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‘Guerra santa’ o ‘guerra drogata’?

A Gioia Tauro, sequestrata una partita di droga – 24 milioni di pasticche a base di tramadolo – del Daesh proveniente dall’India e diretta in Libia. Oltre a far fare al sedicente ‘Stato Islamico’ affari milionari con le Mafie, la “droga del combattente” spacciata dal Daesh sarebbe servita alle sue truppe per alzare la soglia del dolore e della paura.
Insomma, affari e droga: ma quale stato islamico, ma quale jihad?!

(www.repubblica.it) – La chiamano “droga del combattente”. Chi la assume smette di sentire paura, dolore, fame, non ha inibizioni, non conosce fatica e per questo da tempo l’Isis ne gestisce il traffico e lo spaccio. Una rete – hanno scoperto gli investigatori – che passa anche dal porto di Gioia Tauro. Un importante carico di tramadolo, sostanza base per la sintesi della nuova droga, è stato sequestrato questa notte nello scalo calabrese, per ordine della sezione antiterrorismo della Dda di Reggio Calabria. L’input investigativo è partito dal II Gruppo della Guardia di Finanza di Genova che lo scorso maggio aveva già sequestrato un carico nel porto del capoluogo ligure.

I farmaci – 24 milioni di compresse, ordinatamente confezionate in blister, del valore di 50 milioni di euro – provenivano dall’India ed erano diretti in Libia, da dove presumibilmente sarebbero stati smerciati nei territori controllati da Daesh.

Un doppio business per il Califfato nero. Venduto a circa due euro a pasticca, il tramadolo è un’importante fonte di guadagno per gli uomini dell’Is, ma anche una fondamentale arma per organizzare e motivare le truppe. Commercializzato in tutto il mondo a partire dagli anni ’80, si tratta di un oppiaceo che se mischiato ad altri componenti, anche banale caffeina, si trasforma in una potentissima anfetamina.

Così confezionato circolava negli anni Novanta nei party esclusivi organizzati nei Paesi del Golfo, Arabia Saudita soprattutto, ma dal duemila in poi il tramadolo ha iniziato ad essere diffuso in maniera capillare fra le truppe del Califfato presenti in territori di jihad. Chi lo assume non conosce paura, fatica, dolore, può resistere a giornate massacranti senza mangiare né riposare.

Per questo – spiegano gli esperti – nelle zone controllate da Daesh se ne fa largo uso. E non solo. Pasticche di tramadolo sono state ritrovate nel covo di Salah Abdeslam e degli altri membri del commando jihadista entrati in azione al Bataclan, tracce della medesima sostanza erano presenti nel sangue di uno degli attentatori di Sousse, in Tunisia, ed importanti scorte sono state individuate dai combattenti curdi nelle postazioni del Califfato in Siria. Secondo alcune fonti, anche Boko Haram in Nigeria ne farebbe largo uso per addestrare i “bimbi soldato”.

Inizialmente prodotto principalmente in Medio Oriente, secondo quanto emerso dalle ultime indagini il tramadolo adesso verrebbe sintetizzato in grandi quantità anche in aree diverse del globo, quindi spedito a bordo di cargo nel Mediterraneo. Un’ipotesi confermata dai sequestri eseguiti nel corso dell’ultimo anno. Solo qualche mese fa, un altro importante carico è stato intercettato a Genova, per questo l’attenzione investigativa su traffici di questo genere rimane altissima.

“A Gioia Tauro passa di tutto e in fondo non ci possiamo stupire più di tanto nell’individuare anche traffici di questo genere di sostanze” dice il procuratore aggiunto Gaetano Paci, responsabile per la Dda di Reggio Calabria dell’area tirrenica. Tuttavia, un dato nuovo e preoccupante c’è. Perché per passare da Gioia Tauro bisogna chiedere “il permesso” ai clan che controllano in larga parte lo scalo.

“Da tempo, abbiamo cognizione di rapporti fra la ‘ndrangheta e organizzazioni del Medio Oriente. Nonostante il porto sia diventato zona meno ‘sicura’ per i clan grazie alla pressione investigativa, abbiamo individuato diversi vettori e famiglie riconducibili alla ‘ndrangheta che sembrano impegnati in traffici di vario genere con organizzazione dell’area mediorientale”. Per ora, spiega il magistrato si tratta di “tasselli che si sta cercando di mettere insieme”. Ma di più non può dire perché “ci sono sviluppi in corso”.