domenica 16 dicembre 2018
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Elezionivacciniterrorismoanimaliblablabla, ma L’Aquila ancora sanguina

In Italia si piangono grossi lacrimoni per le tragedie appena accadute. Ma poi si dimentica facilmente tutto questo dolore, appresso alle futili novità e alle notizie meno importanti ma più sensazionali, tra gossip, populismo e menate varie. Così, nessuno racconta che, a distanza di 9 anni dal sisma, a L’Aquila la situazione è ancora vergognosamente bloccata. In 9 anni si può costruire qualsiasi cosa: basta l’intenzione, la volontà, la solidarietà e l’onestà. Peccato che siano tutti elementi mancanti nella classe dirigente italiana, incompetente e/o truffaldina, evidente riflesso del popolino italiota. Ah, quando c’era Lui…
(www.repubblica.it) – 06/04/2018 – Sisma Abruzzo, all’Aquila nove anni dopo tanti cantieri aperti e segnali di ripresa. Ma la normalità è ancora lontana. 

Gru disseminate in tutto il centro storico disegnano lo skyline della città, devastata dal terremoto del 6 aprile 2009. Molti palazzi sono stati ricostruiti e in alcuni sono tornati a vivere i proprietari. Sono state riaperte anche alcune attività commerciali e i cittadini sperano di tornare presto a ripopolare il cuore del capoluogo. Però c’è ancora tanta strada da fare

L’AQUILA – C’è la piccola Maria, 5 anni, che L’Aquila non la immagina senza gru e case rotte. E c’è Domenico, 80 anni, che, invece la sua città se la ricorda bene piena di gente e di allegria, prima del sisma del 6 aprile 2009. Sono passati 9 anni da quella notte in cui, alle 03:32, la terra ha tremato talmente forte da distruggere il centro storico e quasi tutto il capoluogo abruzzese.
 
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Ora la città è un immenso cantiere, quel ‘cantiere più grande d’Europa’, come lo definiva l’allora premier, Silvio Berlusconi, a qualche mese dal sisma, ipotizzando una ricostruzione a breve termine.
 
Tanti palazzi, intorno a Piazza Duomo sono stati rimessi a nuovo, molti appartamenti sono pronti ad essere abitati e alcuni esercizi commerciali, sfidando ogni tipo di difficoltà, hanno deciso di tornare nelle vecchie sedi, inseguendo il sogno di far rivivere il cuore dell’Aquila.
 
A Piazza della Prefettura, dove c’è il Palazzo del Governo, le cui immagini sono diventate il simbolo della distruzione del terremoto, il presidente del Consorzio, Roberta Gargano, ha iniziato a restituire le chiavi ai proprietari e il suo desiderio più grande è quello di vedere l’intero aggregato ripopolato al più presto e ‘tutto insieme’.
“Attribuisco grande importanza al tentativo di ‘progetto d’ambito’ che abbiamo fatto. I lavori – spiega – sono stati coordinati anche con quelli del Palazzo del Governo, in modo da rientrare dopo le demolizioni e le palificazioni. I lavori per i sottoservizi vanno avanti e puntiamo a un rientro in massa”.
 
L’obiettivo, dice, oltre a riappropriarsi dei propri spazi, è quello di creare un centro di aggregazione: “Per quando torneranno i primi proprietari probabilmente sarà già stato aperto un bar che non farà solo caffè e cappuccini, ma diventerà anche un punto di riferimento per la consegna della posta e luogo associativo di vicinato”.
 
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Nonostante gli sforzi, però, la normalità è ancora lontana. E, a fianco di palazzi bellissimi, che emanano odore di cemento e vernice, ci sono finestre spalancate sull’orrore di quella notte, balconi con i panni stesi dal 5 aprile 2009 e frammenti di vite sconquassate, lasciate tra le macerie, rimaste immobili, a guardare il tempo che passa.
 
La colonna sonora delle giornate è scandita da martelli e betoniere, le voci che rieccheggiano sono quelle degli operai, per ora i clienti più fedeli dei bar e dei ristoranti. Dopo le 17, quando i cantieri si fermano, però, nelle piazze e tra i vicoli regna il silenzio più assordante. E i commercianti che hanno avuto il coraggio di non mollare, devono fare i conti con una realtà ancora troppo difficile.
 
“Attualmente sui circa 1.000 negozi attivi al 5 aprile 2009 in città, solo 60 sono di nuovo attivi – dice il direttore regionale della Confcommercio, Celso Cioni -. Per lo più si tratta di esercizi di ristorazione, dal momento che nelle mura cittadine non sono tornati ancora uffici o servizi in grado di richiamare gente e gli unici che usufruiscono sono in giovani per la movida.
 
Nei due anni successivi al sisma 250 aziende hanno chiuso definitivamente per le difficoltà incontrate dopo il terremoto e per la crisi economica che qui si è fatta sentire più forte che altrove. Ma il centro della città deve tornare ad essere popolato e per i piccoli commercianti è fondamentale avere una platea che acquisti non solo per necessità, ma anche d’impulso, semplicemente spinta dalle offerte di vetrina”.
 
Perché questo avvenga e per coinvolgere e aiutare il maggior numero di esercenti possibile, sono stati studiati finanziamenti ah hoc. “È stato lanciato un bando, ‘Fare centro’, che prevede tre linee di finanziamento per quanti vogliono intraprendere o riprendere un’attività in centro storico”.
 
E, dopo i tanti ritardi burocratici che hanno rallentato la ripresa, si punta a stringere i tempi. “Sono arrivate oltre 700 domande tra vecchi esercizi e nuovi. Chi è giudicato idoneo a ottenere il finanziamento, però, non può perdere tempo: ha 18 mesi per allestire il negozio e ripartire”.