Una ricerca post-voto scopre l’acqua calda: i ricchi votano PD, i poveri no.

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Una recentissima ricerca del CISE (Centro Italiano Studi Elettorali) dimostra che fra tutti i partiti, nessuno mostra effetti significativi della classe sociale: la propensione a votarli (che sia alta o bassa) non varia in modo significativo tra le classi sociali. L’unica eccezione è il PD: per questo partito si registra invece una propensione al voto bassa nelle classi sociali basse e medie, e invece sensibilmente maggiore nella classe medio-alta, che quindi configura un confinamento di questo partito nella classe medio-alta. Un dato emblematico che è alla base del recente tracollo elettorale della Sinistra: sempre più cortocircuitata verso i “diritti” e sempre meno attente alle esigenze del mondo reale.

(www.cise.luiss.it) – All’indomani del voto, alcuni primi elementi suggeriscono che uno dei motivi del fragoroso esito elettorale del 4 marzo sta nella scarsa capacità dei partiti tradizionali di rispondere in modo efficace alle inquietudini degli italiani. Inquietudini generate dalle profonde trasformazioni socio-economiche che stanno investendo il nostro paese. Abbiamo suggerito questa interpretazione in una prima analisi su dati a livello provinciale, in cui mostravamo che – a parità di varie condizioni socio-economiche – le province con livelli più alti di disoccupazione presentavano maggiore crescita del M5S, mentre le province con maggior aumento della presenza di immigrati presentavano un voto più alto alla Lega.

Questo risultato è interessante e significativo, perché è in linea con una teoria ormai consolidata, proposta per la prima volta dal gruppo di ricerca di Hanspeter Kriesi nel 2006 (Kriesi et al. 2006), per cui nei paesi dell’Europa Occidentale i cambiamenti nei comportamenti di voto e il successo di nuovi partiti sarebbero legati agli effetti di processi di trasformazione come la globalizzazione (sia in senso economico che in senso culturale) che – nel loro produrre vincenti e perdenti (ad esempio i lavoratori i cui posti di lavoro vengono delocalizzati, vedi il recente caso Embraco) – generano conflitti che possono essere cavalcati e politicizzati con successo dai partiti.

Abbiamo iniziato ad approfondire quest’analisi su dati di sondaggio raccolti nelle ultime settimane prima del voto (con risultati che pubblicheremo nei prossimi giorni), ma – nel prepararla – ci siamo imbattuti in un risultato inaspettato, che abbiamo ritenuto di pubblicare immediatamente: la scoperta che una variabile che ritenevamo ormai irrilevante nella realtà politica italiana, la classe sociale, ha in realtà un effetto significativo sul voto, e in una direzione inaspettata.
Il risultato in sintesi: Il PD è l’unico partito per cui si registrano effetti significativi della classe sociale sul voto, ma nella direzione inattesa di un suo confinamento nelle classi sociali più alte e con un reddito più alto. In sostanza il PD del 2018 sarebbe diventato il partito delle élite. Il che aiuterebbe a spiegare perché la parte d’Italia preoccupata dalla precarietà economica e agitata da paure identitarie si sia indirizzata – dando loro oltre il 50% dei voti – verso partiti come Movimento 5 Stelle e Lega.

Vediamo più in dettaglio i risultati. Uno dei sondaggi condotti dal CISE nella settimane prima del voto comprendeva una domanda specifica riguardo alla autopercezione dell’intervistato della propria classe sociale. Si chiedeva di scegliere tra varie parole quale si riteneva più adatta per descrivere la propria classe sociale: classe operaia, classe medio-bassa, classe media, classe medio-alta e classe alta. In secondo luogo, abbiamo usato anche una domanda relativa agli standard di vita dove la persona collocava se stessa, su una scala da 1 a 7 dove gli estremi erano rispettivamente gli standard di vita di una famiglia povera e gli standard di vita di una famiglia ricca (entrambe le domande sono utilizzate di routine con queste formulazioni in varie indagini internazionali, così come la domanda sulla propensione di voto verso un partito, su una scala da 0 a 10).

I risultati, come dicevamo, sono sorprendenti:

– Tra tutti i partiti, nessuno mostra effetti significativi della classe sociale: la propensione a votarli (che sia alta o bassa) non varia in modo significativo tra le classi sociali;

– L’unica eccezione è il PD: per questo partito si registra invece una propensione al voto bassa nelle classi sociali basse e medie, e invece sensibilmente maggiore nella classe medio-alta, che quindi configura un confinamento di questo partito nella classe medio-alta.

