Il ruggito di Rutilio Sermonti • Il Dispaccio


“L’obbedienza è la forma più elevata dell’uso della libertà. È una costante manifestazione dell’autorità, l’autorità su se stessi – la più difficile di tutte. Nessuno è realmente in grado di dirigere gli altri, se non è prima in grado di dirigersi da solo, di domare dentro di sé il destriero orgoglioso che desiderava lanciarsi follemente nel vento dell’avventura”. (Léon Degrelle)

Questo numero de “il Dispaccio” viene dedicato a Rutilio Sermonti, che proprio tre anni fa, col sole di giugno che si avviava al solstizio d’estate, salutava questo mondo, per proseguire la ‘guerra santa’ su altri piani. Noi siamo ancora qui, invece, e proseguiamo la battaglia. Tuttavia, ciò non sarebbe possibile se non avessimo in mente, ma soprattutto nel cuore, l’eroismo e il ruggito di lotta che proprio Rutilio, nella sua avventurosa e affascinante vita, ha raccolto e poi a sua volta tramandato, anche a noi: mòniti, sguardi, gesti, azioni (anche semplici ma sempre evocative), poi racconti, aneddoti, parole dure e forti, così come sorrisi e risate solari, quelle dei guerrieri che nel riposo tornano a essere bambini, in quanto capaci ancora di stupirsi per le meraviglie della natura.

La scomparsa di Rutilio Sermonti non ha potuto non lasciare un senso di vuoto nei cuori, perché la presenza fisica dei grandi testimoni della Tradizione costituisce sempre uno sprone, un punto di riferimento, un incitamento alla battaglia, al continuo miglioramento di sé stessi e dei propri amici e camerati che marciano al nostro fianco. Al di là di tutto, l’autorevolezza e la forza di una presenza è essa stessa concetto, riferimento, visione: è Esempio. Tuttavia, quando si è saputo seminare bene e a lungo, il raccolto sarà abbondante e tale si perpetuerà nel tempo e nelle generazioni.

In occasione della scomparsa di un altro camerata, proprio Rutilio ebbe modo di scrivere: “Lui è uno di quelli che non è morto perché ha lasciato dopo di lui qualcosa. Continua a vivere e dopo la morte ad avere effetti dopo aver cessato, con l’orgoglio di sé stesso. Come spero sarà anche per me”. Non abbiamo dubbi che per Rutilio sarà così: lo è già. E per darne subito una prova tangibile, concreta, operativa, soffermiamoci su quattro punti fondamentali che costituiscono un piccolo lascito ideale di Rutilio per tutti i suoi “amici e compagni di fede”, come volle chiamarli. I primi tre li enucleiamo dal testamento spirituale che Rutilio volle scrivere qualche anno fa, il quarto da un suo famosissimo ricordo di guerra.

Utilizzeremo al riguardo proprio le parole di Rutilio, affiancandole a quelle del capitano Corneliu Codreanu e del Comandante Léon Degrelle, altri due straordinari Uomini che direttamente ed operativamente sul campo, tramite il proprio sacrificio ed il proprio esempio, hanno incarnato e vivificato con la loro testimonianza gli eterni principi della Tradizione.

 1. Essere eroi.  

Così scrive Rutilio: La prima verità da intendere è questa: che il compito che ci siamo assunti non è da uomini, ma da eroi. Non è affermazione retorica, questa, ma rigorosamente realistica. E, se così numerosi tentativi di riunione delle nostre forze sono falliti, è stato perché si è voluto affrontarli da uomini e non da eroi. E gli uomini, anche di buon livello, hanno una pletora di debolezze, di vanità, di fisime, di opportunismi, che solo gli eroi sanno gettarsi dietro le spalle.

Come tante altre parole, anche “eroe” ha bisogno di una definizione. Non intendo, con essa, riferirmi a un comportamento eccezionale dettato da un attimo di esaltazione, di suggestione e di sacro furore, che può portare fino a “gettare la vita oltre l’ostacolo”. Intendo definire quel fatto esistenziale e permanente, detto “concezione eroica della vita”, che accompagna il soggetto in tutte le sue azioni e pensieri, anche apparentemente più tranquilli. Eroe, è quindi chi riesce a spezzare i vincoli condizionanti che lo legano, ora ad ora, alla grigia materialità del quotidiano, per seguire ad ogni costo la suprema armonia del cosmo, il sentiero della super-vita e della partecipazione al Grande Spirito. L’eroe è quindi portato a fare il proprio dovere, senza bisogno di alcuna costrizione, ed ha nella propria coscienza un giudice ben più acuto e inesorabile che un pubblico impiegato seduto dietro a un bancone. Libero, non è chi non ha padrone, ma chi è padrone di se stesso, e quindi l’eroe è il solo tipo umano veramente libero.

