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Perché la Francia ha così a cuore il Niger? Ma soprattutto, perché l’Italia ha inviato lì una missione?

L’esodo dei migranti che ogni giorno arrivano sulle coste italiane parte anche dal Niger. Un Paese ex colonia francese da cui ogni anno partono migliaia di migranti economici perché, diciamolo subito, in Niger non c’è nessuna guerra. Eppure il Paese africano è uno dei primi quattro produttori mondiali di uranio, elemento indispensabile per la produzione energetica nucleare. A differenza, però, degli altri Paesi produttori il Niger è una “ex” colonia, costretta di fatto nella medesima situazione d’un tempo da Parigi. I nostri cugini d’Oltralpe, infatti, sfruttano i giacimenti del Paese e, complice la corruzione locale, non reinvestono nulla nel Niger (lo stanno facendo i cinesi), evadendo dazi e tasse a loro piacimento. Con tutto vantaggio dei loro 58 reattori nucleari alimentati con materie prime a bassissimo costo.
Il risultato è che l’Italia è costretta, succube anche di Parigi, a subire gli umori parigini e soprattutto la loro volontà di non aiutare i nigerini in casa loro. Masse di persone che provengono da Stati con materie prime sfruttate da altri e che ne impediscono un regolare sviluppo economico e sociale, gli stessi che a Ventimiglia bloccano il futuro delle medesime persone. Fateci caso.

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L’articolo che proponiamo è di Luglio 2017 tuttavia, negli ultimi giorni siamo tornati piu volte sull’argomento e questo articolo chiarisce i motivi e i “perchè” Francia e Italia si trovino li in Niger.

(reportdifesa.it) – La francese Areva, leader mondiale dell’industria nucleare, è controllata all’87% dal Governo di Parigi, quindi ad oggi “dal nostro alleato” Macron. Ricordiamo che la Francia è il Paese che più in Europa si affida all’energia atomica: sono ben 58 reattori presenti sul territorio nazionale, un vero record. Tutti rigorosamente posizionati intorno ai confini. L ‘Europa non ha riserve d’uranio in grado di soddisfare la richiesta nucleare.

Areva quindi, fin dal lontano 1969, si è tuffata in un mercato allora inesplorato come quello del Niger, che risulta essere il quarto produttore mondiale del prezioso metallo. Solo Kazakistan, Australia e Canada fanno meglio. La multinazionale deve un suo terzo di produzione alle estrazioni in Niger: uno studio (commissionato dal governo francese nel 2012 ) indica che ben un reattore transalpino su cinque viene alimentato dalle estrazioni africane.

Si può ipotizzare un affare per il Niger? Assolutamente no, visto che tra il 1970 ed il 2010, solo il 13% dei guadagni estrattivi sono finiti nelle casse dello stato dell’Africa Occidentale. Oggi i nigerini sono in prima linea con il Governo nella protesta contro la Francia, il cui sfruttamento minerario (coloniale in pratica) ha portato in quarant’anni la contaminazione di vaste aree un tempo coltivabili, salari bassi per i minatori, rischi sanitari e non chiare operazioni finanziarie con il Presidente (o dittatore) di turno.

In cambio di tutto questo, nessuna scuola, né ospedale, sono stati costruiti dai francesi (ci stanno pensando i cinesi), che invece comprano uranio nigerino a poco più di 65 dollari al Kg, contro il prezzo attuale di circa 150 dollari al Kg, senza dazi, quindi circa 82 milioni di euro che non finiscono nelle casse dello Stato africano, di fatto obbligato a rivolgersi a Parigi senza possibilità di creare mercato.

In questo contesto la Cina si è inserita nella politica locale finanziando un ponte, partecipando alla costruzione di strutture scolastiche e sanitarie, ottenendo delle concessioni di sfruttamento minerario più vantaggiose per il Niger. Il punto è quindi politico. Nell’era post-coloniale, la Francia la faceva da padrone nelle economie della FranceAfrique. Viene da sorridere pensando a chi inserisce nei discorsi Etiopia, che fu poi appannaggio sovietico o Somalia, unico Paese in cui uno Stato occidentale, l’Italia appunto, applicò una sorta di piano Marshall per dieci anni di ricostruzione assistita. Ora è un po’ più difficile anche per i rodati colonialisti francesi, scappare con il bottino e lasciare un pugno di mosche agli africani non è più semplice come un tempo.

Avanza – e speriamo con venga falcidiata – una nuova generazione di dirigenti africani, che ha studiato all’estero, che sa, che non ama gli ex colonizzatori. E non bastano più le valigette piene di dollari, le famose tangenti internazionali. La corruzione non paga più. Il presidente del Niger vuole che vengano aumentate le royalty sul valore totale dell’uranio estratto dai francesi: finora sono state circa del 5,5%. E chiede di aumentare la tassazione, i dazi sull’export, ora inesistenti, sul minerale destinato in Francia. Il Niger quindi vuole almeno il 12%. I francesi temporeggiano, mentre pagano di più negli altri siti estrattivi. In Kazakistan le royalty sono del 18,5%.

In Canada la stessa Areva paga il 13% alla provincia di Saskatchewan. Insomma solo ai nigerini vengono fatti prezzi stracciati. Nel 2014 la destabilizzazione del nord del Niger ha portato i francesi ad intervenire militarmente, di fatto occupando zone strategiche dal punto di vista economico.

Le lungaggini sulla stipula del contratto avevano fatto tremare Areva (e Governo), che nel frattempo aveva concluso accordi d’esclusiva per la vendita d’uranio arricchito al’Ucraina, in piena rotta di collisione con la Russia. Un caso, a pochi giorni dalle sanzioni ai russi? La Francia, a ben ricordare, fu tra i primi a sanzionare il gigante russo, con particolare attenzione alla prospettiva energetica e mineraria. Il filo conduttore della politica energetica francese corre da Kiev all’Africa Occidentale, de facto in mano alle multinazionali occidentali, moltissime a controllo statale. Ma la Ue non avrebbe dovuto liberalizzare? Si scopre poi che Parigi con le statalizzate faccia affari in mezzo mondo, dai treni alle navi.

Nigeria, Ghana, Mali hanno situazioni similari al Niger, questo colonialismo di ritorno porta le popolazioni locali ad andarsene, a fuggire. Chi lavorerebbe quasi a mani nude in una cava d’uranio? Sottopagato e senza prospettive? Lo sfruttamento a senso unico del territorio si abbatte sull’economia di intere regioni. Gli immensi interessi francesi nelle miniere a cielo aperto di uranio in Niger sono anche uno dei motivi che hanno spinto la Francia ad intervenire in modo risolutivo in Mali (usando i bombardieri e i reparti speciali) e ad agire con determinazione in tutta la regione per non perdere posizioni.

Si veda la Repubblica Centro Africana, l’intervento in Costa D’Avorio e le pressioni e influenze in Ciad. La crisi nelle trattative tra Areva e il Governo nigerino è determinata anche dal fatto che quest’ultimo può oggi ribellarsi alle imposizioni di Parigi perché sa di poter concedere diritti di sfruttamento del proprio uranio a potenze come le emergenti economie asiatiche: la Cina, l’India, la Russia e non solo. Intanto nell’Africa Occidentale le aspettative di vita sono bassissime, in queste zone arriviamo in media ai diciassette anni.

L’esodo dei migranti che ogni giorno arrivano sulle coste italiane parte anche da qui. Masse di persone che provengono da Stati con materie prime sfruttate da altri e che ne impediscono un regolare sviluppo economico e sociale, gli stessi che a Ventimiglia bloccano il futuro delle medesime persone. Fateci caso.