Letto da un militante | L’ultima raffica

L’ultima raffica
di Antonio Guerin

Passaggio al Bosco, Firenze, 2017
Prefazione di Maurizio Rossi

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Non aveva ancora compiuto 14 anni Maurizio Marchettini, il più giovane degli squadristi destinati a presidiare un casolare nel Nord Italia. Il più alto in carica – il vicecaposquadra Rodolfo Bacci – appena 19, ed una medaglia d’argento al petto, conquistata nelle fila della Decima Mas l’anno precedente.

Erano le ore più drammatiche della storia, quelle che stavano vivendo i protagonisti del racconto di Antonio Guerin, la cui testimonianza viene romanzata nella forma ma non nella sostanza. Autore de “L’Ultima Raffica”, Guerin è stato un volontario della Repubblica Sociale Italiana, giornalista, nonché editore ed un infaticabile scrittore. E’ grazie alla sua figura, fedele alla consegna fino alla morte, che oggi possiamo leggere, tra le altre, le opere di Léon Degrelle, di cui era molto amico. Egli ci rivela un’Italia che non siamo abituati a conoscere, fatta di fedeltà all’Idea e alla parola data, di lealtà all’alleato e totale devozione alla causa, totalmente eclissata dalle memorie ufficiali e demonizzata dagli organi di potere. Un’Italia che ancora oggi è scomodo ricordare, sottaciuta dai libri di storia ed il cui solo riferimento è perseguito attraverso leggi dissennate e liberticide.

Quella delle Edizioni di Passaggio al Bosco, è la ristampa di un testo imprescindibile per la conoscenza di quel periodo storico, la cui cronaca riguarda la Repubblica Sociale Italiana ed i suoi combattenti, passati alla storia come “i giovani leoni, che pur di riscattare la Patria dal tradimento dell’8 settembre ‘43, immolarono la loro giovinezza sull’altare del coraggio e dell’onore, senza chiedere nulla in cambio.

Ragazzi che arrivavano da nord a sud, spesso contro la volontà dei genitori, fuggendo di casa e, non di rado, falsificando i documenti per andare ad ingrossare le fila della neonata Repubblica. Volontari di ogni regione, che mentre tutti disertavano e si davano al bellum contra omnes, reindossarono la camicia nera al seguito del comandante Alessandro Pavolini, capo del corpo militare delle Brigate Nere, milizia politica senza galloni, composta di giovani e giovanissimi, il cui unico scopo era continuare a combattere fino all’ultimo respiro per riscattare la vergogna dell’improvviso ed infame cambio di casacca.  

Mussolini in visita alla V Brigata Nera Mobile Alpina “Enrico Quagliata” in Val Camonica

Sono sette i personaggi che si ritrovano a piantonare la colonica del Nord, ognuno caratterizzato in base al luogo di provenienza: differiscono per età, modi di fare, lineamenti; talvolta neanche comprendono i dialetti gli uni degli altri, tanti sono i chilometri che li separano. Eppure adesso sono insieme, condividono i pasti, il dormitorio, il freddo delle sere, l’insicurezza dell’avvenire, la sorte dei propri genitori. Diversi, ma accomunati da qualcosa di superiore alla contingenza del momento: un ideale per il quale morire, un vincolo di sangue alla parola data, ai camerati, alla Patria. Nessuno di loro sa cosa riserverà il fato, ma nonostante questo, non passa attimo in cui non godano della sacralità della vita, nelle sue più intime e semplici manifestazioni. Uno stornello cantato a squarciagola può bastare a scacciare la paura di un agguato, un corsa nel prato a mitigare la nostalgia di casa, una parola di conforto dai camerati l’incertezza per l’ignoto, per un nemico che sanno esserci, che sta osservandoli in ogni loro mossa, che non avrà pietà dei loro pochi anni e che, se ne avrà modo, non esiterà a metter fine alle loro giovani vite. L’epilogo di quell’eroica resistenza si avvicina ed il racconto si fa sempre più tormentato e commovente.

Anche se consapevoli dei rischi, nessuna esitazione dimora nei loro cuori. Ciò che stanno facendo è giusto, l’Idea per la quale sono pronti al sacrificio supremo, l’unica, la lealtà alla quale si appellano, inamovibile, il Fascismo, molto più di un’ideologia: un sentimento d’amore. Una conferma, quella dei giovani squadristi, che ci è trasmessa dalla massima – da loro incarnata attraverso la totale e libera offertà di sé – secondo la quale “nei momenti felici la gioventù riceve gli esempi, nei momenti difficili li dà”.

Hanno meno di 20 anni, ma sono abbastanza.
La stanchezza è logorante, ma la resistenza è disperata.
Sono pronti a lasciare la vita, ma il loro nome riecheggerà in eterno.
Non vogliono essere dimenticati: loro sono i giovani leoni.