La morte dello scrittore Giuseppe Sgarbi (di Emilio Del Bel Belluz)

Pubblichiamo con piacere un piccolo omaggio di Emilio Del Belluz , da anni collaboratore prezioso della Redazione, verso lo scrittore Giuseppe Sgarbi recentemente scomparso al quale Emilio era molto legato.

di Emilio Del Belluz

Apprendo con tristezza la notizia della morte dello scrittore Giuseppe Sgarbi, padre di Vittorio e di Elisabetta.

Rimango molto colpito da questo lutto, come se fosse morta una persona cara della mia vita, lo amo come lo scrittore più caro degli ultimi anni. Lo ammiro per il suo scrivere che mi dà delle profonde emozioni, che mi è difficile esprimere.

Quando muore uno scrittore il pensiero corre ai suoi scritti, a quei tre libri che aveva pubblicato da vecchio, libri che definiscono lo spessore del grande scrittore. I suoi scritti mi colpirono per la loro freschezza,  e per la vena letteraria davvero unica. Li tengo in evidenza nella mia biblioteca, che si divide in tante stanze. Li avevo messi accanto a due libri che sua moglie mi aveva donato, che raccontavano dell’amato fratello della madre di Sgarbi.

Saputa la notizia della scomparsa di Giuseppe mi sono rifugiato nelle pagine dei suoi libri, perché mi sembrava un modo per ricordarlo. Pagine che danno il senso della vita con i suoi momenti, pagine raffinate e belle.

Sono andato poi a vedere il mio fiume Livenza, perché per me era un modo di omaggiare lo scrittore che aveva sempre vissuto in sintonia con il suo Po, che amava molto e che in qualsiasi momento andava ad ammirare, come si ammira una presenza quieta e tranquilla. Specialmente quando si è vecchi i ricordi tornano alla vita vissuta e questo per Giuseppe è stato il fiume della vita.

Il figlio dalle colonne del – Il Giornale – il 5 gennaio scriveva del padre. “ Mio padre compirà novantasette anni il 15 gennaio 2018. E’ appena più  giovane di Leonardo Sciascia, nato l’otto gennaio e che quel giorno ricorderemo, dopo averlo onorato a Racalmuto con una corona di fiori su cui ho voluto la scritta: “ Sai cos’è la nostra vita, la tua e la mia ? Un sogno fatto in Sicilia. Forse siamo ancora lì e stiamo sognando “.  Mio padre ha sognato sul Po, un sogno diverso, lungo l’argine del tempo”.

Parole che riassumono la vita di Giuseppe Sgarbi e che lo legano a quelle acque.

Il 5 gennaio nel mio diario, dove annoto da oltre trent’ anni, ogni giorno le mie storie ho dedicato alcune pagine a Giuseppe Sgarbi, cosa che avevo fatto dal momento in cui avevo scoperto i suoi libri. Lo scrittore negli ultimi anni è stato al centro della cronaca letteraria per i tre libri che ha scritto e che a mio mi giudizio meriterebbero d’essere letti con attenzione.

Sono la sintesi della vita di un grande uomo con un forte senso del dovere e della famiglia. Non si era mai preoccupato di scrivere dei libri prima, lo ha fatto negli ultimi anni della sua vita quando un uomo si lascia trasportare con dolcezza nel mondo dei ricordi. Quando la mano stanca poggiava sulla carta ruvida ed egli sentiva che le parole sgorgavano in modo semplice, in attesa di arrecare una certa serenità.

Chi legge i suoi libri è cullato dall’immagine di un tempo che è passato ma che rimane incollato alla memoria. La sua penna scorreva sul foglio come il fluire dell’acqua del fiume a cui il poeta è legato. Giuseppe è stato un grande narratore, lo osservava ogni giorno come si guarda un grande albero che cresce. Descriveva con grande maestria l’acqua che scorre, i suoi riflessi colorati e l’emanare di quel profumo particolare che ti rimane addosso anche quando ti allontani.

