Martirio sacrale e martirio psichiatrico

Molto si parla, e spesso a sproposito, del c.d. terrorismo islamico, soprattutto quando si identifica, erroneamente, l’Islam con i sanguinari di Daesh e dintorni. Si finisce così per fare il gioco dell’avversario. Per chiarirci le idee sulla differenza tra la dottrina islamica (ma comune, in realtà, a tutte le tradizioni) della Guerra Santa e le aberrazioni moderne che la contraffanno, proponiamo un brano di Carlo Corbucci, tratto dal suo “Islam: Sunnismo e Sciismo – dalla prospettiva metafisica e iniziatica dell’esoterismo integrale”

dell’avv. Carlo Corbucci

(www.pergiustizia.com) – 20/12/2017 – Nel quadro di un’evidenziazione delle aberrazioni che  sono state prodotte nell’attuale mondo globalizzato, soprattutto in Occidente ma anche nell’Islam in ambito sunnita e sciita non può mancare qualche considerazione sulla corruzione dei termini “eroismo”, “jihad”, “sacrificio” e “martirio”.

Questi termini, che in tutte le tradizioni hanno rappresentato per millenni un elemento centrale del “sacro”, non potevano sfuggire a una contraffazione, volontaria in certi casi, effetto di uno scadi­men­to intellettuale e anche soltanto razionale, in altri casi. I due termini “sa­crificio” e “martirio” sono in stretta connessione con il concetto di “eroismo”, ed era naturale che la “civiltà moderna”, con i suoi ideali globalisti, pratici e materialisti, avesse interesse a corromperli e a deviarli affinché l’”uomo nuovo”, prima privato di ogni riferi­mento e valore autenticamente spirituale e infine privato anche di ogni identità culturale e persino biologica e sessuale (con la recente deriva culturale e legislativa “gender”) avesse interesse a soppri­mere i significati autentici e a identificarne il ricordo con ogni sorta di follia e irrazionalità.

L’atto eroico ha sempre rappresentato in ogni civiltà tradizionale, il supremo momento del distacco da se stessi e dalla vita per un ideale spirituale che non affermasse più gli appetiti, gli egoismi, gli attaccamenti e gli interessi dell’”io” e dell’anima bramosa ma testimoniasse la scelta nobile e interiore di un “sacrificio di se stessi”, operato per il bene degli altri, del più debole e indifeso ma che altresì infondesse il coraggio, dove il “coraggio” in coloro che sono ancora preda della paura e di ogni sorta di attaccamenti terreni, fa grande difetto.  L’atto eroico per essere tale doveva essere volontario, una scelta che, come quella della “vittima sacrificale”, fosse compiuta con l’attitudine di un superamento di se stessi ma anche di un “esempio” per gli altri.  Doveva inoltre essere votata al bene inteso come la salvezza, la redenzione, la sopravvivenza di co­lor­­o che rimangono e che beneficiano del generoso “atto sacri­ficale” di chi, situato nella fortunata condizione di colui che è consapevole del proprio gesto trascendente si immola per salvare gli altri, per renderli partecipi di una consapevolezza, stimolarli al meglio ed offrire loro l’esempio di una possibilità più elevata di vivere e concepire l’esistenza e la vita.[1]

C’è sicuramente anche una dimensione meno elevata dell’eroi­smo ed è quella di chi è capace di compiere un atto sacrificale della propria vita mosso da un sentimento, da un’emozione positiva, da una commozione che lo porta a lanciarsi verso il pericolo, affron­tan­dolo con tutte le possibili conseguenze, per salvare la vita a qualcuno che si vede trovarsi in una condizione di pericolo mortale ed è incapace di uscirne. È il caso più comune ma ancora portatore di una certa luce. C’è anche il caso di colui che affronta un pericolo del quale sa essere molto incerto l’esito per la sua incolumità o so­pravvivenza e lo compie per un “senso del dovere” perché sa che quel rischio fa parte del proprio lavoro o della propria funzione dalla quale egli ha tratto e trae la sua dignità e la possibilità di mantenere se stesso e la propria famiglia, è il caso ultimo ma ancora in un certo modo riflesso anch’esso di una certa luce.

