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I negrieri dell’INPS: “Servono schiavi per le pensioni”

Ma quale buonismo e solidarietà… I barconi devono arrivare in Italia, possibilmente pieni zeppi di giovani morti di fame, che per qualche euro al giorno e una topaia in cui dormire ci paghino le pensioni: ecco riassunto il rapporto INPS (firmato dal Presidente Boeri). Saviano e compagnia starnazzante: come la mettiamo con quella storia che ‘fuggono dalla guerra’? Siete voi i veri negrieri schiavisti, senza cuore.

(www.repubblica.it) – Inps: “L’occupazione è salita, ma servono ancora migranti per pagare le pensioni”

Ecco l’ultimo Rapporto. Un documento con luci e ombre. Più lavoro, anche grazie alla fine dei voucher, ma sempre più a termine. Sale la domanda di prestazioni assistenziali. Grazie alle varie riforme, l’88% dei dipendenti privati ha un sussidio se perde il lavoro. E nella gig economy non ci solo i fattorini del cibo a domicilio

Il sistema pensionistico rischia di non facela in un prossimo futuro: pochi giovani al lavoro e troppi anziani in pensione. I contributi dei primi non ce la farebbero a pagare le pensioni dei secondi, tra l’altro più sostanziose perché calcolate con il sistema retributivo o misto. Un equilibrio che secondo i dati dell’Inps potrebbe essere raggiunto solo attraverso il contributi del lavoro degli immigrati. Parole chenon faranno piacere al ministro Salvini. Infine, dopo anni passati a mettere in ordine i sostegni ai disoccupati, l’Inps può finalmente dire che a due anni dall’introduzione del Jobs act, oltre l’88% dei lavoratori del settore privato è tutelato in caso di disoccupazione.

Vediamo capitolo per capitolo cosa racconta il Rapporto Inps.

Occupazione. Nel 2017 l’occupazione – altro capitolo – ha continuato a crescere, confermando il trend degli ultimi anni, da quando sul finire del 2013 il numero degli occupati ha toccato il minimo post 2007. Il recupero iniziato nel 2014 ha consentito, tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018, di ritornare a un livello di occupati analogo a quello del primo semestre 2008, grazie esclusivamente alla performance dell’occupazione dipendente. Il numero complessivo degli assicurati Inps è risultato nel 2017 pari a 25.138 milioni di lavoratori, lo 0,3% in meno rispetto al 2016. Una contrazione che dipende dalla conclusione, nel marzo 2017, della vecchia regolazione delle prestazioni occasionali tramite voucher. Al netto delle posizioni a voucher si registrano, per le altre categorie, trend di incremento. Particolarmente dinamica è risultata l’area dei lavoratori dipendenti privati extra-agricoli. La loro crescita risulta superiore al 4% secondo il dato annuale (hanno superato ampiamente i 15 milioni). Continuano a scendere invece il numero di lavoratori indipendenti. S’è ristretto a 13,8 milioni (dai 14,1) il numero dei lavoratori a tempo indeterminato, mentre è salita l’occupazione a termine passando da 3,7 milioni a 4,6 milioni. E c’è da dire che molti rapporti oggi inquadrati con contratti a termine erano un tempo pagati con voucher. 

Contributi sociali. Dinamica positiva dei contributi accertati e direttamente collegati alle dinamiche occupazionali, che nel 2017 hanno superato i 205 miliardi, grazie soprattutto alla crescita di quelli legati al lavoro dipendente privato (passati da circa 136 a 140 miliardi, quasi 4 miliardi in più). L’ammontare delle agevolazioni (contributi sociali fiscalizzati) si è attestato nel 2017 a 20 miliardi, per effetto essenzialmente del trascinamento dei provvedimenti degli anni antecedenti, pur in assenza di nuove agevolazioni. Nell’ultimo biennio le agevolazioni contributive sono risultate pari a circa il 10% dei contributi sociali. Al netto della quota fiscalizzata la dinamica dei contributi sociali è stata nettamente inferiore a quella del Pil nel 2015 e nel 2016 mentre è risultata superiore nel 2017.