Giuseppe Sgarbi era un grande innamorato del fiume, amava  il fluire delle sue acque, le case dei contadini e dei pescatori collocate lungo le sue verdi sponde e le barche che solcavano il maestoso fiume. Il suo amore verso il Po è stato intenso come quello per la donna della sua vita che ha sposato e dalla quale si è separato per volontà del Signore.

Questo scrittore mi ha fatto pensare ad altri autori innamorati del fiume, quali il grande Riccardo Bacchelli, il buon Giovanni Guareschi e il genuino Gian Antonio Cibotto. Sono degli scrittori che grazie alle loro pagine possono essere paragonati ai custodi della civiltà del fiume. Credo d’aver amato questo scrittore fin dal  momento in cui ho cominciato a leggere le prime righe dei suoi libri.

I tre libri di Giuseppe Sgarbi mi hanno portato lontano e sono carichi di un’intensa voglia di vivere, e tracciano nel cuore del lettore la strada maestra che  dovrebbe percorrere per avere una vita serena.

 Poi ho preso in mano il libro di Giovannino Guareschi : “ Don Camillo ” che nell’ultima pagina così diceva : “ Il fiume scorreva placido e lento, lì a due passi, sotto l’argine, ed era anch’esso una poesia: una poesia cominciata quando era cominciato il mondo e che ancora continuava. E per arrotondare e levigare il più piccolo dei miliardi di sassi in fondo all’acqua, c’erano voluti mille anni. E soltanto tra venti generazioni l’acqua avrà levigato un nuovo sassetto. E fra mille anni la gente correrà a seimila chilometri l’ora su macchine a razzo superatomico e per fare cosa ? Per arrivare in fondo all’anno e rimanere a bocca aperta davanti allo stesso bambinello di gesso che, una di queste sere, il compagno Peppone ha ripitturato col pennellino”.

Oltre al Po, Sgarbi amava anche il fiume Livenza dove con il cognato Bruno Cavallini andava a pescare. Si era innamorato dei paesi attraversati da questo fiume, quali Gaiarine, Polcenigo, Brugnera. Venni a conoscenza di questo dalla signora Sgarbi in una sua telefonata che mi fece per chiedermi un libro in cui il figlio Vittorio aveva fatto un esteso saggio introduttivo. 

Si trattava della voluminosa opera “ La Diga “ – Pettegolezzi umani e diplomatici – Memorie 1880-1959 – dello scrittore Ferruccio Luppis. La moglie successivamente mi inviò due libri, uno su Bruno Cavallini  suo fratello – Lettere di un militare – l’altro “ Davanti a un lago di stelle dipinto”. Era il 15  novembre 2004.

In quest’ultimo libro è riportata la seguente poesia di Bruno Cavallini: “Io voglio vivere pescando/e conto i giorni/della mia esistenza/numerandoli coi soli/ e con la pioggia/che io avrò a godere/ e soffrire; attendendo/ che il sughero s’affondi/ o che risuoni a tratti/ il campanello in cima/della canna, che m’annunci/ la presenza/ di un’immensa carpa/d’un argenteo temolo/ di una trota guizzante/nella solitudine immensa/del Po di Levante,/ del sonoro Livenza./ Io sogno l’esistenza/ cordiale e sincera/di chi non ode/ le prediche snervanti/ degli uomini che credono/ d’avere una missione./ 1968.

Vorrei concludere questo ricordo a Giuseppe Sgarbi trascrivendo alcune righe tratte dal suo libro “Lungo l’argine del tempo”:

“Come la Luna, il fiume sembra sempre identico ma cambia sempre. Il fiume nasce e muore nello stesso letto. Una volta era così anche per gli uomini. Oggi non più. La nostra vita si è moltiplicata. Una volta, se eri fortunato, avevi uno di tutto: un lavoro, una casa, una famiglia… Tutte cose che duravano tutta la vita. Nascevi contadino, morivi contadino. Passare da una sponda all’altra del Po sembrava già una piccola rivoluzione. E’ per certi versi, lo era davvero. Oggi cambi lavoro, casa e spesso anche famiglia più di una volta. Non so se sia meglio o peggio, ma a volte mi chiedo se, con tutte queste vite a disposizione, riusciamo davvero a capire che senso ha quello che ci succede”.