Escursione al Monte Pollino (Vetta Dolcedorme) – 21.7.2017 (recensione)

Sabato 21 luglio sveglia all’alba, zaino in spalla, c’è una montagna da superare. Le vette più alte del massiccio del Pollino ci aspettano. Pareti verticali ci osservano al nostro arrivo, noi ricambiano e un sorriso si disegna sui nostri volti. L’escursione sul “Dolcedorme” è l’ultima in programma prima del meritato riposo agostano, la più dura, la vetta più alta, 2200m con pendenze impegnative, capaci di mettere a dura prova volontà e gambe.

Alle ore 9 siamo sotto al gigante, ad accoglierci un caldo fuori dalla norma, i primi chilometri, con pendenze minime, iniziano a farsi sentire, sudiamo copiosamente. Poco prima di attaccare il fianco della montagna decidiamo di formare due gruppi per consentire a tutti di andare al proprio passo. Ci dividiamo, ma restiamo una cosa sola, se non fisicamente, nella volontà e nel sacrificio.

La prima parte, anche se con pendenze significative, viene superata senza troppe difficoltà, il folto bosco ci protegge dalla calura. Raggiunti i 1200m di altitudine incontriamo una radura, il paesaggio mozzafiato che si apre ai nostri occhi si scontra con il gran caldo che si abbatte sulle nostre teste. In fretta ci immergiamo nuovamente nel bosco. Un bosco selvaggio, enorme, che incute timore e sembra quasi togliere il respiro. Camminiamo da ore ormai, la fatica inizia a farsi sentire, gambe e testa iniziano ad agitarsi, a chiedere “perché”, ma noi continuiamo a salire, a noi interessa solo superare i nostri limiti, raggiungere la nostra “vetta”.

Arriviamo alla base di una cresta che ci condurrà su in cima. I due gruppi si ricongiungono. Siamo stremati, sotto il bosco immobile solo i nostri fiatoni, una parete quasi verticale e una vetta lontana. Questo è un momento difficile, dove ognuno di noi è chiamato a fare i conti con se stesso, dove ogni decisione va ponderata per il bene del singolo ma anche per quello del gruppo. Tre dei ragazzi decidono di fermarsi. Questa potrebbe sembrare una sconfitta, in realtà hanno raggiunto la loro “vetta”. Hanno superato ogni loro limite fisico e mentale per arrivare fin lì. È questo quello che conta, è questo il nostro approccio alla salita.

Il resto della compagnia attacca la cresta. Nessun sentiero, solo roccia e sudore, fatica e volontà. Il Monte Pollino scruta e testa il nostro spirito ancor prima che i nostri muscoli. Un gigante solitario che, a quanto pare, non ama ricevere ospiti, con un piede in Calabria e uno in Basilicata. Ora siamo sul confine della vegetazione, intorno ai 2000m, sfruttiamo l’ultima ombra che ci viene concessa da un albero, al quale vogliamo bene, ci prepariamo a raggiungere la vetta. Non abbiamo più acqua, non abbiamo più le forze ma, il morale è altissimo, si scherza e si condivide un po’ di cioccolata. La gioia della salita come la gioia della trincea.

Raggiungiamo la prima vetta, abbiamo superato i 2000m s.l.m., decidiamo di non andare oltre. La vetta più alta è lì, a poche centinaia di metri da noi. Questa volta non accettiamo la sfida, la scelta è ponderata, non si mettono a rischio le condizioni fisiche di nessuno e va rispettata la tabella di marcia per il rientro. In montagna non può vincere l’orgoglio, l’individualismo o vanitose competizioni di forza.

Rientriamo. Non abbiamo acqua e la discesa è ripida e ricca di insidie. Controlliamo ogni singolo movimento, eliminiamo i pensieri superflui. Non ascoltiamo gambe e testa, stanchezza e sete non trovano spazio. Si scende per ore, a ritroso, sotto un sole implacabile. Diamo le spalle al gigante e alle sue vette solitarie, ci addentriamo nell’ultimo bosco che una dozzina di ore prima aveva assistito alla nostra partenza. Ricompattiamo il gruppo, ci voltiamo verso la vetta per un ultimo saluto, è un grazie per averci ricordato che c’è sempre qualcosa di più alto oltre una vetta anche la più alta al mondo.