Saggezza antica | Quando la luce si oscura, resta saldo

Poniamo all’attenzione del nostro pubblico il contributo esterno di un lettore. Si tratta di riflessioni sull’esagramma 36 (“Offuscamento della luce”) dell’antico testo cinese “I Ching” (Libro dei Mutamenti). L’esagramma è un simbolo costituito da sei linee, continue o interrotte, accompagnato da una spiegazione (gauci). La lettura di questo brano si risulta inoltre adatta al periodo autunnale, in cui l’oscurità avanza, ed è più che mai necessario mantenere accesa la luce interiore, in attesa del momento critico della “morte e rinascita” del Sole nel Solstizio invernale.

ESAGRAMMA 36 – MING I

di Alessandro Zanconato

LUCE CHE SI SPEGNE

Tempo di luce che si spegne: utile essere saldi nel dolore.

“Il periodo attuale, detto Kali-Yuga, è un periodo di oscuramento e di confusione; per ragioni diverse, ogni legame cosciente col centro spirituale del mondo si è ormai spezzato; tale è il significato più specifico della perdita della tradizione” (René Guénon, Il Re del Mondo, Adelphi).

VIVERE TRA CIECHI

La nostra epoca è assai ben raffigurata dall’immagine di questo esagramma dai tratti apparentemente inquietanti: la luce (esagramma inferiore Li) scende sotto la terra (esagramma superiore C’uên). Le forze spirituali appaiono quasi totalmente soggiogate da quelle materiali, come un fuoco sepolto sotto spessi strati di terra; eppure la luce non si è del tutto spenta, soltanto non brilla più. Confucio commenta magistralmente l’immagine: “La luce sprofonda nella terra, tempo di buio”, e istruisce: “Soltanto l’Illuminato sa guidare le masse, egli, avanzando nell’oscurità, splende”. Un periodo di profondo scoraggiamento, di malinconia e anche di angoscia (come di chi non possa avanzare perché privo di lume nell’oscurità più fitta), ma che proprio in forza di questo suo carattere eminentemente negativo sa paradossalmente risvegliare negli uomini più nobili la luce interiore che non si è mai del tutto sopita. Si dice spesso che la luce brilla più chiara nelle tenebre più fonde, ed è altamente vero; nell’era del Kali Yuga, l’Età del ferro cantata  in India dal Vishnu Purana, e in Occidente da Esiodo, l’Illuminato, l’uomo nobile per eccellenza, risplende con più vigore che in epoche cosmico-storiche meno infelici. Certamente, egli si trova a dover condividere il cammino con una massa di ciechi, brancolanti nel buio perché privi della fiaccola della saggezza; e tuttavia egli sa guidare anche costoro, in virtù di una sua forza interiore mai spenta, e li conduce nell’oscurità della notte con passo al tempo stesso prudente e sicuro.

La prima linea mutante parla ancora del suo camminare: “l’offuscarsi della luce impedisce di volare”, ossia di concepire pensieri e voli pindarici, e le ali dello spirito divengono pesanti; nonostante ciò, il Saggio continua ad avanzare, egli “ha un luogo ove recarsi”, a differenza del “taverniere” (metafora dell’uomo volgare, insipiente), che “fa invece chiacchiere”, vaniloqui. I più hanno pensieri e atteggiamenti dappoco, sono triviali e il loro linguaggio è meschino, ma l’Illuminato non se ne cura: questo è l’atteggiamento che i rari risvegliati di oggi dovrebbero tenere di fronte alle masse obnubilate dall’oscuro materialismo dominante (la “terra” di cui parla il trigramma superiore del segno). Cercare di convertirle al bene è impresa quasi disperata, tanto più inutile quanto più ci si addentra nel fondo del pozzo oscuro della decadenza; più l’Età del ferro avanza, meno ampie si rivelano le possibilità di azione in favore del Bene. Ciò non ci deve portare ad uno scoraggiamento totale, soltanto ad un realismo prudente e guardingo; possiamo avere comunione solamente con pochi individui che condividano le medesime aspirazioni alla giustizia, all’ordine e al risveglio spirituale. Ogni proselitismo di massa va evitato in questa oscurità dilagante, perché non servirebbe ad altro che a farci odiare dai più, che, come vuole un detto dei Sette Savi ellenici, sono malvagi e stolti. L’oracolo ammonisce ad evitare azioni eroiche improduttive e persino pericolose (la quarta linea suggerisce il rischio di essere colpiti al cuore, sede della vita, se ci si mostra imprudenti); vantaggioso è restare fermi, indifferenti come il principe Chi, ma non per mancanza di compassione, bensì perché intervenire direttamente non serve. La sesta linea avverte con tono apocalittico che non vi è più nessuna luce nel buio per colui che vuole a tutti i costi “correggere il destino.

Un ultimo consiglio importante del segno riguarda la sofferenza: il Saggio l’assume come un prezzo inevitabile che l’uomo nobile d’animo deve pagare, in un’epoca di “oscuramento della luce”: “Utile essere saldi nel dolore”. La saldezza morale è l’unico mezzo veramente efficace per resistere a tempi così inquietanti, ma il dolore è ineliminabile quando la luce dello Spirito si offusca, sepolta dal fango del materialismo e dall’ignoranza: un invito alla pazienza e al coraggio di resistere, anche da soli, circondati dai “tavernieri” petulanti che nulla sanno e del tutto sproloquiano.