Il Fatto Quotidiano? Ma quale giornalismo, solo finanza

Quel giornaletto de Il Fatto Quotidiano che ospita, insieme ad altri quotidiani italiani, articoli infamanti e (quasi tutte) firme poco attendibili, svela la sua vera natura: menzogne e cronaca faziosa, per fare tanti soldini. Infatti, adesso Travaglio e i suoi amici ex (o, meglio, mai stati) rivoluzionari anti-potere procedono a quotare il giornaletto in borsa, forti di ottimi risultati di vendite. 
D’altra parte, cosa aspettarsi da pennivendoli anti-fascisti e asserviti al potere, se non l’adorazione del denaro? Il vero giornalismo dovrebbe sottrarsi ai giochi e alle influenze dei poteri forti, tanto più quelli della finanza. Se, infatti, un giornale è quotato in borsa, come può assicurare imparzialità nelle sue attività di cronaca e critica? E’ impossibile, giacché le logiche della borsa e i trend dei mercati comportano la necessità di assecondare logiche e interessi diversi da quelli per i quali il giornalismo dovrebbe esistere.
 
(da repubblica.it) Distribuire un dividendo attingendo a parte delle riserve prima di quotare la società è un po’ come togliere qualche gemma da una corona prima di venderla. E’ quello che hanno fatto nell’ultima assemblea i soci del gruppo editoriale Il Fatto, l’ultima prima di annunciare la quotazione in Borsa. Riserve straordinarie (928mila euro su 4,6 milioni) che insieme con gli utili portati a nuovo (454mila euro) sono il triplo dell’utile realizzato nell’esercizio 2017, pari a 618mila euro. In tutto due milioni di euro, per i distribuire i quali, però, non è stato fatto ricorso al debito. 
 
A volerlo sono stati i soci di maggioranza: Cinzia Monteverdi, amministratore delegato della società, e il presidente ed ex direttore, Antonio Padellaro, che insieme hanno una quota entrambi del 16,26%, Chiare Lettere ed Edima, ciascuno con l’11,34% del capitale, e Francesco Aliberti con il 7,35%. Che la mossa non sia certo esemplare lo dimostra la scelta di un azionista di minoranza del gruppo, ma firma di punta, direttore e simbolo della testata, Marco Travaglio, che ha deciso insieme con l’amministratore delegato Monteverdi di devolvere il 50% del dividendo a lui spettante in “progetti di utilità aziendale”.
 
E’ però una operazione da manuale della finanza, in qualche modo simile a quanto fatto dagli Agnelli quando hanno portato in Borsa la Ferrari. Il gruppo di Maranello, prima di quotarsi, si è caricato non di due milioni di dividendi a favore dei soci, ma di due miliardi di debiti della Fiat, alleggerendo il bilancio del suo socio di controllo. Non resta dunque che augurare a Il Fatto lo stesso percorso a Piazza Affari della Ferrari che dai 43 euro del primo giorno è passata agli attuali 127 euro.