La cultura moderna odia e aborre anche questo, in fondo, perché il suo ideale massimo è il rischio mercenario compiuto per il più facile e rapido guadagno o come scorciatoia per la fama intesa come carriera con la relativa conseguenza sul piano economico e sociale. Questa è l’unica forma rimasta accettabile alla mentalità moderna e l’unica espressione di “eroismo” concepibile e non suscettibile di essere additata come “follia”; ogni altro “sacrificio” che sappia troppo di “attivo”, di scelta, di consapevolezza, è visto con sospetto, addirittura con fasti­dio ed è suscettibile di essere persino criminalizzabile e di cadere sot­to la scure di una qualche fattispecie penale. In una civiltà ancora normale e fino ad un recente passato, l’“eroismo” era ravvisabile ancora nel sacrificio del “soldato” che, nell’ambito di una guerra tra il suo paese e un altro considerato nemico o avversario, era capace di compiere un atto che potesse salvare la vita ai suoi compagni o raggiungere un obiettivo strategicamente utile alle operazioni mi­li­tari. Oggi lo sarebbe soltanto in relazione all’utile che gli inamo­vibili, reali, “padroni” di questo o quel Paese, ritenessero di averne tratto quanto alla loro permanenza nel mantenimento del loro po­tere e delle loro posizioni; del che sarebbero ancora capaci di can­tare le lodi del sacrificato e attribuirgli la medaglia al ricordo e al valore. Nella sua forma più elevata e tradizionale, l’eroismo e l’atto eroico, non sono neppure quello compiuto per lasciare ai posteri la propria fama o di essere ricordato come “eroe”; tutto questo è an­cora soltanto umano, fortemente umano, e risponde ad un impulso di orgoglio che è l’unica molla che muove il sacrificio, dando solo l’apparenza di un distacco mentre è un attaccamento al mondo, alla fama, al proprio “io”: il contrario di ogni azione eroica, superatrice, spirituale, “sovrumana” e trascendente. L’atto compiuto per il Sé non è compiuto “per gli altri”, cioè, né per essere ammirati né per fare il loro bene ma lascia, tuttavia, frutto per gli altri; e questo è uno dei segni del vero atto eroico e sacrificale.

D’altra parte il più alto grado di “Sacrificio” è proprio quello del “Missionato”, del “Rasul” che ritorna senza avere alcun bisogno di tornare ma che, nella sua “Ridiscesa”, compie il massimo grado della sua universalizzazione che coincide con la manifestazione stessa dei Mondi e, sotto un altro riguardo, con la “Misericordia Divina”; qualcosa che, in termini di linguaggio metafisico, significa con l’Infinito stesso.

Quanto alla “guerra santa”, espressione con la quale viene tra­dotto il termine jihad, essa è lo sforzo compiuto in senso rituale, cioè mirato al superamento dell’azione e dei frutto dell’azione perché è anche il sacrificio di se stessi, inteso come il sacrificio della propria anima bramosa, dell’egoismo, degli attaccamenti, ed è per questo che la “Grande Guerra santa” è quella interiore, la lotta contro i nemici che l’uomo porta in se stesso, passioni, paure, invidia, attaccamenti, brama, ecc. La “piccola guerra santa” è quella esteriore contro i nemici che attaccano i territori della propria terra e patria o vogliono cancellare da essa la religione e l’identità.

Questo ci conduce direttamente a giudicare quel fenomeno noto come il “terrorismo islamico”, le stragi, gli attentati e gli attacchi dei veri e presunti “kamikaze”.[2]

Non abbiamo certo niente da aggiungere a questo argomento che abbiamo trattato in ben 1800 pagine[3] se non riaffermare pochi principi: considerando soltanto i pochi casi di effettive operazioni stragiste compiute da reali fanatici definiti “kamikaze” con evi­den­te profanizzazione di questo termine e tacendo dei molteplici casi costruiti o simulati dai servizi segreti occidentali, quei casi non han­no nulla né di “sacrificale”, né di “sacro”, né di “spirituale”; sono soltanto atti compiuto per odio e con odio. Quando non sono il pro­dotto di una disperazione strumentalizzata, anche se si accompa­gnano a invocazioni coraniche o a proclamazioni del Nome e della Gloria di Allah, sono in realtà soltanto la voce della nafs, degli at­taccamenti al mondo, della delusione per una mancata ricchezza e per l’emarginazione di cui si è vittime, quando non addirittura di un demonismo e di un luciferismo.

