Apologia di Platone

Articolo tratto da Raido n. 34 – Solstizio d’Inverno 2007

Quando parliamo di Civiltà ci riferiamo a quell’«equilibrio tra valori politici e spirituali, dove i primi sono organizzati e subordinati gerarchicamente ai secondi»
[1], nato dall’incontro dell’elemento divino con quello umano. L’allontanamento dell’uomo da quella forza primordiale ha condotto nel tempo alla cosiddetta civilizzazione moderna, ovvero ad un’idea di stato e più in generale dell’esistenza, fondata sull’egoismo e sul materialismo, che trova oggi nella democrazia la sua sintesi suprema ma non ultima [2].

Una presa di coscienza di sé e del mondo di rovine che ci circonda, indica chiaramente qual è il compito primario di fronte al mondo moderno: tornare ad operare sull’uomo forgiandolo secondo le antiche virtù, e preparando in tal modo la restaurazione d’uno Stato dei migliori, virile e fondato sul sacro.

A tentare, in ordine di tempo, l’ultima vera riaffermazione d’una weltanschauung solare ed aristocratica furono i cosiddetti “fascismi europei”, secondo approcci particolari fondati però sulla medesima concezione spirituale della vita. Conclusasi tragicamente l’epoca delle rivoluzioni nazionali, da quel momento in poi, anche in Italia nel cosiddetto ambiente della destra radicale, ci si è affannati nella ricerca di formule (purtroppo il più delle volte estemporanee e particolari) che potessero costituire il fondamento per una ricostruzione politica possibile. Poiché però, non è né il particolare, né tanto meno l’accessorio a potersi porre come base per la riaffermazione dell’Ordine, non si può prescindere dall’abbracciare una visione “politica” che sia espressione d’una concreta aderenza al trascendente, in conformità ad una visione sacrale della vita.

In questo, sicuro e concreto aiuto lo si può trovare nella riscoperta delle grandi opere politiche del filosofo che ha maggiormente influito sulla cultura europea pre-moderna, Platone. Obiettivo dunque di questo breve scritto sarà quello di evidenziare alcuni elementi del pensiero platonico, fornendo spunti di riflessione che dimostreranno l’assoluta a-temporalità e validità di questo a più di 2500 anni dalla sua formulazione. Poiché in un mondo che ha visto la caduta d’ogni regime aristocratico – ma non dei suoi valori fondanti poiché eterni – ed in cui l’egemonia del modello democratico coincide con la crisi della civiltà odierna e dell’uomo che vi corrisponde, Platone si pone come l’antidoto ai tempi ultimi, come il «campione di una civiltà in lotta contro la morte».

In questo, sicuro e concreto aiuto lo si può trovare nella riscoperta delle grandi opere politiche del filosofo che ha maggiormente influito sulla cultura europea pre-moderna, Platone. Obiettivo dunque di questo breve scritto sarà quello di evidenziare alcuni elementi del pensiero platonico, fornendo spunti di riflessione che dimostreranno l’assoluta a-temporalità e validità di questo a più di 2500 anni dalla sua formulazione. Poiché in un mondo che ha visto la caduta d’ogni regime aristocratico – ma non dei suoi valori fondanti poiché eterni – ed in cui l’egemonia del modello democratico coincide con la crisi della civiltà odierna e dell’uomo che vi corrisponde, Platone si pone come l’antidoto ai tempi ultimi, come il «campione di una civiltà in lotta contro la morte» [3].

Ci preme anzitutto chiarire che l’opera platonica a cui ci riferiamo non è una mera composizione “politica” di più testi ma trattasi invece d’un unico manuale volto alla formazione dell’Uomo, e di riflesso della comunità politica che simmetricamente non può che corrispondergli. Tra le righe è infatti forte l’analogia complementare tra l’ordine interiore degli uomini e quello esteriore della polis platonica, cioè delle istituzioni di questa; in tal modo il filosofo afferma l’imprescindibile conseguenza e legame che intercorre tra la formazione dell’uomo e l’ordine politico esteriore dominato, altrimenti dominante.

Parlare di Platone e di quanto da lui espresso, sembra alla luce degli attuali democraticissimi tempi “antistorico”. In realtà lo è solo se ci assoggettiamo al senso attribuito dai moderni alla storia, ma noi sappiamo in realtà che, benché il filosofo ateniese immaginò questo suo Stato conferendogli precise caratteristiche inquadrate nel suo tempo, ciò da lui espresso siede su di un fondo di Verità che per sua stessa natura non conosce limitazioni di tempo o di forma. Aldilà delle valutazioni sulla storicità e/o antistoricità del pensiero platonico (che abbiamo visto dipendono dal senso con cui la storia viene assunta) è semplicemente più importante notare come la storia degli uomini abbia effettivamente dimostrato su tutti i fronti la vittoria del modello democratico, come conseguenza di una decadenza di ben più vaste proporzioni cosmiche.

