Racconto | Il Natale di guerra di mio padre

di Emilio Del Bel Belluz

Ogni anno, in prossimità del Santo Natale, mentre preparo il presepe nella mia casa, penso al Natale che molti soldati hanno trascorso  in guerra. Mio padre ne passò alcuni come prigioniero in Prussia  e la notte Santa chiudeva gli occhi, pensava alla sua casa, a sua madre, che poneva fuori dalla finestra un lume acceso. Questo gesto gli faceva pensare a suo figlio che era lontano.

Alla vigilia del Santo Natale deponeva il bambino Gesù nella mangiatoia con accanto San Giuseppe e la Madonna e aveva il volto bagnato dalle lacrime per il grande dolore; lo stesso gesto che compiva ogni anno il figlio partito per la guerra. La casa paterna era ubicata lungo la strada e chiunque, passasse in quella via, avrebbe notato quel lume accesso sulla finestra da tanti giorni. Quel lume che la madre mise per ben quattro anni finché il figlio ritornò dalla prigionia.

Sua madre passava gran parte della vigilia del Santo Natale a pregare per il figlio che con i suoi camerati in Prussia aveva acceso un piccolo fuoco davanti a un presepe, le cui statue di legno erano state scolpite con grande abilità da un soldato italiano. Alcuni sorveglianti tedeschi le avevano ammirate e si erano fatti il segno della croce. Mio padre pensava al presepe nella sua casa paterna, le cui statue erano state portate da suo padre dall’America, era lo stesso presepio che egli aveva allestito nella piccola baracca dove lavorava come capo cantiere. Il presepe in legno lo aveva portato poi a casa come ricordo di quegli anni passati nella foresta per costruire una ferrovia. Lo aveva messo in quel baule che lo aveva accompagnato per ben dieci volte nei suoi viaggi dal Canada in Italia.

Mio padre, quella notte di Natale, pensava a suo padre che era morto a soli 44 anni, nel 1936 e che aveva fatto la Guerra di Libia del 1911. La notte di Natale, mio padre in quella terra lontana da casa, piangeva come piange un bambino che è lontano dai suoi cari. Nella loro baracca faceva molto freddo, solo in parte mitigato dall’accensione di una stufa ricavata da un bidone di benzina in cui ardeva il ceppo che il cappellano militare aveva benedetto. Un suo camerata si era procurato una bottiglia di grappa, prodotta in modo artigianale. Veniva versata nei loro gavettini, tutti l’assaggiavano e per un momento s’era accesa in loro la speranza che la guerra sarebbe terminata di lì a poco.

Nella baracche del comando i tedeschi bruciavano la loro legna e si raccoglievano davanti al presepe. Quel ceppo benedetto rimaneva acceso tutta la notte, e la piccola comunità d’italiani pregava ed aveva cominciato a nevicare. Ogni soldato raccontava come trascorreva il Natale negli anni precedenti. Quando mio padre mi raccontava dell’ enorme sofferenza provata nei Natali passati in guerra mi riproposi che sarei sempre stato vicino a coloro che avrebbero trascorso il Natale in solitudine. 

Quando ero bambino sono stato alcuni anni in collegio e quando rientravo a casa per le feste natalizie mi accompagnava  il  mio amico Luigino, che  essendo orfano, sarebbe dovuto restare da solo in collegio. Nella notte di Natale anche il mio amico Luigino scartava con molto entusiasmo il suo regalo, era  molto felice e passavamo  parte della notte a leggere alcune pagine molto avvincenti del libro Robinson Crusoe. Da una finestra della casa potevamo ammirare gli alberi di Natale illuminati dei nostri vicini.

Quella notte della vigilia scendeva la prima neve che copriva con il suo manto immacolato ogni cosa. Io e il mio amico non riuscivamo ad addormentarci, pertanto, ci eravamo inginocchiati davanti al presepe per pregare il Gesù Bambino, affinché la pace potesse regnare in tutto il mondo. E’ stato un Natale molto bello per entrambi e per la prima volta mi ha fatto comprendere che la solitudine è una esperienza da non lasciare  vivere a nessuno e che c’è invece un immensa gioia nel condividere i giorni più belli con gli altri.