Non è che l’eroe non si allacci anche lui le scarpe, non paghi il telefono, non incassi lo stipendio o non partecipi magari a una compravendita. Solo che, per lui, quelle sono incombenze necessarie ma accessorie, secondarie: non sono “la realtà della vita”, come per l’uomo qualunque. Servono a campare, ma vivere per campare gli toglierebbe il respiro.

Per questo, il nostro primo imperativo dev’essere: ‘tutti eroi!’”.

Non possono non tornare alla mente, affiancandosi perfettamente alle indicazioni di Rutilio, le parole del Capitano Codreanu. Innanzitutto la cd. legge dell’educazione, una delle sei leggi fondamentali del Cuib, che recita: «Devi diventare un altro. Un eroe». Dai punti 69 e 70 sempre de “Il capo di Cuib” leggiamo poi: “L’uomo nuovo, e la nazione rinnovata, presuppone un grande rinnovamento spirituale, una grande rivoluzione spirituale del popolo intero (…). In questo uomo nuovo dovranno rivivere tutte le virtù dello spirito umano”. Codreanu descrive così le virtù del vero eroe: “eroe in senso militare, affinché egli possa con la lotta imporre il suo punto di vista; eroe in senso sociale: incapace di sfruttare, dopo la vittoria, il lavoro altrui; eroe del lavoro, gigante creatore della sua terra per mezzo del lavoro”. E ancora: “Il movimento legionario, prima di essere un movimento politico, dottrinario, economico ecc., un complesso di formule, è una scuola spirituale da cui, se vi entrerà un uomo, all’altro termine dovrà uscire un eroe”.

In “Per i Legionari. Guardia di Ferro”, il Capitano torna sistematicamente sul concetto. Innanzitutto ricorda come sulle mura della stanza del “Camin” nella quale si trovava l’icona dell’Arcangelo Michele, i legionari scrissero diverse massime raccolte da Codreanu medesimo, tratte dalla Bibbia e da altri testi sacri. Tra esse: «Non cacciare l’eroe che è in te».

E ancora, leggiamo: “Da questa scuola legionaria uscirà fuori un uomo nuovo, un uomo con le qualità di eroe, un gigante in mezzo alla nostra storia (…) Tutto quello che la mente nostra può immaginare di più bello spiritualmente parlando, tutto quello che la nostra razza può dare di più fiero, di più alto, di più giusto, di più potente, di più saggio, di più puro, di più laborioso e di più eroico, ecco che cosa deve produrre la scuola legionaria! Un uomo nel quale siano sviluppate al massimo grado tutte le possibilità di grandezza umana che sono state seminate da Dio nel sangue della nostra stirpe. Questo eroe, questo legionario dell’eroismo, del lavoro, della giustizia, con poteri divini nello spirito, condurrà la nostra stirpe per le vie della sua grandezza”.

“Creeremo un ambiente spirituale, un ambiente morale nel quale nasca e del quale si nutra e cresca l’uomo-eroe”.

“Quali sono le dimensioni spirituali del capo di un movimento politico? Secondo la mia opinione (…) Facoltà di educare e d’ispirare l’eroismo”.

 2. Adempiere i propri doveri, anziché rivendicare diritti.

Prosegue Rutilio: “Voglio (…) aggiungervi un paio di consigli, che ritengo possano essere utili per la vostra continuazione della lotta.

Il primo è di adottare un ordinamento (e una formazione) fondato sui doveri e non sui diritti.

Sul piano meramente logico, sembrerebbe la stessa cosa. Se Tizio ha un diritto, ci dev’essere un Caio che ha il corrispondente dovere verso di lui. Se quindi io dico: “Tizio ha diritto di avere X da Caio”, è sinonimo del dire “Caio ha il dovere di dare X a Tizio”. Che differenza c’è?

C’è, la differenza. E sta nel fatto che, mentre il proprio dovere si può fare, il proprio diritto si può soltanto reclamare. Ne consegue che, se tutti fanno il loro dovere, e tale è la maggior cura dello Stato, automaticamente anche tutti i diritti vengono soddisfatti, mentre, se si proclamano diritti a piene mani, e tutti li reclamano, si fanno solo cortei con cartelli e una gran confusione e intralcio al traffico (protetto da stuoli di vigili urbani), ma il popolo resta a bocca asciutta, eccettuati i sindacalisti”.