Ne “La Repubblica”, Platone ci fornisce il più chiaro trattato sulla definizione d’una reale comunità-stato organica basata sulla differenziazione qualitativa dei vari tipi umani che armoniosamente vi partecipano, occupando ognuno il proprio equo ruolo. La necessità del filosofo ateniese di lavorare alla formazione dell’uomo deriva dall’idea che la dignità

 

Ne “La Repubblica”, Platone ci fornisce il più chiaro trattato sulla definizione d’una reale comunità-stato organica basata sulla differenziazione qualitativa dei vari tipi umani che armoniosamente vi partecipano, occupando ognuno il proprio equo ruolo. La necessità del filosofo ateniese di lavorare alla formazione dell’uomo deriva dall’idea che la dignità [4] non sia una costante dell’intero genere umano, trasformandola così in un modello per la selezione e l’educazione. È per questo che Platone, tenendo in vista l’idea del Bene supremo (agathon), opera una selezione di tre “razze d’uomini” all’interno del suo Stato, analogamente a quell’essenziale tripartizione della comunità propria a tutte le civiltà indoeuropee del passato. Troviamo così i sapienti-filosofi a cui è data la Conoscenza dell’Essere ed a cui corrisponde la prudenza, i guerrieri a cui spetta la difesa della comunità attraverso l’elemento che corrisponde loro cioè l’irascibilità, ed infine i produttori a cui spetta il sostentamento della comunità cui corrisponde la temperanza. Questi tre tipi umani non possono sussistere gli uni senza gli altri, poiché stanno alla comunità cui appartengono come un organo vitale sta all’organismo perfetto che concorre a vivificare, nell’imprescindibile ottica d’una influenza che dal superiore informa ciò che vi è subordinato, e mai il contrario. La tripartizione spirito, anima e corpo è dunque rispettata. Organicamente ognuno assolve al suo ruolo incarnando all’unisono la rispettiva qualità insita alla casta d’appartenenza, generando così la più alta virtù “politica”: la Giustizia. Platone sottolinea tuttavia che vi è giustizia solo quando preposto a governare vi sia chi ha la dignità per farlo, ed il suo monito «…la città cadrà in rovina allorché la sua custodia venga affidata al guardiano di ferro o a quello di bronzo», appare alla luce dell’attuale società democratica e decadente quasi profetico.

Elemento fondamentale della dottrina politica di Platone, oltre alla selezione, è l’educazione intesa come strumento ultimo per il raggiungimento della totalità dell’uomo. Attraverso l’educazione, ovvero attraverso la rimembranza (anàmnesis) di archetipi eterni da parte dell’anima, l’uomo giunge così a qualificarsi attraverso la conoscenza di quell’elemento divino presente in se, prima occultato dalla nascita terrena. L’educazione platonica aveva dunque il significato di un’ascesi [5], aveva «il senso di svegliare il gusto per la simmetria e il nobile comportamento, per la distinzione nell’incedere. Chiarezza mentale nel percepire, nel parlare, nell’agire»[6], onorando in questo modo l’ordine divino del mondo.

A questo punto alcuni suoi detrattori potrebbero identificare Platone come l’emblema del cosiddetto “mito incapacitante”, perso tra le idee del mondo dell’Iperuranio. Vale dunque la pena ricordare che il filosofo greco fu impegnato politicamente in maniera attiva e diretta in diversi momenti della sua vita, e fu proprio quest’opera sul campo che lo convinse ad orientare le sue forze verso un obiettivo ben più ambizioso e quantomai necessario, quale il plasmare l’uomo buono e compenetrato di virtù. Alla sua esperienza personale sembra riferirsi Platone col mito della caverna in cui la liberazione dalla prigionia della caverna, simbolo della condizione “troppo umana” di schiavi del mondo sensibile, lo porta ad esporsi alla contemplazione del mondo superiore, cioè all’elevazione dell’anima verso il cosiddetto mondo intelligibile. Presa coscienza di se è inevitabile per il filosofo rivolgersi verso l’uomo, quindi tornare metaforicamente sui suoi passi per aiutare l’umanità a liberarsi dalle catene d’una esistenza profana e orizzontale.

E’ altresì indubbio che Platone ammirasse il modello spartano quale ultimo baluardo dell’eredità dorica nella degenerata Grecia sofista del suo tempo, che trovava a sua volta in Atene, omicida di Socrate, la sua capitale. Limitare però il modello politico platonico ad una mera rielaborazione del regime di Lacedemone a lui contemporaneo, magari in mera funzione anti-ateniese, significherebbe non aver colto quell’esigenza platonica, intima e profonda, di restaurazione integrale delle antiche prerogative degli elleni e della loro religiosità, cui erano sacri valori quali la misura, il senso del limite e la legge rigorosa.