Non hanno nulla dei requisiti dell’”atto sacrificale”, della “guerra santa”, del “martirio”, della dimensione spirituale, né di eroico. Al contrario testimoniano sol­tanto la “viltà” di chi colpisce alle spalle e indiscriminatamente; un “fanatismo cieco” e ottuso, un odio represso che trova final­mente sfogo e che non riesce a distingue tra amico e nemico e non distin­gue avversario, soldato, uomo, donna, vecchio o bambino, religioso o miscredente. Qualcosa che soltanto chi è il prodotto di una cultura materialista e pragmatica come quella moderna è capace di concepire e di attuare. Non hanno nulla della battaglia, dello scontro ad armi pari e, in questo senso, sono sullo stesso piano e della stessa natura dei bombardamenti indiscriminati fatti con i bombardieri sopra le capitali e le città dei Paesi considerati nemici e mirati a terrorizzare la popolazione e indurre il Paese alla resa, dei quali gli Stati Uniti sono stati precursori e maestri sin dalla Seconda guerra mondiale. Il termine più idoneo a qualificare il genere di martirio che compiono i sedicenti “kamikaze musulmani” è quello di “martirio psichiatrico” ed è gravissimo che qualcuno si sia prestato a far sì che la cultura profana e materialista abbia potuto servirsi di questi esempi per colpire la vera “Dottrina del Sacrificio e del Martirio” e profanare il concetto di “Guerra Santa”. Esattamente quello che la “civiltà moderna” e i suoi guardiani volevano e vogliono.

Salah, “europeissimo” attentatore di Parigi. Qui stava facendo la “Guerra Santa” in discoteca…

È ormai chiaro come certi fenomeni, la strumentale politica ad essi connessa e conseguente, la paura diffusa, abbiano la funzione e lo scopo di arrivare ad inibire non solo il riferimento all’idea stessa di “martirio”, di “guerra santa”, di “eroismo” e di sacrificio, nel significato “sacrale” e tradizionale, ma addirittura la pronuncia stessa di queste parole, anche il semplice ricordo, sicché siano let­teralmente cancellate dalla memoria collettiva e trovi piena attua­zione l’”uomo nuovo” e il “mondo nuovo” con i suoi pseudo-ideali per i quali la realtà umana si esaurisce in quella del consu­matore, del cittadino “politically correct, fantoccio costruito sugli ideali della moda, della tecnologia d’avanguardia e dello spettacolo, omologato come “tubo digerente”, secondo l’espressione felice di qualcuno.

Sarebbe superfluo ribadire che tutto quello che viene ormai rife­ri­to a termini come “martirio” e “sacrificio” sui quali si sono fondati e si fondano ogni autentica civiltà tradizionale e il senso più pro­fondo del “sacro”, non hanno nulla a che vedere né con quello che la cultura del potere ha ormai globalmente diffuso e fatto acqui­sire, né con il significato e l’uso che ne fanno quelli che mostrano, molto scenicamente (quanto tragicamente), di riferirsi all’Islam e di voler colpire quel mondo al quale, in realtà, sono invincibilmente attac­cati al punto forse anche di arrivare ad odiarlo ma soltanto perché lo rivendicano con tutti i suoi bramati frutti dai quali si sentono esclusi ed emarginati.

Ci resta da precisare che se nel corso della nostra attività pro­fes­sionale di avvocati ci siamo impegnati a difendere moltissimi casi di persone o gruppi accusati di aver costituito associazioni aventi finalità di terrorismo o di supporto logistico a gruppi internazionali operativi e a quei processi con i relativi fenomeni collegati abbiamo dedicato un voluminoso e sofferto libro di ben 1800 pagine che ci saremmo volentieri risparmiato, è stato perché, oltre al fatto che ci era evidente come i protagonisti non erano affatto quello che di loro si diceva, cioè soggetti impegnati a predisporre e attuare attentati e stragi, anche perché avevamo intravisto in quelle operazioni di antiterrorismo in atto nel mondo, un chiaro obiettivo di colpire la cultura religiosa in generale e l’Islam in particolare, come abbiamo ampliamente spiegato in quello studio; tuttavia dobbiamo prendere atto che, cessato il mito di Al-Qaida, sorgeva all’orizzonte qualcosa questa volta di ben reale, intendendo con ciò, qualcosa dove le stragi e gli attentati (guarda caso soprattutto contro gli Sciiti e le confraternite del Tasawwuf con i santi mausolei degli Shuyukh e degli Imam) erano chiaramente riconducibili a sedicenti gruppi islamici con figure ben individuate e individuabili, quasi a voler siglare chiaramente la provenienza e fugare ogni dubbio. Sorgeva dal nulla addirittura un sedicente “Stato islamico”, un “Califfato”, composto da un’organizzazione denominata Daesh o Isis che aveva occupato in pochi giorni la metà del territorio siriano, gran parte dell’Iraq, la Libia e dintorni, espandendosi a macchia d’olio. In quell’area giornalmente avvenivano decapitazioni con puntuale sgozzamento, roghi e stupri di “infedeli”, di “eretici” e… di Sciiti; il tutto ovviamente in nome della Shari’ah islamica e di Allah. Dall’Oc­cidente confluivano in quei luoghi, esaltati e fanatici convinti che si trattasse di un vero Califfato dove regnasse la Legge sacra e il Corano.

