Evola introduce “La crisi del mondo moderno” di Guénon (1937)

tratto da www.rigenerazionevola.it

Come abbiamo visto qualche giorno fa, negli anni Trenta il rapporto inizialmente conflittuale tra Evola e Guénon cambiò completamente natura, aprendosi alla stima reciproca ed alla collaborazione. A dimostrazione ulteriore di questa svolta, proporremo da oggi quattro scritti di Evola, dagli anni Trenta fino alla scomparsa terrena di Guénon (1951), in cui appare cristallino il cambio radicale di veduta del barone nei confronti dell’opera e della figura del metafisico di Blois.

Oggi proponiamo un documento molto interessante, vale a dire la prima versione dell’introduzione alla celebre opera guénoniana “Crisi del mondo moderno”, che Evola scrisse nel luglio del 1936, come confermato dall’apposizione della data in calce all’introduzione stessa, che servì da presentazione della prima traduzione italiana dello scritto di Guénon, curata personalmente da Evola stesso. L’intero volume sarebbe stato peraltro pubblicato nel 1937, per l’editore Hoepli.

Di questa introduzione, che costituisce un inedito che Rigenerazione Evola presenta in esclusiva per i propri lettori, vanno messi in risalto subito due punti:

1) Il radicale cambio di veduta di Evola su Guènon, presentato ai lettori come una personalità di grande spessore (“Il pubblico, oggi, ne ha abbastanza, è vero, di sentir parlare continuamente di «crisi» e di «crepuscolo della civiltà. Ma è appunto per questo che in Italia (…) è ora che il Guénon sia conosciuto, giacché qui noi abbiamo una personalità di ben diversa statura, noi abbiamo qualcuno, che non ci presenta costruzioni e interpretazioni più ò meno personali e «filosofiche», ma che affronta l’argomento in nome di una tradizione, nel senso più alto e universale del termine”);

2) l’accostamento tra il “tradizionalismo integrale” di Guénon e l’idea universale fascista come enucleata da Mussolini.

In realtà, Evola aveva già presentato Guénon al pubblico italiano, sempre con toni molto agiografici, l’anno prima, con un articolo pubblicato su “La Vita Italiana” nel febbraio del 1935, con un’intitolazione che lasciava ben pochi dubbi circa le intenzioni di Evola: “Un maestro dei tempi moderni: René Guénon”. La stima maturata in quegli anni, i rapporti epistolari tra i due, e sicuramente, il grande lavoro di revisione svolto da Guénon sulle bozze di “Rivolta”, unitamente ad una maggiore comprensione dell’insegnamento del maestro, avevano evidentemente lasciato il segno in Evola. Quell’articolo, fu riproposto poi dalla rivista “Civiltà”, nel numero speciale in memoria di Evola che uscì nel maggio-agosto 1975, con il titolo “Attualità di Guénon”.

RigenerAzione Evola, come forse i lettori più affezionati ricorderanno, ha pubblicato quest’articolo in due parti: ad esse rimandiamo, per far notare come Evola, con quell’articolo, avesse già presentato Guénon al pubblico italiano con uno scritto molto dettagliato, al quale di fatto si rifece per elaborare, in forma necessariamente più ridotta e circostanziata, l’introduzione a “Crisi”. Nella prima parte di quell’articolo del 1935, Evola presentava la personalità, il metodo e la dottrina di Guénon, soffermandosi peraltro sul carattere superpersonale dei princìpi metafisici, e sulle correnti neospiritualiste da lui individuate e smascherate.

Lo storico primo numero del “Diorama Filosofico” di Evola sulle colonne de “Il Regime Fascista” di Farinacci (2 febbraio 1934), in cui campeggiava subito il primo contributo di René Guénon (“conoscenza spirituale e ‘cultura’ profana”)

Nella seconda parte, Evola sviluppava ulteriormente i concetti esposti, fino ad analizzare le conseguenze pratiche dell’applicazione sul piano sociale, politico, pratico dei princìpi metafisici, giungendo a spiegare il concetto di “Universale” nella prospettiva guénoniana (e quindi metafisica), e la coesistenza di essa con la massima differenziazione e con l’idea gerarchica. Da qui, tramite ulteriori passaggi, Evola concludeva proprio con un esplicito riferimento ai nuovi movimenti europei (fascismi) che negli anni Trenta si opponevano alla decadenza dell’Occidente, con l’auspicio che da una parte Guénon potesse studiare da vicino tali movimenti e, dall’altra, che le élites del movimento fascista si formassero sulle opere di Guénon.