Nella critica moderna al pensiero di Platone è forte, ed insegnata nelle scuole, l’idea di un non meglio definito “comunismo platonico”. Punto fermo di questa idea sarebbe la negazione della proprietà privata, che è in realtà da Platone ricusata solo per le prime due caste onde scongiurare il pericolo di orientare i vertici dello stato in senso decisamente plutocratico. In sintesi potremmo dire cioè che lo stato platonico combatte tanto la miseria quanto l’eccessiva ricchezza, al fine di garantire da un lato un’esistenza dignitosa e dall’altro di evitare nel singolo quello sforzo rovinoso derivante dall’accumulazione di capitale. La seconda accusa “comunistica” deriva invece dal fatto che nello stato platonico nessuno conosce i propri genitori biologici, essendo ogni singolo neonato tolto ai suoi genitori naturali ed allevato da altri uomini a questo preposti. In realtà ciò trova un senso superiore nell’obiettivo di inscrivere il singolo in un regime di comune fratellanza che meglio lo predispone, con il necessario distacco emotivo, ad occupare il ruolo che qualitativamente gli compete e corrisponde.

Nella critica moderna al pensiero di Platone è forte, ed insegnata nelle scuole, l’idea di un non meglio definito “comunismo platonico”. Punto fermo di questa idea sarebbe la negazione della proprietà privata, che è in realtà da Platone ricusata solo per le prime due caste onde scongiurare il pericolo di orientare i vertici dello stato in senso decisamente plutocratico. In sintesi potremmo dire cioè che lo stato platonico combatte tanto la miseria quanto l’eccessiva ricchezza, al fine di garantire da un lato un’esistenza dignitosa e dall’altro di evitare nel singolo quello sforzo rovinoso derivante dall’accumulazione di capitale. La seconda accusa “comunistica” deriva invece dal fatto che nello stato platonico nessuno conosce i propri genitori biologici, essendo ogni singolo neonato tolto ai suoi genitori naturali ed allevato da altri uomini a questo preposti. In realtà ciò trova un senso superiore nell’obiettivo di inscrivere il singolo in un regime di comune fratellanza che meglio lo predispone, con il necessario distacco emotivo, ad occupare il ruolo che qualitativamente gli compete e corrisponde.

Lo stato platonico può ben dirsi dunque uno stato totalitario, non nel senso comune del termine in cui si concepisce lo stato al pari d’un Leviatano che tutto fagocita o che tutto livella sullo sfondo d’un egualitarismo obbligatorio e costituzionalizzato, bensì come idea d’uno stato etico. Uno stato in cui tutti i suoi membri, collocandosi nel posto che spetta loro e preservando così la loro specifica individualità, conducono lo stato verso il suo fine ultimo di giustizia. Il totalitarismo platonico, fondato su di una gerarchia fatta di persone, è dunque «il governo dei migliori, i quali, incarnando i valori eroici e sacrali, possono ragionevolmente pretendere di rappresentare la totalità dei valori dello spirito»[7].

Non è un caso dunque che alcune SS fossero solite portare nello zaino una copia della “Repubblica” di Platone, che avevano forse imparato ad amare in quelle Rocche dell’Ordine tedesche ove questo sapiente greco era uno strumento fondamentale per la formazione della nuova èlite politica europea. Una medesima visione del mondo accomunava infatti quei giovani che si sacrificarono per l’Idea al filosofo ateniese del V° secolo a.C., un comune sentire, un «comune universo di simboli» [8], che aldilà della dimensione storica e temporale, accomuna da sempre e per sempre i nobili spiriti votati, con lo sguardo rivolto al Sole, alla lotta contro le forze caotiche ed infernali del mondo.

Note

[1] Tratto da Raido Il Mondo della Tradizione, Roma 1999

[2] Già si notano prepotenti i segni della tirannide prossima ventura

[3] A. Romualdi Platone, Volpe, Roma, 1965

[4] Col termine dignità si fa qui riferimento a ciò che i greci erano soliti indicare col termine “kalokagathia”, ovvero ciò che è letteralmente, “bello” e “buono”.

[5] Il termine ascesi deriva dal greco “áskesis”, con il significato originario di “esercizio”, “esercitarsi”. L’ascesi è qui concepita da Platone, e più in generale dalla dottrina tradizionale, come un esercitarsi su di se e di conseguenza come un’esercitarsi sull’anima.

[6] Hans F.K. Gunther, Platone custode della vita, Edizioni di Ar, Padova, 1977.

[7] A. Romualdi, op. cit.

[8] E.Von Salomon.