Articoli, In evidenza, Recensioni

Letto da un militante | Non chiamateli Kamikaze

Il Vento Divino – in giapponese Kamikaze – soffiò, furioso, impetuoso, sacro… e nel 1281 salvò la Patria Giapponese dall’invasione delle Orde Mongole di Kublai Khan. Quei popoli si uccidevano santamente, per citare Guido de Giorgio.

Durante la Seconda Guerra mondiale, “Kamikaze” era utilizzato dai soldati giapponesi dell’esercito americano, i Nisei, giapponesi di seconda generazione, i quali leggevano in maniera meno solenne i kanji che componevano la parola “shinpu”, che anch’essa significa “Vento Divino”. Questo era il nome che davano ai Tokkotai (abbreviazione di Tokubetsu-kogekitai): le “unità di attacco speciale” dell’Esercito imperiale nipponico, che accettavano il loro massimo sacrificio per rendere onore all’Impero ed all’Imperatore, per il massimo adempimento del loro dovere.

Oggi, vengono chiamati “Kamikaze” anche gli attentatori suicidi che per fanatismo – politico o “religioso” – (o per semplice risentimento) accettano di immolarsi, affinché con la perdita di uomo se ne possano colpire a decine.

Ma per carità… Non chiamateli Kamikaze!

È un atto di Giustizia, innanzitutto, chiamare le cose con il loro nome. È giustizia nei confronti della storia riconoscere le differenze tra chi ha reso la propria vita un’offerta devota, frutto dell’ascesi Zen, o l’abbia trasfigurata con l’etica del martirio o, ancora, sia stato vampirizzato dalla logica perversa del terrore.

A prescindere dai giudizi di merito: diamo alle cose il loro nome.

È un libro bellissimo quello di Daniele Dell’Orco: è completo. C’è tutto: spiritualità, religione, politica, società, storia. Un fenomeno così complesso non può essere ridotto nei termini superficiali con cui lo trattano le testate giornalistiche, gli opinionisti e gli psicologi in TV, magari da Barbara D’Urso. C’è dell’altro, per lo meno per alcuni. Forse per altri no.

Quando si parla di Kamikaze, anche nell’accezione più impropria di questo termine, automaticamente il paradigma diviene quello dei Tokkotai. Eppure queste nobili figure non furono altro che la punta dell’iceberg della millenaria cultura nipponica, che vide nel suo seno fiorire, svilupparsi ed intrecciarsi lo Shintoismo, il Buddhismo – successivamente nella sua forma Zen – il Confucianesimo. Il tutto corroborato da una fede cieca per l’Impero e l’Imperatore: immagini di Dio (anzi della Dea Amaterasu-o-mi-kami) in Terra. All’indomani della Restaurazione Meiji determinate parole d’ordine si diffusero nella società giapponese, il Bushi-do e l’Hagakure divennero i nuovi codici d’onore da cui nacquero i più bei fiori di ciliegio che, all’apice della loro fioritura, seppero volare giù con l’eleganza dei monoposto dell’aviazione imperiale nipponica che colpiscono il loro bersaglio.

Questo è Zen: capire che tutto è impermanente, saper rinunciare a tutto anche quando più ci piace. Non c’è disperazione, frustrazione o nichilismo; ma coscienza, la quale può arrivare un momento in cui è necessario dare tutto. Come per il Sakura, che è il fiore guerriero per eccellenza.

Un famoso proverbio giapponese recita ‘Il valore della vita, nei confronti dell’assolvimento del proprio dovere, ha il peso di una piuma’ […] Senza comprendere questo concetto è impossibile capire il senso dell’onore e dell’obbligatorietà dei giapponesi”, ci aiuta a ricordare l’Autore in queste sue pagine.

Diversa è la questione quando si parla di Shuhada (plurale di Shahid, lett. “martire”): coloro che danno la vita per la fede islamica; dunque, traslando, anche i guerrieri suicidi.

Non solo è bene diversificare gli Shuhada dai Tokkotai, per l’enorme differenza di finalità e modalità; ma è anche opportuno distinguere, al suo stesso interno, il vastissimo universo degli Shuhada. Vasto tanto quanto l’Islam stesso.

Contrariamente al Giappone – chiuso e compatto per secoli – il mondo islamico è infatti una realtà estremamente variegata: pieno di confessioni, eresie, etnie, status sociali ed economici, nemici ed amici. Basti solo pensare alle differenze tra sunniti e sciiti – ma anche alle varie correnti eretiche come quella wahabita e takfirita -; al sangue dei martiri della rivoluzione khomeinista e a quello del popolo palestinese o, all’inverso, ai petrodollari sauditi. Consideriamo ancora la differenza tra Hezbollah – sciita e più legato alla realtà territoriale, impegnato in una guerra di resistenza e liberazione – ed Al-Quaeda – salafita e che avrebbe l’ambizione di operare al di là di ogni confine nazionale.

La dottrina del martirio è centrale nell’Islam: è martire chiunque muoia per testimoniare la fede; come fece, per gli sciiti, l’Imam Hussein a Karbala. Allo stesso modo, è centrale nel Corano la ripulsa per il suicidio. Ma è differente offrire la propria vita quando si ha tutto da perdere, come dono ad Allah, o quando, invece, si è disperati, senza più nulla, pieni di odio e rancore per il proprio nemico. E spesso, in questo secondo caso, la vita è stata offerta anche a capi locali, avidi di affermazione del loro potere personale.

Talvolta questo confine è stato chiaro, ben marcato, talaltra ha visto delle decisive sfumature.

Un’altra cosa, ancora, è la differenza tra chi ha obiettivi militari o istituzionali e chi ha obiettivi meramente civili. Tra chi ha una strategia bellica e chi fa terrorismo.

Poi, infine, conosciamo il caso di coloro i quali, spesso ex-spacciatori o microcriminali, con vite dissolute, relegate ai margini delle società, completamente digiuni di ogni tipo di preparazione religiosa – “convertiti” su internet o nelle carceri – conducono attacchi nemmeno suicidi, ma senza via di scampo. Emarginati sociali, carne mandata al macello che, abbattendosi su civili inermi, cerca di causare più morti possibili, in una orgiastica spettacolarizzazione, senza scrupoli, della violenza, a cagione della violenza stessa.

Questa è, ancora, tutta un’altra storia.

“Fino all’ultimo abbiamo creduto di poter bilanciare la vostra forza materiale e scientifica con le nostre convinzioni spirituali e la nostra forza morale”. Ecco la chiave che Daniele Dell’Orco riporta alla luce per noi.

Titolo: Non chiamateli kamikaze. Dai Cavalieri del Vento Divino ai Tagliagole dell’Isis
Autore: Daniele Dell’Orco
Editore: Giubilei Regnani
Anno: 2017
Pagine: 422
Euro: 22,00