Il tutto, con una chiusa dai chiari toni: “la premessa del «tradizionalismo integrale» del Guénon è quella stessa dell’ideale mussoliniano della conquista di una «realtà permanente e universale» come condizione per chiunque voglia agire spiritualmente nel mondo come «volontà umana dominatrice di volontà»”. Tale enunciato sarebbe stato ripreso e sviluppato nell’introduzione a “Crisi” che vi presentiamo, per perorare la tesi che l’unico modello ideale adatto per dare attuazione concreta e storica all’universalismo fascista di Mussolini, sarebbe stato proprio il “tradizionalismo integrale” di Guénon. In tal modo, la spinta fascista alla rinnovazione dell’Europa decadente avrebbe trovato una salda, formidabile, inattaccabile base spirituale, in grado di darle un contenuto invincibile, di matrice metafisica, sovrarazionale.

Di qui l’invito esplicito e sorprendente alle “Camicie nere” delle Rivoluzione fascista a far propria la dottrina di Guénon. Ebbene, la collaborazione di quest’ultimo con il Diorama filosofico di Evola, sulle colonne di un organo ufficiale quale “Il Regime Fascista” di Farinacci, era in quel periodo già iniziata da un anno esatto (febbraio 1934 – febbraio 1935), con la pubblicazione di ben 15 articoli scritti da Guénon. E, particolare di straordinaria importanza, l’articolo del metafisico di Blois uscito proprio nel gennaio del 1935, cioè poche settimane prima dell’articolo di Evola su “La Vita Italiana”, era intitolato: “Il problema della costituzione delle élites”. A buon intenditor, poche parole …

In quegli anni, trovavamo quindi Guénon, che avrebbe sempre aborrito l’idea di avvicinarsi alla politica, che scriveva per “Il Regime fascista”, ed Evola che lo presentava alle Camicie Nere della Rivoluzione come punto di riferimento dottrinario imprescindibile. In quel periodo stava accadendo dunque qualcosa di eccezionale: metafisica e politica cercavano di incontrarsi, di nuovo. Un progetto straordinario, fuori dal tempo, che purtroppo, forse inevitabilmente, non avrebbe avuto seguito, ma di cui rimane intatta l’importanza storica. Un progetto che rivela inoltre, ancora una volta, l’infondatezza delle tesi del “mito incapacitante” e dell’impoliticità del pensiero evoliano: Evola, che già aveva cercato di tradurre sul piano politico la dottrina dell’Individuo Assoluto, ora revisionava il suo concetto di Stato cercando di dare applicazione pratica alle “idee metafisiche” di Guénon, e continuando infaticabilmente l’elaborazione del concetto di Stato alla luce delle dottrine tradizionali, soprattutto grazie alla feconda collaborazione con la rivista “Lo Stato” di Carlo Costamagna, dal 1934 in poi.

Da segnalare, nell’introduzione che presentiamo, circa la rettificazione delle conclusioni cui il giovane Evola era pervenuto a proposito dell’ “intellettualismo” e della “metafisica oggettiva” di Guénon, accusata di “razionalismo”, tra le tante affermazioni del barone, questa (che già riecheggiava nell’articolo del 1935): “Perciò dovunque il Guénon parla di «intellettualità», di « contemplazione», di «elite intellettuale», di «conoscenza pura», di «mondo dei principí» o di «intuizione intellettuale», il lettore bisogna che si guardi dal supporre una specie di razionalismo o di astratto universalismo, come forse, nel loro uso comune moderno, tali termini potrebbero far pensare”.

Per chi volesse, inoltre, notare le differenze tra questa versione del 1936-37 dell’introduzione a “Crisi” e la versione in testa alla terza edizione del 1972 dell’opera di Guénon (in cui, evidentemente, ogni riferimento al fascismo era scomparso), rimandiamo alla pubblicazione di quest’ultima sul nostro sito, nel gennaio 2016. Buona lettura.

