J. Evola | Orizzonti di Mistica Fascista

 

da RigenerAzione Evola

 
Proprio in questi giorni, sta avvenendo la ristampa, ad opera di CinabroEdizioni (www.cinabroedizioni.it), di Mistica della Rivoluzione Fascista antologia di scritti del capo della Scuola di Mistica Fascista, Niccolò Giani, che verrà presentato a Roma il prossimo 10 marzo.
Evola fu incuriosito ed ebbe rapporti con la Scuola, tanto da scrivere sul periodico “Dottrina Fascista”, voce dei ‘mistici’. Il Barone si preoccupò che le intuizioni di Giani e dei suoi camerati, incarnate in vita vissuta con l’incomparabile sacrificio militare degli anni seguenti, fossero sviluppate e in qualche modo sublimate alla luce della visione del mondo tradizionale, in articoli come questo, sulla razza, ed il seguente,  che prende spunto dal primo convegno della Scuola di Mistica Fascista, svoltosi a Milano nel 1940.

ORIZZONTI DI MISTICA FASCISTA. DOPO IL CONVEGNO DI MILANO

(tratto da Il Regime Fascista 26 aprile 1940)

Il Convegno di Mistica fascista, tenutosi or non è molto a Milano, ha avuto dei risultati che non possono non attirare l’attenzione di chiunque segua gli sviluppi della cultura fascista. Circa cento relazioni e quaranta comunicazioni, quale pur sia il loro valore, sono un segno indiscutibile di un interesse sentito e di un fermento spirituale, specie se si consideri che l’adesione al Congresso era affatto libera ed esso nulla prometteva a chi, per avventura, fosse stato mosso da secondi fini. Tutto questo materiale sarà raccolto in un volume, che rappresenterà senza dubbio un documento assai interessante: noi ce ne occuperemo certamente, in sede adeguata, non appena vedrà la luce. Ma nel frattempo crediamo già opportuno dire qualcosa sulle idee generali affermatesi nel Convegno, riferendoci alla relazione generale in proposito fatta alla chiusura da Niccolò Giani, Direttore della Scuola di Mistica fascista e organizzatore e animatore del Convegno stesso: relazione, ora uscita sotto forma di brochure. La prima giustificazione del parlar di mistica in riferimento al fascismo sta già nelle origini e nell’aspetto più immediato del movimento. Una fede e una volontà eroica ha stretto all’inizio un pugno di uomini intorno a Mussolini, una idea, un mito, ha animato la loro lotta e l’ha nettamente differenziati da quella di coloro che invece si mossero sotto influenza di considerazioni materialistiche, di utopie di benessere economico socializzato e proletarizzato. Questo elemento si è conservato in tutto lo sviluppo del fascismo. Anche recentemente Mussolini ha dato «fede che muove le montagne» come una parola d’ordine fascista ed ha senz’altro parlato del Fascismo come di un «Ordine». Arnaldo Mussolini aveva già ravvicinato al tipo domenicano l’ideale della intransigenza fascista. E’ dunque legittimo parlare di un contenuto «mistico» in senso generico del fascismo.

Come secondo dei punti risultati dai lavori del Convegno, si ha la giustificazione del carattere mistico della Rivoluzione attraverso la sua decisa negazione del razionalismo e di tutti i suoi corollari sociali e culturali. Giustamente si è ravvisato nella società e nella civiltà, contro cui il fascismo è sorto, e nella crisi generale dei valori, che la nuova cultura fascista vuol superare, una conseguenza del razionalismo.

Non siamo però d’accordo nel vedere essenzialmente in Cartesio il punto di partenza di tutto il processo involutivo e di decadenza (p. 6). Razionalismo, umanismo, riforma, individualismo, naturalismo sono fenomeni strettamente solidali per cui, per lo meno si dovrebbe risalire al periodo della Rinascenza, che è effettivamente quello dell’inizio del «tramonto dell’Occidente». Il camerata Giani (p. 12) riferisce, è vero, che varie relazioni si sono date a «sfatare la leggenda di un Rinascimento in funzione anti-medievalista e individualistica». A suo tempo le leggeremo con interesse, ché per noi non si tratta per nulla di una leggenda, ma di un fatto reale e positivo per chiunque si ponga dal punto di vista di una intransigenza tradizionale.


Una tesi ulteriore, ardita quanto suggestiva, è che il fascismo, secondo l’atteggiamento ora indicato, non rappresenta un fenomeno sporadico ma continua una tradizione italica e unitaria che avrebbe 25 secoli di storia. E stata affermata l’esistenza di un pensiero proprio alla stirpe italica, «individuato negativamente da un espresso atteggiamento antintellettualistico e antirazionalistico – si badi, diciamo antirazionalistico e non antirazionale e tantomeno irrazionale – e positivamente espresso da una accesa concezione superindividualisica della vita» (p. 14).

Sarà interessante vedere come si sia giunti a fondare oggettivamente questa tesi. Qui vale intanto sottolineare che, con ciò, si è venuti assai opportunamente a superare la confusione fra irrazionalismo e antirazionalismo – ed anzi Giani giunge addirittura a dire: «Ripetiamo, non irrazionale o suprazionale, ma superrazionale è la nostra vera tradizione» e molto opportunamente, per prevenire assimilazioni pericolose, date le correnti sospette che la parola oggi è ormai andata a significare, ha respinto la proposta di identificare l’antirazionalismo fascista allo «spiritualismo» (p. 18).

Qualora si tenesse fermo a questo punto e ad esso si desse un coerente sviluppo, si potrebbe davvero assicurare alla «mistica fascista» un contenuto particolarmente originale e rivoluzionario e una precisa posizione di superiorità rispetto a tante correnti contemporanee che si dibattono vanamente fra gli estremi polemici, parimenti paralizzatori, dell’antitesi razionalismo-irrazionalismo e che così spesso non sfuggono al culto della ragione che per passare a quello di ciò che effettivamente alla ragione è inferiore: gli ebrei Bergson e Freud insegnino.

