domenica 16 dicembre 2018
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Neo-schiavi crescono anche in Italia (con la benedizione dei giudici)

Li vediamo sfrecciare ovunque nelle nostre città. Sono giovani e giovanissimi, ma non mancano anche i 40enni. E’ l’esercito di fattorini dei vari Deliveroo, Foodora, JustEat etc etc Una generazione di universitari, laureati o disoccupati reclutati da queste nuove industrie 2.0 della consegna a domicilio.
Di fatto, sono dei dipendenti e, come tali, andrebbero trattati. Peccato che i “dipendenti” costano troppo e meglio, quindi, retribuirli con paghe da fame e pochi diritti. Fortunatamente viviamo nella patria del diritto e mai come in questi tempi ci si riempie la bocca di parole come “diritti”, “uguaglianza”, “felicità”. Per le minoranze, forse, ma per i lavoratori no.
E’ questo lo scenario in cui il Tribunale del lavoro di Torino ha respinto il ricorso, primo del genere in Italia, dei sei rider/pony di Foodora che avevano intentato una causa civile contro la società tedesca di food delivery, contestando l’interruzione improvvisa del rapporto di lavoro dopo le mobilitazioni del 2016 per ottenere un giusto trattamento economico e normativo. 
Scioperi? E io ti licenzio. Bentornati nell’800, benvenuti neo-schiavi.

(www.repubblica.it) – 12/04/2018 – Torino, respinto il ricorso dei fattorini contro Foodora: “Sono lavoratori autonomi, non dipendenti”. 

I lavoratori in bici hanno fatto causa dopo che l’azienda li aveva sospesi dal lavoro per le proteste in piazza contro la paga troppo bassa. Gli avvocati: “Contratti privi di tutela e sotto ricatto”. La difesa: “Nessuna violazione della privacy”.

Il Tribunale del lavoro di Torino ha respinto il ricorso, primo del genere in Italia, dei sei rider di Foodora che avevano intentato una causa civile contro la società tedesca di food delivery, contestando l’interruzione improvvisa del rapporto di lavoro dopo le mobilitazioni del 2016 per ottenere un giusto trattamento economico e normativo. Il tribunale ha ritenuto che i rider sono collaboratori autonomi non legati da un rapporto di lavoro subordinato con l’azienda pertanto il ricorso non sussite. “Siamo soddisfatti – dice il legale dell’azienda di food delivery Giovanni Realmonte – ora aspettiamo di leggere le motivazioni del giudice”. Dopo la lettura della sentenza, i fattorini presenti in aula sono rimasti in silenzio. A parlare è l’avvocato Sergio Bonetto. “Purtroppo oggi non è stata fatta giustizia, questo è il nostro Paese. Quello che colpisce di più è che un’azienda può mandare chiunque a lasciare pacchi senza alcuna tutela”. Aggiunge la collega Giulia Druetta: “Forse per cambiare le cose deve scapparci il morto. Sicuramente faremo appello. Questi contratti tolgono dignità ai lavoratori. E’ come se tutte le battaglie combattute negli ultimi ottant’anni non contassero più nulla”.

Decine di rider hanno affollato l’aula in cui si è celebrato il primo processo in Italia contro Foodora, il colosso tedesco  delle consegne di cibo a domicilio. Ad appoggiare la battaglia legale intentata da sei fattorini tanti colleghi anche di altre società concorrenti e alle prese con i problemi della cosiddetta “gig economy”, l’economia dei lavoretti a chiamata che per molti diventa un lavoro non dissimile da uno subordinato, per quanto precario.Proprio su questo punto avevano fatto leva durante il dibattimento gli avvocati Sergio Bonetto e Giulia Druetta, evidenziando condizioni di lavoro “con contratti privi di tutela, sotto ricatto e al di fuori dalle regole previste da qualunque attività lavorativa”.”Nella vicenda Foodora c’è stata una discriminazione, un comportamento lesivo della dignità dei lavoratori” – ha proseguito Druetta. I rider, attraverso i loro legali, contestano l’interruzione improvvisa del rapporto di lavoro, giunta dopo le proteste di piazza per le questioni relative alla paga oraria e chiedono il reintegro e l’assunzione, oltre al risarcimento e ai contribuiti previdenziali non goduti.

“I fattorini Foodora erano sottoposti a un continuo controllo – aggiunge il legale – ogni loro movimento era tracciato, come se avessero un braccialetto elettronico. Un vero e proprio rapporto di lavoro subordinato, nonostante fossero inquadrati come collaboratori autonomi. A Foodora non importava delle condizioni del lavoratore vi era una costante pressione psicologica sui rider, finalizzata al mantenimento del posto di lavoro”.

Il legale ha quindi spiegato come “i fattorini fossero totalmente assoggettati al potere del datore di lavoro, con un controllo totale sugli orari che potevano essere modificati anche senza alcun preavviso”. Druetta ha poi citato il caso di un fattorino che, dopo quattro ore di pedalate, scrisse nella chat aziendale di avere male alle gambe. “Il superiore rispose che gli spiaceva, ma che aveva bisogno di tutti i rider per l’intero turno”. I rapporti tra alcuni fattorini e l’azienda si incrinarono definitivamente con l’inizio delle proteste inerenti il sistema di retribuzione. “L’azienda escluse dai turni chi non era d’accordo – spiega il legale – addirittura un rider ha raccontato che in cambio di notizie sui colleghi, avrebbe avuto un contratto”.”Foodora non ha violato la privacy dei rider. L’applicazione utilizzata sullo smartphone poteva accedere, attraverso il gps, soltanto al dato sulla geolocalizzazione, istantaneo e non memorizzato”. Così l’avvocato Giovanni Realmonte, legale difensore di Foodora, al processo, il primo in Italia, contro la società specializzata in food delivery.  In precedenza i legali dei fattorini, lamentando la violazione delle norme che tutelano la riservatezza dei dati, hanno chiesto un risarcimento pari a 20 mila per ognuno dei rider allontanati. A cui si aggiunge un risarcimento di 100 euro (per ogni giornata di lavoro) per la presunta violazione delle norme antinfortunistiche. “Non c’è alcun rapporto di subordinazione – spiega l’altro legale dell’azienda Ornella Girgenti – i rider accedono alla piattaforma dei turni e decidono quando e in che misura dare la loro disponibilità. Non c’è scritto da nessuna parte che il rider debba offrire una disponibilità minima, di questa circostanza non c’è traccia da nessuna parte. Foodora decide chi far lavorare e quando far lavorare”. L’avvocato ha poi osservato che “in caso di maltempo aumentavano gli ordini e più rider non si presentavano a lavorare, senza preoccuparsi di trovare un sostituto. Per questo motivo si decideva all’ultimo. In un mese poi si sono registrate addirittura 70 defezioni di ragazzi che, semplicemente, si sono dimenticati di aver preso l’impegno”.