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di Julius Evola

Roma, luglio 1936-XIV

Presa nella pienezza del suo senso, la parola «rivoluzione» comprende due idee: anzitutto l’idea di una rivolta contro un dato stato di fatto; poi, l’idea di un ritorno o conversione – per cui nell’antico linguaggio astronomico la rivoluzione di un astro significava appunto il ritorno al suo principio e il suo moto ordinato intorno ad un centro immobile.
Ebbene, prendendo il termine «rivoluzione » in questo senso complessivo, può dirsi che, nel mondo attuale, pochi libri siano così integralmente «rivoluzionari» quanto l’opera di René Guénon, che qui presentiamo.
ln nessun autore moderno è così violenta, recisa, inattenuata, quanto nel Guénon, la rivolta contro la nostra civiltà materialista, scientista, democratica, contro un ordine «occidentale», che invero era solo un disordine malamente organizzato e recante in sè il principio delle crisi più tragiche.
Ma, in pari tempo, in nessun autore moderno è così radicale, preciso, autocosciente, austero, impersonale il moto di ritorno a quei principi che, per esser al disopra del tempo, non sono di oggi nè di ieri, ma presentano una perenne attualità e restano i presupposti immutabili per ogni grandezza e per ogni forma normale di civiltà.

Il pubblico, oggi, ne ha abbastanza, è vero, di sentir parlare continuamente di «crisi» e di «crepuscolo della civiltà». Ma è appunto per questo che in Italia, ove già si è iniziata l’importazione delle idee dei vari Keyserling, Spengler, Massis, Berdjajeff, Benda, è ora che il Guénon sia conosciuto, giacchè qui noi abbiamo una personalità di ben diversa statura, noi abbiamo qualcuno, che non ci presenta costruzioni e interpretazioni più ò meno personali e «filosofiche», ma che affronta l’argomento in nome di una tradizione, nel senso più alto e universale del termine; che pesa ogni parola di quel che dice, ne assume la piena responsabilità, fissando, nel riguardo, dei punti tanto imparziali quanto definitivi.
Per andare incontro all’opera del Guénon lo stato d’animo migliore è appunto quello di chi ne ha abbastanza di parole e di « teorie», di chi ne sente la vanità dinanzi alla necessità di decisioni richiedenti un realismo in senso superiore e sopratutto il coraggio dell’incondizionato. ll Guénon non rientra per nulla nella serie degli autori moderni «personali» in moine esibizionistiche e in brillanti fuochi d’artificio per cattivarsi il pubblico «perbene» europeo: egli è inaccessibile ad ogni compromesso e ad ogni concessione, dice solo quel che deve dire, il suo punto di vista non è quello della «novità» o dell’«originalità», ma quello della pura, inattenuata verità. Nel suo mondo non vi è nemmeno da «discutere»: vi è solo da dichiararsi pro o contro – di tanto più vasta e comprensiva è la sua «ortodossia» di fronte a quella che reca abitualmente tale nome, di altrettanto essa è più rigida, esclusivista, inflessibile. Ed è ciò che occorre per questi «tempi duri», per questi «tempi della decisione» – e per gli uomini all’altezza di siffatti tempi.

L’opera svolta dal Guénon in una serie di volumi è vasta e organica, tanto che, qui, non potremmo riassumerne nemmeno gli aspetti principali. Procedendo da un costante e immutabile punto di vista «metafisico», essa si dirama nei più vari domini: simboli, miti, tradizioni primordiali, interpretazioni della storia, morfologia e critica della civilià, fenomeni religiosi e pseudoreligiosi, ascetica, scienza tradizionale dell’interiorità umana, dottrina dell’autorità spirituale, e così via, tutto ciò rientra nell’opera, già svolta dal Guénon instancabilmente da anni, con una preparazione senza pari, con assenza di qualsiasi settarismo, con un metodo nuovo per essere recisamente antimoderno, per avere come costante oggetto la «terza dimensione» di tutto quel che poi il lettore si accorgerà di non aver conosciuto, in precedenza, che in superficie.

