavano le loro posizioni.

Nel nord-ovest della Siria, nella zona che coincide a quella che un tempo era la provincia di Idlib, resistono sacche di ribelli collegati ai movimenti più radicali del fondamentalismo salafita prima fra tutte l’organizzazione di Tahrir al Sham, un gruppo considerato dagli esperti legato alla rete terroristica di al Qaeda e noto nei primi anni del conflitto con il nome di Jabhat al Nusra. Si tratta del nucleo più consistente degli oltranzisti islamisti resosi protagonista dei principali attentati contro la popolazione civile e di efferate stragi contro militari e forze dell’ordine governative. A tutt’ora è anche la più attiva organizzazione del cosiddetto fronte anti-Assad.

Infine resistevano i miliziani del sedicente ‘califfato nero’ o ISIS che dir si voglia ancora raccolti a difesa di Raqqa (caduta nei giorni scorsi) e di Deir Ezzor.

La caduta di Raqqa in mano alle forze miliziane dell’ S.F.D. (Syrian Democratic Force) apre dunque scenari geopolitici particolarmente inquietanti in prospettiva considerando che gli Stati Uniti potrebbero decidere domani di utilizzare la ‘carta curda’  per delegittimare l’autorità del governo centrale promuovendo il separatismo curdo. Una carta pericolosissima per l’amministrazione Trump già defilatasi dopo le elezioni per l’indipendenza curda svoltesi nelle scorse settimane nel nord dell’Iraq. 

Alleati preziosi sul terreno e validissimi combattenti per la prima linea anti-ISIS i curdi rischiano di svolgere, come sempre accaduto nella sanguinosa storia di questo popolo senza patria, il ruolo di ‘utili idioti’ ed in prospettiva di merce di scambio in un eventuale contenzioso diplomatico tra Damasco ed i suoi alleati e Washington.

Perché a questo punto, dopo sei anni e mezzo di conflitto, appare chiaro a chiunque che Assad rimarrà al suo posto e con lui ed il suo governo prima o poi sarà necessario aprire dei negoziati.

L’esercito siriano alla riconquista di Palmira

La presidenza Assad non è in discussione. Lo hanno chiarito i suoi alleati iraniani e russi. Sembra che l’abbiano compreso anche a Washington dove la nuova amministrazione Trump – dopo i tentennanti avvii in politica estera, il bombardamento dell’aprile scorso e le reiterate accuse verso il Governo nazionale ba’athista – riconosce l’impossibilità di uscire dallo stallo che ha preso il conflitto.

A quanto riferito nelle scorse settimane dall’agenzia Reuter’s il Governo di Assad sembra intenzionato ad aprire dei negoziati con i curdi per riconoscerne forme di autonomia nell’ambito del cosiddetto autogoverno nel Kurdistan siriano in cambio di un passaggio indolore di consegne nella provincia di Raqqa liberata. Durante tutto il conflitto gli scontri tra forze curde ed esercito nazionale sono stati rarissimi di fatto una sorta di non belligeranza che ha favorito l’avanzata delle truppe dell’S.F.D. sostenute dagli Stati Uniti.

I curdi siriani dal canto loro non hanno mai rivendicato alcuna indipendenza ma chiedono a Damasco maggiori garanzie per un’autonomia che li veda, domani, parte integrante dello Stato unitario siriano.

Non esiste al momento alcuna prospettiva diversa da quella di continuare a vivere all’interno del territorio e sotto le leggi del governo centrale per i curdi di Siria. Gli USA conoscono questo dato di fatto e sanno che sarà impensabile, come già avvenne nell’Iraq del post-Saddam Hussein, utilizzare il separatismo curdo o soffiarci sopra: sarebbe un pericoloso boomerang anche per le loro relazioni piuttosto traballanti con Baghdad e Ankara.

E’ altresì vero che non c’è molto di che stare tranquilli con un Presidente come Trump sempre pronto a giravolte e cambi d’umore dell’ultim’ora che hanno spesso spiazzato anche i suoi collaboratori più fidati e messo a repentaglio le carriere di politici e generali dell’amministrazione e del Pentagono.

Qualora Trump ed i suoi decidessero di utilizzare il separatismo curdo per continuare la scellerata politica anti-Assad sarebbero inevitabili le conseguenze che si determinerebbero nelle già complesse e critiche relazioni con Iran e Russia.

Russia che, dopo l’intervento diretto determinante nel conflitto siriano dell’autunno 2015, non farà sconti all’America in vista di eventuali negoziati di pace.

Assad rimane dunque in prospettiva la sola ‘carta’ spendibile anche per i suoi più acerrimi avversari: piaccia o dispiaccia a Riad e nelle altre capitali arabe filo-occidentali, gli americani domani dovranno riconoscerne l’autorità e la legittimità del suo governo e dare il disco verde per libere elezioni.

Al momento, mentre continuano i combattimenti e la guerra infuria ancora in tante zone della Siria, questa prospettiva auspicabile rimane una mera ipotesi.