Gig economy. Non ci sono solo i fattorini del cibo tra i nuovi lavori creati dalle nuove tecnologie. Ce ne sono tanti altri e l’Inps li ha raggruppati per la prma volta in tre grandi categorie: il lavoro on-demand tramite app; il crowdwork, programmatori, freelance, informatici, professionisti, che si rendono disponibili a svolgere una moltitudine di differenti lavori; l’asset rental, l’affitto e il noleggio di beni e proprietà, come nel caso del proprietario di un appartamento in affitto su AirBnb che cura anche l’accoglienza e le pulizie finali. Anche se, osservano i ricercatori dell’Istituto guidato da Tito Boeri, il dibattito pubblico sia incentrato però solo sui riders, che in realtà rappresentano solo il 10% dei nuovi lavoratori. Non si sa invece molto, e non ci si pone domande dal punto di vista del dibattito politico, delle altre componenti della gig economy, che con alta probabilità sono associate a forme di contratti informali-verbali, che potrebbero utilizzare forme di pagamento alternative come i buoni regalo o le ricariche telefoniche, o che comunque potrebbero non essere soggetti a nessuna forma di tutela, contribuzione sociale e tassazione. E per fornire tutele previdenziali ai gig worker l’Inps individuea i contratti che più si prestano al tipo di lavoro: il lavoro autonomo occasionale; la collaborazione coordinata e continuativa e la collaborazione organizzata dal committente; il contratto di prestazione occasionale; il lavoro intermittente.

Ammortizzatori sociali. Nel 2017, a oltre due anni dall’entrata in vigore del Jobs Act, la quota dei lavoratori dipendenti privati tutelati in caso di sospensione del rapporto di lavoro risulta essere oltre l’88%. E’ stato invece decisamente limitato da parte delle aziende il ricorso alle integrazioni salariali attraverso i fondi di solidarietà. Sono circa 640 il numero delle aziende che hanno fatto ricorso ad integrazione salariale (corrispondenti allo 0,1% delle aziende contribuenti), interessando complessivamente circa 78 mila beneficiari (l’1,3% dei lavoratori tutelati). Un limitato utilizzo che dipende in parte dal miglioramento della congiuntura economica generale. Uuttavia, ulteriori motivazioni potrebbero essere ricercate nell’impianto generale di finanziamento che pone limiti alle prestazioni, in base ai contributi versati, e nelle regole specifiche che le parti sociali si sono date al momento.

L’equilibrio nei conti della previdenza. L’Italia sta invecchiando e gli italiani fanno pochi figli. Un problema non di poco conto sull’equilibrio del sistema pensionistico pubblico. Tant’è che le riforme delle pensioni realizzate a partire dall’inizio degli anni ’90 hanno avuto come obiettivo quello di adattare il sistema a questi cambiamenti. Ma ciò che è stato fatto non basta. Per mantenere il rapporto tra chi percepisce una pensione e chi lavora su livelli sostenibili, scrive l’Inps, è cruciale aumentare il numero di immigrati che lavorano nel nostro Paese.

Anche perché solo il 4,1% delle pensioni vigenti oggi sono prestazioni liquidate interamente con il sistema contributivo e il 13,6% con il sistema misto. La maggior parte sono ancora con il retributivo, molto “più caro” per chi lavora e insostenibile se i contribuiti previdenziali che entrano nel sistema sono esigui. 

L’assistenza. Cresce il numero delle prestazioni strettamente assistenziali (dal 4% al 7,5% della spesa complessiva) e diminuisce invece la quota destinata a interventi redistributivi a favore delle prestazioni di tipo assicurativo (dall’11% al 3%). Si tratta di benefici cui si può accedere grazie a versamenti contributivi, ma erogate solo in ragione dell’esistenza di situazioni di disagio (integrazioni al minimo, quattordicesima, maggiorazioni di pensioni previdenziali). Va però notato che l’individuazione dello stato di bisogno avviene secondo criteri che differiscono tra prestazioni, senza che vi sia sempre coerenza con obiettivi redistributivi e seguendo criteri che non ne garantiscono la capacità selettiva.