“Come uccidere il padre. Genitori e figli da Roma a oggi” – una recensione critica

di Elio Della Torre
 
Le famiglie infelici sono sempre esistite“. Esordisce così, in epigrafe, Eva Cantarella nel suo ultimo libro “Come uccidere il padre. Genitori e figli da Roma a oggi“: si tratta di uno studio sui rapporti genitori-figli in Roma antica, con particolare attenzione al dato giuridico – la Cantarella è professoressa di Storia del diritto romano a Milano – e all’istituto del parricidio. Il libro è lo spin-off romano di un’analoga operetta dedicata allo stesso tema nell’antica Grecia.
 
Non ci dedicheremo ad una recensione puntuale né vorremmo d’altronde dedicare troppo tempo (e attenzione) ad un’autrice che è solita interpretare con gli occhi moderni le esperienze del passato. Ma proprio sotto il profilo della facile sovrapposizione delle categorie concettuali moderne a mondi che si ispiravano alla – e respiravano la – Tradizione, tentazione evidentemente irresistibile per la professoressa tanto amata dai lettori della divulgazione scientifica, ecco dicevo, proprio sotto questo profilo vorrei solo commentare – concedetemelo – l’epigrafe del libretto, che è tutto un programma e una chiara dichiarazione d’intenti. In effetti, a leggerla, la tentazione di fermarsi lì, stamparci sopra l’ex libris, richiudere il libro e buttarlo sugli scaffali a prender polvere è stata notevole. Queste operazioni di sovrapposizione ammazzano Roma e il suo diritto… rendendoli zombie che camminano.
 
Ebbene, mi sono detto: “commentiamo questa epigrafe… ma senza aprire la tomba! Posso mica fare la recensione a un cadavere puzzolente?“. Ma, deciso, mi torna alla mente un estratto, già pubblicato su azionetradizionale.com, de La Tradizione Romana di Guido De Giorgio sulla differenza tra la drammaticità della famiglia moderna e la tragicità della famiglia tradizionale, tra i “piccoli banali drammi” della famiglia moderna e la “tragedia” della famiglia tradizionale.
La migliore risposta alla Cantarella è fargliela cantare da De Giorgio stesso:
 

«La famiglia moderna è minata da due deformazioni che concorrono al suo dissolvimento, quella economica e affettiva, in proporzione crescente: apparentemente questi due fattori sembrano agire in senso inverso l’uno dall’altro, ma in realtà confluiscono nello stesso scopo, la dissociazione nei rapporti naturali, il predominio del sentimento sull’intelligenza, la menomazione del principio d’autorità, l’inversione brutale del rispetto e dell’obbedienza, in fine la rivolta dei figli contro i padri e la soggezione morale di questi ultimi.

[…] Basterebbe rilevare la differenza fondamentale tra la famiglia antica e quella moderna per accorgersi dell’antitradizionalità di quest’ultima: nella famiglia antica tutto converge nel padre cioè nel passato, nell’origine, nel principio, e in lui sono contenute tutte le possibilità di sviluppo come nell’ordine universale in Dio è contenuta la potenza creativa ed espressiva: nella famiglia moderna invece tutto converge verso i figli, cioè verso la creatura, il particolare espresso, la finalità relativa, il futuro incerto e indeterminato. […] la degenerazione della famiglia attuale […] avviene soprattutto per l’intrusione egoistica la cui espressione più antitradizionale è quel senso tutto umano della libertà e dell’autonomia in funzione di un falso riferimento alla fragile individualità psicologica, del quale si fa un centro stabile ignorando  che, se lo spirito è il fondamento della personalità che è sacra perché d’ordine divino, la psiche è soltanto il complesso di quegli stati costituenti l’individualità, cosa puramente umana e fallace.

I numerosi pseudoproblemi di quella ibrida povera inconsistente scienza moderna, la pedagogia, dipendono strettamente da quest’assurdo manifesto: considerare i fatti psicologici come indice della personalità mentre essi costituiscono soltanto l’individualità che è momentanea, esclusiva, soggetta a trasformazione, decadimento e fonte di oscure catastrofi se giunge a soffocare o soppiantare addirittura il centro spirituale dell’uomo, cioè la sua natura originariamente divina. I rapporti familiari invece di mantenersi spiritualmente puri – e possono rimanerlo soltanto se il padre è il capo assoluto e il centro permanente – diventano psicologicamente morbidi e invertiti quanto entrano in prima linea quegli pseudoproblemi sempre irresoluti e irresolvibili concernenti il temperamento, l’indole, la così detta “incomprensione”, cose tutte d’ordine oscuramente sentimentale di cui non si comprenderà mai il valore se non si riferiscono, sorpassandole, a qualcosa di stabile e sicuro che non può essere altro se non l’elemento intellettuale, spirituale. Nella famiglia moderna non ci si preoccupa menomanente della formazione spirituale, bensì tutto porta a indagare la sensibilità dei componenti per giungere a costruzioni clamorosamente teatrali, ai così detti “drammi” delle individualità incomprese e soccombenti. Ora in realtà la funzione del padre dovrebbe consistere soprattutto nell’abolire queste reazioni psicologiche funeste, non sopprimendole brutalmente o opponendovisi, il che non farebbe che accrescerle ed esacerbarle, ma sorpassandole, dando a tutta la famiglia un indirizzo, un tono, uno scopo verso cui i membri devono tendere al di là delle loro preferenze individuali.

[…] Ora nella famiglia antica, appunto perché vigeva lo spirito di autorità, vi era o l’ossequenza e il rispetto, oppure la rivolta: in questo secondo caso si giungeva a situazioni estremamente forti, interessanti per la nettezza delle posizioni e la naturalezza con cui venivano risolte le opposizioni: si aveva così la tragedia e non il piccolo banale dramma della famiglia moderna che è uno sterile stillicidio di contrasti sentimentali senza alcuna profondità e grandezza».

[L’errore egoaltruistico e la degenerazione delle istituzioni in Guido De Giorgio, La Tradizione Romana, Roma 1989, pp. 303-306]