Sotto a chi tocca… dal Giappone i turni per diventare mamme!

Lontano dalle geishe e dei samurai del passato, oggi in Giappone le donne devono accordarsi con il datore di lavoro per pianificare la propria gravidanza. In questa sede non intendiamo riflettere sul delicato tema della maternità nel mondo moderno, né tantomeno sui “diritti calpestati”, bensì sull’approccio al lavoro e di come questo venga vissuto in giappone.
Per chi, come noi, ha una visione tradizionale del mondo, il lavoro è un mezzo per assicurare a se stessi ed alla propria famiglia un sostentamento e non il fine al quale tutto il resto viene subordinato. Nella fase finale del Kaliyuga tutto è ribaltato. L’aspetto quantitativo ha soppiantato quello qualitativo. L’uomo e la donna oggi vivono per lavorare e tutto sembra teso ad un arricchimento del proprio curriculum vitae. Ecco che quanto si produce, quanto si guadagna, quanto si è potenti risulta essere il fine ultimo dell’esistenza in questo mondo. Dunque, in una società inversamente orientata, non meraviglia che la prosecuzione della stirpe con la filiazione non sia più considerata una priorità.
Riportiamo a tal proposito un estratto del Digesto, già in precedenza pubblicato su questo sito, ma che riteniamo opportuno ricordare (nel suo senso più alto di “riportare al cuore) in questa sede.
«Il pretore – magistrato che dava tutela giudiziale – deve venire in aiuto anche del concepito, tanto più che la sua causa è da favorirsi più che quella del fanciullo: il concepito infatti viene favorito affinché venga alla luce, il fanciullo affinché sia introdotto nella famiglia; questo concepito infatti si deve alimentare perché nasce non solo per il genitore, cui si dice appartenere, ma anche per la res publica».
Non aggiungiamo altro.

(www.repubblica.it) – 18/05/2018 – Fare i figli a turno, secondo un ordine stabilito dal datore di lavoro: prima le dipendenti più anziane, poi le giovani. Dopo i record di morti per superlavoro il Giappone raggiunge una nuova frontiera: quella della maternità a comando. A far emergere il caso è stato un lettore del quotidiano Mainichi che ha raccontato la sua ansia per la moglie, rimasta incinta senza rispettare l’ordine stabilito dal capo dell’asilo nido nel quale lavora. La coppia ha presentato le sue scuse al «principale» per non aver pianificato la gravidanza ma non è bastato. La donna è stata accusata di egoismo e rimproverata per non aver rispettato le regole: «Viviamo in un Paese in declino» ha commentato il marito. Alla lettera sono seguiti tanti attestati di solidarietà e molti racconti simili. In una compagnia di prodotti cosmetici a Tokio a una donna di 26 anni è stato detto che avrebbe dovuto aspettare i 35 per avere un bambino.

È l’ennesimo punto a sfavore in un Paese che di certo non brilla per il suo femminismo e che è in testa alle classifiche per la denatalità con solo 8 nati ogni mille abitanti nel 2017. D’altra parte se fare un figlio viene considerato un atto di egoismo cos’altro ci si può aspettare? Ovviamente non esiste una legge che consente ai datori di lavoro di stilare una tabella di marcia per le maternità delle dipendenti: «La pratica è del tutto illegale — spiega al Times Toko Shirakawa, un giornalista che fa parte di una commissione di esperti incaricata dal governo di studiare nuove misure per migliorare le condizioni di lavoro — ma anche se le donne fanno causa i risarcimenti sono poca cosa».

Cosa fare per invertire la tendenza? Nella classifica del Global Gender Gap pubblicata dal Work Economic Forum il Giappone scende ogni anno più in basso, nel 2017 è molto al di sotto della media, posizionato tra la Guinea e l’Etiopia. I motivi sono diversi: le donne sono oberate da turni di lavoro massacranti, gli asili nido sono pochi e i salari non crescono a causa della deflazione. Per chi vuole mettere su famiglia la strada è del tutto in salita.