la Tetraktys: uno dei tanti simboli esaminati dal Guénon

La presente opera è forse quella che ai più può offrire un interesse diretto e che può servire d’introduzione allo studio di altre opere del Guénon, tanto da condurre gradatamente i migliori a contatti diretti con lo stesso spirito tradizionale, di cui il Guénon è l’esponente. Una cura costante dell’autore è di non trascurare nulla a che, nei riguardi delle sue esposizioni, non nascano malintesi. Tuttavia è sempre possibile che, per la natura stessa delle sue visuali e per la necessità di usare parole purtroppo pregiudicate da un uso diverso, in una lettura non attenta qualche punto del presente lavoro possa prestarsi ad un equivoco, che noi qui vorremmo aiutare a prevenire mediante qualche breve considerazione.

ll Guénon dichiara nettamente che se il suo punto di vista è essenzialmente «metafisico», con il termine «metafisica» egli non intende per nulla riferirsi ad una qualche concezione filosofica, con la filosofia egli non volendo aver nulla a che fare. Di là da tutto ciò che è condizionato da tempo e spazio, che è soggetto a cambiamento, che è intriso di sensibilità e di particolarità ovvero legato alle categorie razionali, esiste un mondo superiore, non come una ipotesi o astrazione della mente umana, sibbene come la più reale delle realtà. L’uomo può «realizzarlo», cioè averne una esperienza così diretta e certa, quanto quella mediatagli dai sensi fisici, quando riesca ad elevarsi ad uno stato, appunto, superrazionale, o, come dice sempre il Guénon, di «intellettualità pura», cioè ad un uso trascendente dell’intelletto, discioltosi ad ogni elemento propriamente umano, psicologistico, affettivo, e così pure individualistico o confusamente «mistico». Ed è in relazione a ciò, ossia ad una specie di realismo trascendente che intende portarsi ben più in alto del mondo di ogni particolare religione o tradizione (formulazioni varie e contingenti, le une e le altre, dell’unico immutabile contenuto metafisico) e in un clima ben più oggettivo di quello di una qualsiasi scienza, realismo congiunto alle premesse di una ascesi interiore e alle possibilità di superamento dell’umano sempre offerte da ogni vera tradizione – è in relazione a ciò che dal Guénon viene usato il termine «metafisica».

Perciò dovunque il Guénon parla di «intellettualità», di « contemplazione», di «elite intellettuale», di «conoscenza pura», di «mondo dei principí» o di «intuizione intellettuale», il lettore bisogna che si guardi dal supporre una specie di razionalismo o di astratto universalismo, come forse, nel loro uso comune moderno, tali termini potrebbero far pensare. Devesi inoltre accentuare, più di quel che, forse, da questo solo libro risulti, che il mondo dei «principi», quale il Guénon lo concepisce e lo mostra alla base di ogni vera tradizione, è assai meno un mondo esangue di astrazioni che un mondo di forze, l’azione delle quali, per essere invisibile, non è meno efficace, anzi è assai più irresistibile, inesorabile e fatale di quella relativa alle forze materiali e, in genere, semplicemente umane. Per il Guénon lo spirito non ha come destino l’esilio in uno stratosferico supermondo, e i portatori dello spirito non sono condannati a fare, quaggiù, la parte di esiliati in lacrime e nostalgie o di utopisti impotentí; ciò che non comincia nè finisce nell’elemento «uomo» per il Guénon proietta precisi rapporti di «dignità», di qualità, di differenza nelle varie forme di vita; ed è così che si formano, nel loro senso luminoso, oceanico, superumano, le grandi tradizioni, è così che nasce la grande storia e la vera gerarchia, quella che le grandi organizzazioni sociali tradizionali premoderne sempre conobbero, perfino nelle loro arti e nelle loro scienze, e l’ultimo eco delle quali si continua fino al medioevo feudale e cattolico-imperiale, al quale il Guénon rivendica naturalmente un significato speciale di modello simbolico.