Pochi si sono interessati di sapere perché fossero stati dichiara­tamente finanziati, armati, sostenuti e addestrati, dagli Stati Uniti, (si è poi aggiunto “in funzione anti governo siriano”) perché quest’ul­timo è tirannico e dittatoriale anche se fino a pochi mesi prima era stato dichiarato per oltre 15 anni credibile interlocutore dell’Occi­dente. Pochi si chiedevano perché alla Russia e all’Iran era stato interdetto di colpire le zone ove si concentravano i criminali guerriglieri che avanzavano e che avrebbero spazzato via in sei ore quello che gli Stati Uniti con il coro dell’Europa definiva molto curiosamente un “avversario quasi invincibile contro il quale l’intero mondo non avrebbe potuto fare nulla, se non attendere pazientemente un momento più opportuno”. 

Intanto il mondo credeva a queste parole e… tremava, assistendo a stragi che colpivano anche l’Europa (Francia, Belgio, Germania) accrescendo l’odio verso l’Islam, la paura del diverso ed invocando leggi e controlli sempre più repressive e severe. Soltanto l’iniziativa della Russia, aiutata dall’Iran, incurante dai veti inter­nazionali, riusciva, come ben logico capire, a sgominare in poche ore e a respingere il grosso di quell’esercito pseudo-califfale impo­nendo così agli Stati Uniti di sganciare i gruppi che costituivano l’esercito del cosiddetto califfato. Quanto alla Turchia che era il cor­ridoio di rifornimento delle armi all’Isis da parte degli Stati Uniti, Francia, Inghilterra, Germania e Israele, la stessa improvvisamente si sganciava da questo impegno pur rimanendo nella Nato e si av­vi­cinava alla Russia fino allora considerata avversaria. Da quel mo­mento la Turchia era sommersa da un’ondata giornaliera di stragi, attentati e complotti diretti, questi ultimi, da un personaggio turco rifugiato da tempo negli Stati Uniti e che si è proclamato il “Mahdi sunnita” (?!).

Crediamo di dover lasciare all’intelligenza dei lettori più dotati, tutto il resto; quanto a chi non può o non vuole comprendere, la cosa non ci riguarda affatto e non è nostra pena.

NOTE

[1] Ci sono numerosi scritti sul concetto di “Lotta” e “Vittoria”, di “Eroismo”, di “Sa­cri­ficio” e di “Martirio” da parte di vari Maestri spirituali e anche di Testi tra­di­zionali sulla “Cavalleria spirituale”, “il Bushido” – “Arte della Guerra e dell’Onore” ecc. ecc. e non si può fare altro che rimandare ad essi.

[2] Questo termine è la profanazione del significato tradizionale e reale proprio della tradizione giapponese che significa “Vento Divino” e che, azione eroica e militare, compiuta in un conflitto ufficiale tra soldati e popoli in guerra, era un atto dove un soldato alla guida di un aereo, non potendo più avere altra arma per colpire la nave avversaria, si lanciava con il proprio aereo da guerra contro la nave stessa facendosi missile con il proprio corpo e il proprio aereo, al grido di  “Banzai”, “Vittoria”, consapevole che si trattava ormai soltanto di una “Vittoria spirituale” e interiore che prescindeva dagli esiti della guerra in corso, che, del resto, volgeva quasi al termine, e negativamente, sicchè il fenomeno sorgeva dall’animo giapponese come eredità dei suoi antichi guerrieri Samurai, armati di sola spada.

[3] Il terrorismo islamico: falsità e mistificazione, all’esito e casi giudiziari, delle risultanze oggettive e delle indagini geo-politiche, storiche e sociologiche, Ed. Gruppo Editoriale Agorà.