Letto da un militante | Arditismo

Mentre scriviamo queste righe, ricorrono i 103 anni dall’ingresso italiano nella Prima Guerra Mondiale.

arditismoOccasione, immancabile, per vaste schiere di storici, intellettuali, opinionisti più o meno da talk show e giornalisti, sguinzagliati dalla cultura ufficiale, di raccontare la storia della Grande Guerra come quella di un “inutile massacro”, frutto degli “odiosi nazionalismi”.

Dall’altro lato, invece, qualcuno s’affanna a fare l’apologia delle “radiose giornate di Maggio”, rivangando odii antiaustriaci morti e sepolti, spesso accompagnati da retorica e lagne (neo)risorgimentali.

Insomma, chi si appiattisce su un pacifismo idiota, chi si agita intorno ad un patriottismo becero e senza superiori orizzonti.

Non è questo lo spirito con cui abbiamo letto “Arditismo”.

Edito da Ritter, con prefazione di L. L . Rimbotti, si tratta di una serie di scritti di Mario Carli, Capitano degli Arditi, poi presente a San Sepolcro e a Fiume, che si impegnò, nell’immediato dopoguerra, a dare una coscienza politica all’arditismo. Un movimento così straordinario, infatti, non poteva esaurirsi alla fine della guerra, ma doveva, necessariamente, proseguire, cosa che poi succederà, in modo organico, al Fascismo (non sempre, ma in molti casi: vedi i vari Bottai, De Vecchi, Bolzon, Feruccio Vecchi ecc…).

Tra le pagine, scorrevoli, percorriamo tutta la storia degli Arditi, dai precursori (la Compagnia “Esploratori della Morte” del capitano Baseggio, gli Arditi di Reggimento) alla costituzione degli Arditi in seno alla IIa Armata, il loro addestramento (vera e propria fucina di eroi: “la finta battaglia differiva così poco dalla vera”), dalla loro visione del mondo (“aristocrazia, di carattere, di muscoli, di fede, di coraggio, di sangue, di cervello”), agli impareggiabili esempi di arditi caduti sul Col Moschin o sul Solarolo, concludendo con il fondamentale apporto che essi diedero all’esito del conflitto nel 1918, e la loro posizione nell’Italia del primo dopoguerra.

arditiGli arditi non erano semplici soldati. Carli non tollererà, infatti, quando nel ’19 il Generale Caviglia pensò (male) di schierarli come truppe di ordine pubblico per sedare le tensioni del Biennio Rosso. “Arditi, non gendarmi!”, scriverà Carli sulle pagine de “L’Ardito”, perché passare per sgherri governativi (al servizio del regime liberale, poi!), agli arditi, proprio non andava giù.

Non si trattava nemmeno di semplici ‘corpi d’élite’. Si trattava di dare “un nome e una divisa al coraggio”, canalizzando le caratteristiche di alcuni elementi del popolo italiano, sublimandole al servizio della causa. “Ogni popolo fa la guerra come sa e come può. […] La nostra razza non poteva adattarsi al collettivismo senza rilievo, l’annegamento della personalità, l’azione delle masse avvolta in una tetraggine cupa e infinita”. Al modo “tedesco”, meccanico e spersonalizzante della Grande Guerra, gli arditi contrapponevano “la bellezza e la superiore temerarietà delle nostre eroiche giovinezze”. E così, tutti gli aspetti ‘problematici’ del tipo mediterraneo – descritti da Evola in Carattere – vengono superati e trasfigurati: l’indisciplina in coraggio individuale, l’individualismo in amore per la prima linea, l’attenzione al ‘gesto’ in volontà quasi fanatica di andare sempre oltre, a tu per tu con la morte.

Non abbiamo modo, in questa sede, di approfondire la nostra visione, alla luce della Dottrina Tradizionale, della Prima Guerra Mondiale. Su di essa, Evola ha scritto pagine definitive (Cfr. Gli Uomini e le Rovine, cap. 8). Ci limitiamo a dire che, sì, l’Italia stava dalla parte sbagliata, in una guerra, non a caso voluta dalla massoneria, che segnò la fine di ben quattro Stati Tradizionali (Impero Austriaco, Reich Tedesco, Zar russo e, pochi anni dopo, anche l’Impero Ottomano). Tuttavia, fu anche la straordinaria opportunità per un’intera generazione di europei di stracciare il velo di torpore dell’Europa tutta ‘promenade’ e ‘Moulin Rouge’ della “belle èpoque” e confrontarsi con la Guerra, esperienza da cui, citiamo Junger, quella gioventù uscì “uccisa dentro” oppure “vincitrice, trasfigurata”.

arditi-2Gli arditi furono indubbiamente tra i secondi. Vincitori sul campo e interiormente, in trincea ed in pace, perché il loro spirito, pugnale tra i denti e giubba aperta, fu la cellula primordiale del fascismo. Quella che, superate le parentesi socialisteggianti, maturando e acquisendo coscienza, diventò la visione della vita come milizia, cardine essenziale dell’uomo nuovo fascista.

Allora, perché leggere “Arditismo”? Non per risvegliare una inutile retorica patriottarda – quanto più lontana dalla visione autentica della Patria – né solamente per soddisfare interessi da storico o per riassaporare il sapore della polvere delle trincee, il rombo della mitraglia ed il vento che taglia le guance. Ma per rispondere presente all’appello di Rutilio Sermonti: “Tutti eroi!”, riscoprendo, negli arditi, il prototipo del combattente, e riportare, nel piccolo della propria comunità e della propria vita, quell’impeto e quella bellezza, quella gioia di sacrificarsi e morire per qualcosa di più grande della propria persona, che nell’ardito che si lancia contro il nemico scagliando la bomba a mano, trovò la terribile manifestazione.

Titolo completo: Arditismo

Autore: Mario Carli

Anno: 2011

Pagine: 100

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