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Contr’ordine compagni! Le notizie sulla Siria sono tutte “fake”

tratto dal profilo facebook di Alessio Nannini, giornalista indipendente nato a Roma 
(06/01/2018) – Il fatto. Giovedì viene pubblicato un articolo (si veda l’immagine) che dice che il sedicente «Osservatorio siriano per i diritti umani» [noi di AT.com ne parlammo qui] è una cosa finta, gestita da una sola persona residente in Gran Bretagna, per giunta sovvenzionata da un paese occidentale, e che le sue notizie sono di scarsa o nulla attendibilità; poi il giorno dopo, e cioè ieri, si elimina il precedente articolo per sostituirlo con un altro pezzo in cui si avverte che sì, insomma, anche le fonti con base all’estero sono fondamentali sebbene difficilmente verificabili.
Difficilmente anche io, proverò a fare chiarezza in tanta confusione.
Questo «Osservatorio siriano per i diritti umani» è stato sin dall’inizio della guerra tra le nostre fonti principali per capire cosa avvenisse in Siria. Per intenderci, nell’aprile 2013 il New York Times scrisse a riguardo: «Gli analisti militari di Washington si affidano al suo bilancio di soldati e ribelli uccisi per valutare l’evoluzione della guerra. Le Nazioni Unite e le organizzazioni di difesa dei diritti umani rovistano tra i suoi racconti di uccisioni di civili per trovare prove da utilizzare in caso di processo per crimini di guerra. I grandi media citano i suoi dati, noi compreso».
Una cosa autorevole, si penserà; ma l’articolo del NYT non era lusinghiero. Al contrario. Perché spiegava che questa agenzia di filantropi, fondata nel 2006 da tale Rami Abdel Rahman, conta un solo membro, cioè lui stesso, e ha sede a Coventry, che le mappe danno a circa quattromila chilometri da Aleppo; inoltre, fatto non secondario, che il paese indicato come finanziatore è con ogni probabilità la stessa Gran Bretagna che in Siria ha da lungo tempo forti interessi.

Rami Abdul Rahman, in azione “sul campo”. A Coventry (!)

Sebastiano Caputo, giornalista che si occupa di Medio Oriente, scriveva ancora nell’ottobre 2015 che delle informazioni dateci da Rami Abdel Rahman non c’era da fidarsi: «Una foto di dominio pubblico del 21 novembre 2011 lo immortala mentre lascia il ministero degli Affari Esteri e del Commonwealth dopo un incontro, pare, col ministro William Hague, con cui avrebbe ottimi rapporti da anni. Inoltre il NYT rivela che è stato in realtà proprio il governo inglese a sistemarlo a Coventry dopo la fuga dalla Siria».
Ma concediamoci che un incontro possa non volere dire granché, e vediamo nella sostanza le informazioni che questo osservatorio ha dato alle agenzie occidentali. Ne riporto tre, probabilmente le più rilevanti e rilanciate senza criterio dai nostri giornali, più una quarta su cui gravano consistenti dubbi.

Il famigerato incontro

Uno. Il signor Rami Abdel Rahman attribuì con certezza alle forze governative siriane il massacro di Hule nel maggio 2012: almeno 110 civili, di cui circa la metà bambini, uccisi «dalle forze fedeli al presidente Bashar al-Assad». Era falso. La responsabilità, accertata, fu dei “ribelli” appartenenti ad Al-Qaeda.
Due. Il 21 agosto 2013 il sedicente «Osservatorio» accusò Assad di aver utilizzato il gas nervino contro i “ribelli” nella periferia di Damasco, provocando oltre un migliaio di vittime. La smentita fu opera nientemeno che del Mit di Boston, che dimostrò come uno dei missili ritrovati dagli ispettori Onu era stato lanciato da una zona controllata dagli stessi ribelli jihadisti.
Tre. Nel dicembre 2016 le forze governative ripresero Aleppo, e Rami Abdel Rahman parlò di violenze e torture ai danni dei cittadini da parte dei liberatori. Furono diffusi dei video, ma le immagini mostrate risalivano al 2012 e non riguardavano azioni dell’esercito siriano.
Un quarto caso risalirebbe allo scorso aprile, quando a Khan Sheikhun, città sotto il controllo dei “ribelli”, morirono 86 persone, per la metà donne e bambini. Rami Abdel Rahman ricostruì l’accaduto: l’aviazione governativa, su ordine di Assad, aveva effettuato bombardamenti su obiettivi civili con gas tossico, probabilmente il Sarin. Ne seguì il lancio di 59 missili Tomahawk da parte degli Usa contro la base siriana di Shayrat. Tutte le inchieste, nonostante le certezze occidentali, a oggi non hanno portato ad alcuna conferma, e anzi è probabile che le armi chimiche fossero presenti sul territorio colpito e non sui caccia.
Credo che tutti questi siano elementi sufficienti a far dubitare della veridicità di ogni cosa “raccontata” da questo «Osservatorio», che per almeno sette anni ha dato a tutti i nostri giornali notizie come il pane il panettiere. Eppure no: l’articolo in cui finalmente si diceva che nella narrazione della guerra in Siria c’era stata, diciamo così, una certa leggerezza, è stato tolto e sostituito con un pezzo indulgente e assolutorio.
Qualcuno, a riguardo, sospetta di comunicazioni dall’alto. Io le escludo: perché noi viviamo in Occidente, in democrazia, nel migliore dei mondi possibili. Noi siamo l’esempio per tutti gli altri.