Un semplice, ma fondamentale concetto: se tutti adempiono i propri obblighi ed i propri doveri, di qualunque tipologia siano (giuridici, morali, sociali, ecc.) in silenzio e con un’azione impersonale, precisa, chirurgica, efficace, ogni aspetto ed ogni dominio della comunità trova un proprio ordine, un proprio equilibrio, in un contesto organico e gerarchico, dove ognuno, conformemente alla propria natura, compie ciò che dev’essere fatto, ad ogni livello. E tutti i diritti, leciti, giusti (iustum, “secondo ius”, secondo diritto, cioè conformemente alla legge umana come derivata, in origine, dall’impronta divina del fas), trovano soddisfazione, senza inutili sbandieramenti né scomposte grida, senza disordini né egoismi.   

Se invece tutti si limitano a rivendicare diritti e pseudo-diritti, com’è tipico delle odierne società, e tra l’altro a prescindere dalla liceità e dal grado di effettiva “giustizia” degli stessi (si pensi alle odierne “rivendicazioni” in salsa gender, LGBT, omosessualistiche, ecc.), non ci può essere che confusione e caos, disordine ed individualismi, sterili lotte di classe o di categoria che dividono e frammentano, fino alla sovversione vera e propria, quando si pretende che lo Stato conceda ciò che è “contra ius”. Si pretende, si alza la voce, ma nessuno è realmente pronto a sacrificare sé stesso per qualcosa di più grande del proprio gretto, misero orizzonte egoistico.

E ricordiamo sempre che tale adempimento dei propri obblighi, per essere il più efficace possibile, necessita di un’azione come si diceva impersonale: è la legge del “wei wu wei”, dell’“agire senza agire”, concetto cardine della tradizione taoista e, più in generale di tutte le civiltà facenti capo al mondo della Tradizione: l’azione impersonale per antonomasia, l’agire senza desiderio, senza una spinta proveniente da moti individualistici o passionali in senso stretto: fare ciò che deve esser fatto, eseguire il proprio dovere senza guardare egoisticamente al proprio tornaconto, sganciando quindi l’azione dai frutti soggettivi o dai voleri personali legati alla medesima. Agire semplicemente perché è “giusto” (secondo quanto si diceva), facendo dono di sé in modo oggettivo. Rutilio scriveva infatti, come già osservato nel punto 1., che “l’eroe è quindi portato a fare il proprio dovere, senza bisogno di alcuna costrizione”. Celeberrima è la massima con cui Julius Evola sintetizzò questa tipologia di agire: “agire senza guardare ai frutti, senza che sia determinante la prospettiva del successo o dell’insuccesso, della vittoria o della sconfitta, del guadagno o della perdita, e nemmeno quella del piacere e del dolore, dell’approvazione e della disapprovazione altrui”.

 3. Rispetto della gerarchia, unità organica di intenti, dedizione assoluta alla Causa.

Conclude Rutilio: “La seconda esortazione ha carattere operativo. Un uomo solo, un Capo, può impugnare la barra delle massime decisioni, ma deve possedere qualità eccezionali, che ben raramente si riscontrano. In sua mancanza, un gruppo di tre, quattro, cinque persone accuratamente selezionate, possono svolgere la funzione decisionale con sufficiente prontezza e saggezza. Un organo più numeroso, può funzionare solo a patto che vi sia una rigorosa divisione di funzioni e relative competenze, tra cui quella di sintesi, svolta da pochissimi. Ma soprattutto, deve dominare in esso l’assoluta unità di intenti, al di fuori di qualsiasi carattere agonistico (tipo maggioranza e opposizione). In mancanza di tali requisiti, l’organo numeroso è del tutto inutile, anzi gravemente dannoso, perché vengono a dominare poteri “di fatto” fuori di ogni controllo. Vi dico questo, sia in vista degli organi dello Stato organico che intendiamo istaurare, sia per quanto riguarda agli organi interni di “nostre” formazioni. Per queste ultime, anzi, il pericolo delle vaste “collegialità” (vedasi il pessimo esempio del MSI-DN) è ancor più grave, perché fattore della degenerazione demagogica e incapacitante delle compagini stesse. Lasciate quindi al belante gregge democratico la ridicola allucinazione di comandare tutti, e coltivate la nobile, virile e feconda virtù dell’obbedienza.

Nessuno nega che il temperamento ambizioso sia uno stimolo per l’azione, ma ognuno stia in guardia: al minimo accenno che esso tenda a prevaricare in lui sulla dedizione alla Causa, sappia mortificarlo con orrore. La vittoria nella “grande guerra santa” è quella”.

