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“Non chiamateli Kamikaze”: intervista a Daniele Dell’Orco

Sabato prossimo, presso Raido, Daniele Dell’Orco presenterà il suo “Non chiamateli Kamikaze“. La redazione di AT ha intervistato l’autore, in vista dell’incontro del 19. Buona lettura!

1. Come nasce l’idea di questo libro?

kamikaze-giubilei-regnani_cover-600x9121. “L’idea nasce da una considerazione molto semplice e di carattere generale: bisogna togliersi il vizio di non chiamare le cose col loro nome. Nel caso specifico, poi, diventa un discorso di cura e salvaguardia delle identità altrui, ma soprattutto di autodifesa: come ci si può difendere da un terrorista suicida se non si riesce nemmeno a identificarlo nel modo giusto? Un concetto semplicissimo che ha richiesto però un approfondimento ‘totale’: sociale, culturale, filosofico, religioso, antropologico. Da qui la scelta delle fonti: testi reperiti durante i viaggi all’estero, grandi classici del mondo islamico e della tradizione giapponese, testimonianze dirette di chi, molto meglio di me, conosce determinate realtà: Matteo Carnieletto (che firma la prefazione), Mario Vattani, il prof. Romano Vulpitta…”.

2. Nella locandina della presentazione del tuo libro che farai presso la Libreria Raido il prossimo 19 maggio, si gioca sul contrasto simbolico fra l’immagine eroica ed impersonale di un pilota giapponese e l’immagine carica d’odio di miliziani dell’Isis. Come condenseresti in un concetto la differenza profonda fra questi due tipi d’uomini, fra queste due vere e proprie visioni del mondo opposte ed antitetiche? Qual è la differenza costitutiva fra i cavalieri del vento divino (kamikaze) e i suicide bombers dell’Isis e dintorni?

2. Estetica contro pratica. Le evoluzioni nei cieli del Pacifico dei piccoli caccia giapponesi guidati da piloti poco più che adolescenti non sono potute passare alla storia per via di una barriera tecnologica che all’epoca non consentiva riprese con gli smartphone, foto in alta definizione etc. Ma vederli compiere certe manovre dev’esser stato un capolavoro di estetica in grado di racchiudere nella singola modalità d’azione tutta l’etica alla base del gesto. I guerriglieri suicidi dell’Isis, al contrario, sono arrivati al punto di farsi esplodere per fare anche solo da “ariete” per aprire il campo agli altri membri del commando.

3. E’ vero che fummo ad un passo dal costituire dei “kamikaze italiani”? Nel regio esercito, prima, e nella RSI, ad un certo momento, si ipotizzò di creare gruppi di attacco suicida (aerei e non), che si facessero esplodere con gli obiettivi, ma che questi non furono mai messi in pratica?

3. L’idea di mandare velivoli carichi di esplosivi a infrangersi contro navi da guerra nemiche era già stata ventilata in Italia nel 1935 quando, all’inizio della guerra d’Abissinia, l’Inghilterra aveva inviato nel Mediterraneo una parte della Home Fleet, a titolo intimidatorio. La nostra Marina riconobbe di non essere in grado di affrontarla (non sapendo della loro scarsa riserva di munizioni che ne avrebbe impedito l’effettivo impiego) e l’Aeronautica pensò allora di organizzare una specie di “Corpo di Velivoli Suicidi”, i cui piloti avrebbero dovuto andare a picchiare contro le navi da guerra inglesi coi velivoli carichi di bombe o siluri. Sul fatto non esistono documentazioni certe ma diverse testimonianze di alti ufficiali di grande affidabilità. L’idea non diventò però mai pratica, se non altro per le remore che avrebbe creato nell’opinione pubblica, pervasa di morale cattolica.

4. Viviamo in una vera e propria “logocrazia”, dove chi ha il potere di detenere il monopolio non solo comunicativo, ma simbolico e semantico, sulle parole è in grado di imprimere effetti sul mondo reale. in questo contesto, travisare (volutamente) il concetto di kamikaze e, con esso, quello di “guerra santa” è tipico del mondo moderno. Oggi più che mai bisogna allora ribadire con forza il significato autentico e profondo di questi concetti, come fai tu col tuo libro…

4. La banalizzazione di un concetto è molto più rischiosa di quanto si possa immaginare. Da semplice malcostume può finire col diventare un punto di forza per il nemico, che proprio facendo leva sull’incapacità occidentale di analizzare e comprendere la sostanza di alcuni fenomeni storici, politici e culturali, ha la possibilità di instillare ancor più terrore di quello scatenato dalle bombe.

5. Se non possiamo parlare di nichilismo, né di disprezzo della vita derivante da un vitalismo portato all’esasperazione, nel caso dei kamikaze giapponesi qual’era il motivo che in sottofondo motivava questi giovanissimi a darsi liberamente la morte pur di conquistare la vittoria?

5. In Occidente, pervasi da millenni di influenza cristiana che afferma il primato di Dio sulla vita condannando il suicidio, e che solo in alcuni casi accoglie la morte volontaria come esempio di martirio, tendiamo a considerare un suicida come qualcuno che disprezza e calpesta il dono della vita. Per un giapponese, invece, il concetto di privazione è centrale; nelle piccole comodità quotidiane come nel più estremo dei casi che è appunto il suicidio. È la rinuncia alla propria vita che dà valore all’esistenza, anche in una chiave estetica. La potenza del gesto risiede dunque proprio nell’essere all’apparenza fine a se stesso, ma nella sostanza assolutamente metafisico. Al momento della nascita dei Corpi Speciali d’Attacco il Giappone non aveva più speranze di conquistare la vittoria bellica. Si trattava di combattere e morire da giapponesi. A prescindere dal risultato.