Su tale base, tutte le affermazioni del Guénon circa il primato della «conoscenza», cioè dell’«intellettualità», sull’azione, non debbono trarre in errore: ciò che è inferiore e che va subordinato è, nel riguardo, solo l’azione inferiore, l’azione sconsacrata e materializzata, ciò che è da dirsi più agitazione e febbre che non vera azione, nel suo esser priva di ogni luce, di ogni vero scopo, di ogni vero principio. Un altro incentivo di equivoco può sorgere dalle considerazioni del Guónon circa i rapporti fra Oriente e Occidente. Invitiamo dunque il lettore a non dimenticare mai quanto l’autore ha dichiarato nel modo più esplicito, ossia che la vera opposizione non è fra Oriente e Occidente, ma fra Occidente moderno e mondo tradizionale. Solo perchè è in antitesi col suo migliore passato l’Occidente moderno è anche in antitesi con quel che in Oriente ancora si conserva di «metafisico» malgrado i fermenti di decomposizione in esso importati essenzialmente dall’Occidente secolarizzato e materializzato. Importa rilevare che, nella loro essenza, le vedute esposte dal Guénon nel riguardo non solo collimano con quelle del Coppola circa la «cattiva coscienza dell’Europa», ma ancor più con quelle del noto discorso di Mussolini agli studenti orientali. In tale discorso Mussolini ha riconosciuto che l’antitesi e l’incomprensione fra Oriente e Occidente si basa solo sul fatto che si è scambiato con l’Occidente la sua degenerescenza materialitica, mercantile e liberalistica più recente, quella « civiltà priva di anima e di ideale» che «seppe solo vedere nell’Asia un mercato di manufatti, una fonte di materie prime su cui metter mano, civiltà antifascista che ha preso il sopravvento nel mondo e che si riflette negli stessi mali di cui ora anche l’Asia comincia a soffrire». Basta sviluppare coerentemente queste esatte posizioni di Mussolini, per non impressionarsí dinanzi alle espressioni «forti» che, proprio in tale senso, il Guénon usa contro le invasioni barbariche occidentali, per poter invece assumere queste accuse come il più salutare reattivo per farsi chiaro quali sono gli ideali veramente «rivoluzionari» che noi dobbiamo assumere e difendere e che solo possono fondare il concetto vero, spirituale, dell’Imperium, da opporre alle distruzioni «imperialistiche» di tipo moderno e – diciamolo pure – di marca essenzialmente anglosassone. E che poi a nessuno – e ai censori per primi – venga in mente di confondere il problema dell’Oriente, trattato dal Guénon, con quello, più vasto, coloniale, di cui in questo libro non si tratta, e di pensare che ragioni, valide per popoli di millenaria civiltà «metafisica», quale p. es. quello indù, si possano comunque estendere a razze selvaggie o degenerescenti, come p. es. quelle africane.

Le vedute del Guénon possono dar àdito a dubbio, se mai, là dove egli afferma che in Oriente, e soltanto in esso, si trovino ancora degli autentici rappresentanti del vero spirito «tradizionale» e che quindi una delle vie migliori perfino per ritrovare o rivivificare la propria tradizione divenuta latente all’ Occidente sarebbe data dall’Oriente. È vero che, in Guénon, «tradizionale» diviene sinonimo di «metafisico» e che se, nelle sue varie opere, si analizza la essenza di quel che egli intende per Oriente, si trova qualcosa che con quel che la grandissima parte dei lettori pensa come Oriente non ha nulla da fare e, per dir così, si trova di là tanto da Oriente che da Occidente. Ma ciò non risolve del tutto la difficoltà. Se la crisi dell’Occidente, così come il Guénon la spiega, è dovuta alle «leggi cicliche», e se queste leggi cicliche sono generali, cioè prevedenti una fase critica discendente complessiva, è chiaro che l’Occidente, proprio per essere al punto focale della crisi, si trova «più avanti» – più prossimo alla fine, ma anche al nuovo principio di un prossimo ciclo – che non civiltà, come le orientali, che solo adesso cominciano ad entrare nella crisi vera e propria, che quindi conservano ancora maggiori resti di spirito tradizionale e metafisico, ma che, alla fine, dovranno percorrere il nostro stesso calvario. Per cui, se si avrà quella soluzione positiva che, in fondo, sia pure senza indulgere a nessuna illusione ottimistica, il Guénon si augura, se cioè ci riuscirà di portare un certo gruppo di forze di là dalla fine del nostro mondo, proprio l’Occidente si troverà a tenere la posizione di testa, quando l’Oriente starà al punto della nostra presente crisi. Le premesse, ci sembra permettano senz’altro questa deduzione.