Insegnamento di fondamentale importanza per far funzionare, ancor prima della macchina statale, le formazioni di base, le unità operative, quindi le comunità militanti che debbano costituire il fulcro, la fucina per forgiare gli uomini e le donne che dovranno portare avanti il testimone della Tradizione fino al giorno in cui s’intravedranno i primi raggi dell’alba della rinascita: spirito di obbedienza e di sacrificio, abnegazione, rispetto delle gerarchie fondate sulla qualità, dedizione alla Causa ed unità d’intenti, mortificazione di ogni tornaconto o personalismo: la vittoria sulla parte più oscura di sé, la grande guerra santa.

Il Capitano Codreanu (“Per i Legionari. Guardi di Ferro”) descrive perfettamente le doti del Capo ed il suo potere “magnetico” di attrazione: “Quali sono le dimensioni spirituali del capo di un movimento politico? Secondo la mia opinione sono le seguenti: I) Un potere interiore di attrazione. Al mondo non esistono uomini liberi e indipendenti. Come nel sistema solare ogni astro si trova in un’orbita nell’ambito della quale esso si muove per effetto di una forza di attrazione più intensa, così anche gli uomini, specialmente nel campo dell’azione politica, gravitano intorno a una forza d’attrazione. Lo stesso avviene anche nel mondo del pensiero. Restano beninteso fuori quelli che non vogliono né muoversi né pensare.

(…) Il dominio di un capo è limitato dalla sua forza interiore di attrazione, una specie di forza magnetica, senza la quale non si può essere capi (…)”.

Le celebri parole del grande comandante Léon Degrelle, costituiscono infine un perfetto complemento ai concetti espressi da Rutilio circa l’obbedienza ed il suo significato più profondo e formativo di sé:

“Nessuna opera di grande respiro può compiersi nell’egoismo e nell’orgoglio.

Obbedire è una gioia, perché una forma di dono, di dono illuminato.

Obbedire è fecondo, moltiplica il risultato degli sforzi. Obbedire è un dovere, perché il bene comune dipende dalla disciplinata unione delle energie.

La società umana non è formata da un nugolo di zanzare accanite e irrequiete, che si avventano nell’aria seguendo il loro interesse o il loro umore. Essa è un grande complesso sensibile che l’anarchia rende sterile o pericoloso, mentre l’ordine e l’armonia gli offrono possibilità illimitate.

Un popolo ricco, composto da milioni di individui che siano però isolati dall’egoismo, è un popolo morto.

Un popolo povero, in cui ciascuno riconosca con intelligenza i propri limiti e i propri obblighi verso la comunità e obbedisca agendo solidamente, è un popolo vivo.”

 4. Non arrendersi mai.

È celebre il racconto fatto da Rutilio circa il suo incontro con un giovanissimo SS Grenadier tedesco gravemente ferito durante un’azione di guerra contro le bande partigiane di Tito l’8 settembre 1944. “Ti giuro che non ci fermeremo mai (niemals), finché non avremo vinto!”: fu il giuramento ideale di Rutilio. “Niemals!” ribadì il ragazzo, gridando col pugno rivolto al cielo prima di morire. “Ecco, è quel piccolo avverbio che io consegno a voi, giovani Camerati”, disse Rutilio ricordando quell’episodio.

Quel “Niemals”, quel “piccolo avverbio” deve risuonare sempre nei cuori e nell’anima, perché davanti alle difficoltà, alle avversità, agli ostacoli apparentemente insormontabili, tanto nella continua grande guerra santa contro la parte più oscura di sé stessi, quanto nelle piccole guerre sante contro il nemico esteriore, tanto nella vita quotidiana quanto nella militanza comunitaria, deve sempre essere presente il principio della vita come militia e quindi come lotta costante, che non ammette rese di sorta, esitazioni, tentennamenti. Le debolezze, la paura di non farcela, di essere sovrastati dal peso delle responsabilità o dalle proprie limitazioni ed insicurezze va sublimato, superato: tenendo sempre in alto i cuori, perché chi tiene lo sguardo ed il cuore rivolto verso le regioni più alte dello spirito e verso la luce, non potrà subire la sconfitta definitiva, quella che porta fra le mortifere spire della tenebra e della materia. Mai!

 “Ed ora, non avendo più la forza di stare al remo, torno a darmi da fare al timone. Enos, Lases, iuvate!” (Rutilio Sermonti)