Si tratta, perciò, di una veduta ben ordinata e gerarchica, che della ragione combatte solo le prevaricazioni, le pretese di esclusivismo e il culto superstizioso che tributa riconoscimento alla ragione se sta al posto suo e, di là dal razionale, afferma la esistenza positiva di una realtà superiore, a cui si piò accedere solo superando il vincolo e il limite dell’individualità. E qui Giani mette in risalto un nuovo tratto distintivo della «mistica fascista»: ad essa è proprio il concepire in termini «eroici» questo superamento dell’individualità e poi il non arrestarsi al momento «contemplativo», ma il tradurre in forme di azione, di creazione, di dominio e perfino di una realtà politica che, per ciò stesso, ha fatalmente caratteri di universalità, quel che in culminazioni di vita interiore, ovvero attraverso la fede e la partecipazione, si è colto da quell’ordine superindividuale e superrazionale.

Niccolò Giani

Tutto ciò è perfettamente «in ordine» e ben si può dire che Giani ha ragione, nel dichiarare (p.23) che simili punti di riferimento rappresentano l’attesa del mondo contemporaneo, perché essi soli potrebbero trarlo effettivamente fuor dalla crisi, in cui si trova. Solo che a tutte queste vedute occorrerebbe saper dare degli sviluppi adeguati, con coerenza, intransigenza e radicalità. Ma, a parte le buone intenzioni e le aspirazioni, quanti sono coloro che, nell’Italia di oggi, a ciò sono davvero qualificati?

Si potrà anche individuare una tradizione di persone che hanno ammesso il superrazionale, che su di esso hanno scritto, costruendo elevate filosofie o ingegnose teorie gnoseologiche, ovvero che ne hanno fatto l’oggetto di moti sentimentali e passionali. Assai più difficile sarebbe però individuare una tradizione di persone, che questo «superrazionale» lo abbiano davvero conosciuto e realizzato, fino ai giorni nostri. E già l’accennare a simboli e ad antichi insegnamenti, che a questo piano si riferiscono, non incontra forse oggi, se non lo scandalo, almeno l’incomprensione e l’apatia anche di coloro che si professano «spiritualisti», ma nei quali lo spiritualismo e perfino l’antirazionalismo non sono spesso che atteggiamenti teorici epperò cose così poco incapaci di portarli di là dal limite individuale, quanto gli opposti atteggiamenti?

Molto opportunamente Giani dice dunque che la mistica non va scolasticamemte definita, perchè non è oggetto di teoria, bensì di vita. «E’ uno stato d’animo, un grado di perfezione dello spirito» (pp.29-30). Questo è il segno della soglia: di là da essa occorrerebbe vedere e agire. Qui, naturalmente, ci riferiamo ai culmini, ai contatti, per dir così, fra mondo e supermondo: non al misticismo in senso subordinato di coloro che solo saranno la  milizia entusiasta di forze superiori, tradotte, per essi, nella forma di ideali e di fedi tangibili.

Individuati così i compiti, bisognerebbe anche chiarire un problema, che, a quel che sembra dalla relazione di Giani, nel Convegno, forse per ragioni contingenti e per eccessivo scrupolo, è stato alquanto confuso. Giani parla di un «sistema che, senza esser sovrannaturale, è nettamente soprarazionale» (p. 14) affermando altresì che «c’è una mistica che è politica, perché riguarda il finito, l’umano, quello che c’è in questa terra». Di fronte ad essa vi è un misticismo religioso, «esclusivamente religioso».

E si afferma che, malgrado le analogie e le eventuali confluenze degli scopi, la demarcazione è netta, «come quella che intercorre tra l’umano e il divino, tra il terreno e il sovrannaturale» (p.20). Noi siamo del parere che tale posizione sia estremamente pericolosa (dottrinalmente, beninteso, praticamente potrebbe anzi essere comoda) e perfino risenta di ciò che di dualismo semitico e antiario sussiste in alcuni aspetti delle credenze occidentali. Con questa «demarcazione netta» tutto ciò che si era conquistato con le precedenti precisazioni corre infatti pericolo di venir perduto

Come assicurarsi che lo slancio superindividuale del singolo non vada a condurlo nell’irrazionale, anziché nel superrazionale, e che la mistica politica, incondizionata dedizione all’idea di Stato, della razza, ad un capo, non vada ad assumere tratti «pagani» nel senso cattivo, quando non si sia certi, che certi «contatti» esistono? Quando non si venga alla concezione secondo la quale la legge della terra non è un riflesso e una corrispondenza analogica di una legge trascendente tutto sia ordinato in modo che il singolo, nel punto di respingere il limite individuale, rientri nell’orbita di influenze realmente «trascendenti» e «divine»?

In fondo, il problema centrale sta proprio qui e solo da una sua soluzione può venire l’ultima parola circa la legittimità 0 meno, di connettere positivamente la parola «mistica» ad un movimento politico e militante.

Formulare le vie di partecipazione al «sovrannaturale» che possano dare alla «mistica fascista» un carattere davvero sacro pur senza venire a confusioni con le vie che, a tanto, sono invece indicate a chi avesse vocazione di santo o di sacerdote, questo a noi sembra il punto decisivo, da cui, in fondo, tutto il resto dipende per evidenti ragioni sistematiche e gerarchiche. Sarà interessante vedere se qualcuno, prendendo la ispirazione dai lavori del Convegno, saprà affrontarlo e dirci qualcosa di conclusivo e di dottrinalmente saldo in proposito.