In termini grezzi (ovvero le semplici percentuali di voto al PD nelle varie classi, ma col rischio dell’effetto di altre variabili, ad esempio a causa del maggior livello di istruzione delle classi più alte), il voto al PD – rispetto al 18,4% dell’intero campione – è del 13,1% nella classe operaia, del 19,4% in quella medio-bassa, del 18,3% in quella media, mentre sale al 31,2% in quella medio-alta. Tuttavia, per stimare l’effetto della classe al netto di quello di altre variabili, abbiamo stimato un modello statistico di regressione lineare che comprende molte variabili di controllo. Il dettaglio è nel grafico in figura 1, che mostra come varia la propensione a votare il PD (su una scala da 0 a 10) al variare della classe sociale, dopo aver eliminato l’effetto di altre variabili (zona geografica di residenza, dimensione del comune, sesso, età, titolo di studio, professione, settore di attività – di queste vedi gli effetti più avanti). Per ogni barra è anche riportato il margine di incertezza statistica della stima.

Come si può vedere, tra le prime tre classi sociali riportate (operaia, medio-bassa, media) la propensione a votare PD rimane complessivamente abbastanza bassa, senza differenze significative. E invece nella classe più alta compresa nel nostro campione (abbiamo combinato insieme gli intervistati della classe medio-alta e alta perché quelli nella classe alta erano troppo pochi) sale ai livelli tipici di una buona probabilità di voto PD. Questa differenza è statisticamente significativa (ovvero, è trascurabile la probabilità che questo risultato sia soltanto effetto del caso), come si può vedere dal fatto che, anche tenendo conto della forbice di incertezza statistica, la propensione nella classe medio-alta è superiore a quella nelle altre classi sociali.

Questo risultato è ulteriormente rinforzato dall’ulteriore analisi sul livello di standard di vita (ovvero considerare il proprio standard di vita più vicino a quello di una famiglia povera oppure a quello di una famiglia ricca). Anche qui emerge un effetto analogo per il PD (dettagli non mostrati qui), che quindi vede la propria propensione di voto salire in modo sensibile tra le persone con uno standard di vita più agiato. In questo caso si tratta un effetto condiviso con altri partiti (in particolare con Forza Italia), anche se non con la stessa forza e nettezza.

In sintesi: diversamente da tutti gli altri partiti, il sostegno al PD appare confinato nella classe sociale medio-alta. Messo insieme agli altri dati visti precedentemente (l’effetto di disoccupazione e immigrazione), questo dato appare un ulteriore tassello rilevante per comporre il mosaico del risultato del 4 marzo. Il fatto che il PD (il grande sconfitto di queste elezioni, il cui tracollo elettorale costituisce una gran parte – come mostrato dalle analisi di flusso dell’Istituto Cattaneo – del successo della Lega e del M5S) appaia confinato nella classe medio-alta – che lo configura quindi come partito delle élite – è infatti coerente con la strategia scelta dal partito di puntare su temi come l’innovazione tecnologica, i diritti civili, l’integrazione europea, la globalizzazione, e più in generale con una narrazione ottimistica delle trasformazioni dell’economia e della società contemporanea. Tuttavia l’altra faccia di questa strategia è che, inevitabilmente, i ceti che si sentono minacciati dagli effetti negativi di queste trasformazioni non hanno percepito il PD come un partito in grado di ascoltare le loro istanze.

Questo è accettabile per un partito d’élite; ma chiaramente non lo è per un grande partito di massa a vocazione maggioritaria che voglia esprimere una cultura di governo. Nella storia d’Italia simili grandi partiti (dalla Democrazia Cristiana a Forza Italia, dal PdL fino all’esperienza dell’Ulivo) hanno sempre espresso la capacità di conciliare l’attenzione ai ceti più dinamici della società con la capacità di comprendere e sostenere chi rimaneva indietro. Ignorare i ceti più deboli è una strategia legittima, ma bisogna sapere che questo porta inevitabilmente a restringere in modo radicale il proprio bacino di consenso. Vedremo come evolverà la strategia del Pd.

Appendice: gli effetti di altre variabili sociodemografiche

Sullo sfondo di quest’analisi abbiamo anche considerato ovviamente le classiche variabili sociodemografiche, per cui sono emersi gli effetti statisticamente significativi riportati nella Tabella 2. In estrema sintesi:

  • Zona di residenza. Vivere nella c.d. “Zona Rossa” non ha più effetti: gli unici effetti significativi della zona di residenza sono per il Sud (aumenta il voto al M5S, lo diminuisce alla Lega);
  • Sesso. Le donne tendono a votare +Europa più degli uomini, e il M5S meno degli uomini;
  • Età. Rispetto alla generazione mediana (45-54), i giovani 18-29 (ma anche i più anziani: la differenza è con le generazioni di mezzo) tendono a premiare PD, +Europa, e LeU. La Lega è sfavorita tra i giovani; il M5S è sfavorito tra gli over 65.
  • Istruzione. Livelli più alti di istruzione premiano PD, +Europa e LeU, e sfavoriscono la Lega.
  • Condizione professionale. Ha pochi effetti sparsi: le casalinghe hanno una propensione più alta verso FI; i pensionati puniscono il M5s. Infine, ad ulteriore rafforzamento dei risultati dell’articolo, i disoccupati puniscono il PD.

Tabella 2 – Effetti statisticamente significativi di varie caratteristiche sociodemografiche sulla propensione a votare diversi partiti