L’aquila: simbolo del potere imperiale, ripreso dal fascismo, è “portatrice dello spirito tradizionale in occidente.”

D’altra parte è forse un po’ semplicistico pensare che la conquista mondiale operata dall’Occidente si possa spiegare con fattori puramente materiali. Dal momento che il Guénon crede che le forze dall’alto proprie ad ogni realtà «tradizionale», se presenti, conoscono ogni via per piegare anche senza combattere ogni forza bruta, bisogna concludere che nei popoli orientali, i quali si son fatti così facilmente soggiogare, la presenza di tali forze spirituali non doveva poi essere più tanto reale, e che una certa degenerescenza, da riportare alle stesse leggi cicliche, doveva essersi manifestata anche in essi. Così, è anche innegabile che a base della conquista mondiale delle razze bianche, almeno all’origine, vi fu un fattore spirituale, una specie di oscura spinta verso l’infinito o l’illimitato: anche se subito si deve riconoscere, che questa spinta originaria disconobbe sè stessa, si capovolse, si spense in termini «umanistici» di avventura e conquista, poi mercantili e materialistici, accompagnati, al massimo, da doti di carattere e di volontarismo.
Come non vedere che ricondurre a sé stesso e rispiritualizzare questo impulso sarebbe una delle migliori vie per una ricostruzione occidentale? Il presupposto sarebbe quello stesso che, in forma definitiva e indiscutibile, il Guénon pone: la presenza di un centro metafisico e di portatori del vero spirito tradizionale in Occidente; lo sviluppo sarebbe però diverso, perchè, a differenza dell’Oriente, è soprattutto dall’«azione» che esso trarrebbe la sua materia prima, non dall’atteggiamento religioso ovvero «conoscitivo» in senso unilaterale.
Qui si aprirebbe, invero, un ordine di problemi, che il Guénon non ha però inclusi nel suo libro, steso circa dieci anni fa: il Guénon si è limitato ad indicare ciò che oggi ha carattere di pura negazione e ciò che può valere come giusto punto di riferimento per una rivolta e un ritorno ad una civiltà vera, spirituale, gerarchica, anticollettivista e antiegualitaria.

Non si trova dunque, nel presente libro, l’esame di quei moti di insofferenza e di insurrezione contro le forme più visibili della disgregazione sociale e intellettuale moderna, che si sono intanto manifestati in varie parti dell’Occidente ed hanno generato ormai grandi correnti «rivoluzionarie» rispetto al mondo europeo di ieri: quella fascista, in prima linea. Ma poichè tutte le premesse per un esame del genere dell’opera del Guénon sono poste, è compito degli elementi migliori e più ansiosi di vero orientamento spirituale della nuova e giovane Italia trarre le conseguenze.
Noi non nascondiamo che proprio a questo scopo abbiamo assai tenuto a fare uscire fra noi questo libro. Il Guénon che, combattuto in Francia in ogni modo – fino al tentativo di far scomparire i suoi libri dalla circolazione – vive presentemente quasi «in incognito» fuori dal nostro continente, dovrebbe, di rigore, trovare per le idee da lui difese il clima migliore fra noi, fra le avanguardie intellettuali della rivoluzione delle Camicie Nere.
Si tratta dunque di una specie di «appello», a cui speriamo che tali avanguardie sappiano degnamente rispondere, respingendo tante mezze-idee e tante parole d’ordine dilettantesche in voga, riconoscendo tutto quel che manca per poter dare alla tanto abusata parola «tradizione» la pienezza del suo senso, facendosi capaci di sguardo chiaro e di vero coraggio intellettuale: poichè le premesse del «tradizionalismo integrale» difeso dal Guénon al di là di ogni particolarismo condizionato dal sangue o dalla materia, in fondo, son quelle stesse dell’ideale mussoliniano della conquista di «una realtà permanente e universale» come condizione per chiunque voglia agire spiritualmente nel mondo come «volontà umana dominatrice di volontà» e della stessa persuasione di Mussolini, che oggi la nostra civiltà «deve ritornare uníversale, se essa non vuole perire».