Visto da un militante | Marco Polo (serie tv)

Netflix? Non tutto è da buttare… Abbiamo visto la serie “Marco Polo”, ed è stata una piacevole sorpresa. Ecco la recensione a cura di AzioneTradizionale.com!

(12/02/2018) – Con il rinato interesse per il genere storico, la cinematografia d’oltreoceano  – che non ha perso tempo per accaparrarsi questo nuovo, ma neanche troppo, filone – ha dato vita, il più delle volte, ad un genere spurio, che unisce elementi tipicamente contemporanei con quelli propri all’ambientazione storica e culturale del prodotto.

Se, da un lato, in ciò si possono intravedere strategie di marketing tese ad accontentare lo spettatore moderno, da un altro punto di vista possiamo scorgervi ancora una volta la messianica opera di redenzione del mondo sotto l’egida dell’american way of life, che deve essere uno stile di vita e di pensiero. Poco importa il periodo storico, la fede, i costumi dei popoli, ancor meno l’originalità e l’univoca bellezza del singolo, del limite e del diverso: il cattivo di turno è sempre colui che non incarna i “sacri valori” del progressismo e dell’individualismo. Il buono, invece, colui che  – seppur totalmente anacronistico, è saldo nei principi eterni (!) del “politically-correct” –  libera dal tiranno (che solitamente ha la terribile colpa di essere conservatore e anche un po’ razzista), e dona ai popoli  – che pare non aspettassero altro – la democrazia, la libertà sessuale e l’evoluzionismo sociale.

Marco Polo

In un panorama di questo tipo, la serie di Netflix Marco Polo è una piacevole sorpresa. Non tanto per l’insegnamento che può potenzialmente comunicare, quanto per la neutralità e la fedeltà storica e culturale del contesto in cui è ambientata.

La storia è nota: il giovane Marco Polo, da figlio di mercanti veneziani in affari lungo la Via della Seta, diventa un fedele consigliere del Kahn dei Kahn, il sovrano del più vasto impero della Terra.

Al di là dei costumi e delle bellissime scenografie, immerse in una Mongolia in bilico tra l’aspra bellezza nomade e quella sofisticata della tradizione cinese, e al di là della sceneggiatura, con i canonici tradimenti e lotte di potere in seno al kahnato, colpisce più di tutto il realismo dei personaggi. Sebbene il protagonista sia Marco Polo, la serie assume quasi una connotazione corale nel momento in cui ogni personaggio è estremamente caratterizzato e rappresenta un modello narrativo.

Marco Polo rappresenta la fedeltà: egli, da prigioniero straniero riesce a diventare cavaliere e consigliere del Kahn per la sua fedeltà. Mantiene la parola data a dispetto del legame di sangue e della propria terra d’origine perché vede nel Kahn, non in quanto uomo  – poiché i suoi difetti ben li riconosce –  ma in quanto simbolo, la grandezza di un compito universale e divino.

Kublai Khan

Kublai Kahn rappresenta la dedizione al proprio dovere. Egli a volte sente il comando come un fardello, è costretto ad uccidere i propri parenti o a compiere azioni terribili, pur sapendo l’importanza del suo mandato divino. Eppure è capace di grande compassione e generosità.

Il principe ZhenJin  è l’archetipo dell’eroe: saggio, abile in combattimento, bello ma al tempo stesso umano, con le sue debolezze e le sue gelosie.

L’imperatrice Chabi è l’esempio di come un personaggio femminile possa essere un personaggio di carattere, pur senza scimmiottare goffamente l’uomo. Ella è sostegno imprescindibile del Kahn, e come suo marito ha su di sé molte delle responsabilità del regno, rimanendo tuttavia nel suo ruolo e mai prevaricando il marito.

CentoOcchi è il monaco taoista che rappresenta la saggezza. Egli, dapprima schiavo e prigioniero, dopo essere stato menomato dal Kahn ottiene ciò che potremmo definire un’intuizione intellettuale e giura fedeltà allo stesso uomo che lo ha reso cieco, giungendo persino a rinunciare all’amore. La dottrina taoista tramite le sue parole è  – cosa singolare per una serie tv –  resa efficacemente e fonte di meditazione.

Kaidu è il nemico valoroso. È colui che sfida il Kahn pur seguendo sempre le regole e i principi dei mongoli; è fedele alle tradizioni e al mandato dei padri ma si lascia corrompere dalla madre e da Ahmad, perdendo le sue pretese al trono.

L’Imperatrice Chabi

È interessante notare come l’aspetto fisico e caratteriale rispetti il ruolo dei personaggi: così se l’edonismo del Kahn è rappresentato dalla sua stazza e la bellezza di ZhenJin dalla sua Virtù, i personaggi negativi sono perversi (come Ahmad o il cancelliere grillo) o dediti a pratiche telluriche (come la madre di Kaidu).

Altro aspetto interessante è lo studio che sembra essere dietro alla produzione Netflix, soprattutto in campo religioso e culturale, nell’ampliare le vicende narrate nel Milione (da notare ad esempio le allusioni al Prete Gianni e agli insegnamenti esoterici del taoismo).

In conclusione, oltre la sceneggiatura, la regia, i costumi e le scenografie, Marco Polo si lascia apprezzare proprio per la sua quasi totale mancanza di politicizzazione in senso moderno e anacronistico, per i personaggi veramente ben caratterizzati e positivi e per la dovizia e la cura nel rendere fedelmente il periodo storico nel quale è ambientato.

In un contesto cinematografico, dove per avere successo si deve tendere verso il basso per lasciar immedesimare la massa e i suoi beceri appetiti (sesso-soldi-sangue), o tendere all’esagerazione insensata, per esaudirne il bisogno di spettacolarità, Marco Polo è una piacevole singolarità in un universo di omologazione culturale e politica.