La grande trappola: Evola ideologo dell'”internazionale sovranista” di Bannon

Negli ultimi tempi, a Destra, sta prendendo sempre più piede la suggestione di una internazionale sovranista. In particolare, sta riscuotendo successo l’iniziativa “The Movement” di Steve Bannon, ex stratega della Casa Bianca, poi silurato da Trump, dai connotati smaccatamente filo-USA e Israele. Sulla stampa, e non solo, sta passando l’idea di un Evola ideologo dell’alt-right. Questo è inaccettabile. Ecco perché RigenerAzione Evola è intervenuta per mettere le cose in chiaro.

(www.rigenerazionevola.it) – 25/09/2018 – E’ doveroso da parte di RigenerAzione Evola denunciare ai nostri lettori, con il dovuto approfondimento, quanto sta accadendo in quest’ultimo periodo nella già atavicamente nebulosa galassia della cosiddetta “Destra”, anche per le implicazioni che ciò sta avendo con la figura ed il pensiero di Julius Evola. L’ennesima trappola da parte dei secolari nemici della Tradizione sta prendendo forma compiuta; come sempre, si tratta di un Cavallo di Troia, ovviamente adeguatamente confezionato e predisposto, in maniera tale che non possa esserne facilmente visibile né intuibile il fine sotteso; sotto le spoglie di qualcosa di nuovo, interessante, esaltante, si nasconde ancora una volta il peggiore degli inganni. L’ennesimo capitolo di un’interminabile, subdola guerra occulta.

Steve Bannon, l’eccentrico e misterioso esponente della cosiddetta alt-right” (alternative right) americana, già “chief strategist” e consigliere dell’amministrazione Trump fino all’agosto 2017, ha ormai varato quella che è stata ribattezzata l’“Internazionale Sovranista”, guidata da “The Movement”, entità sovranazionale ufficialmente fondata nel gennaio 2017 a Bruxelles, che dovrebbe in qualche modo coordinare, assistere e finanziare tutti i partiti e movimenti politici  dell’area occidentale euro-americana (Russia compresa, per motivi geostrategici che esporremo) in qualche modo riconducibili al confuso ambito della cosiddetta destra “sovranista e populista”, ennesimo pastrocchio dialettico tipico del peggior politichese, ormai entrato irreversibilmente nel lessico comune ed approvato peraltro con entusiasmo dagli stessi protagonisti. Questa “rete” internazionale nascerebbe in nome della difesa dell’occidente e dei suoi “valori”, che si concretizzerebbero in un capitalismo “illuminato”, liberatosi dagli eccessi della finanza, nella difesa delle identità e delle sovranità nazionali, da tutelare con una lotta contro l’immigrazione incontrollata, e nelle radici giudaico-cristiane da proteggere contro l’assalto dell’Islam e del terrorismo. Un patto filo-atlantista e filo-israeliano, tra Stati Uniti, Europa e (ribadiamo, vedremo come e perché) la Russia (con aperture anche ad altri contesti territoriali), per difendere la “Tradizione”.

Bannon, che si presenterebbe in questa veste di finanziatore e pianificatore su un piano internazionale come l’anti-Soros, si è dato da fare raccogliendo in meno di due anni adesioni a The Movement in mezza Europa: da Viktor Orban a Matteo Salvini, da Marine Le Pen ad Heinz-Christian Strache della FPÖ austriaca, da Nigel Farage dell’Ukip britannica a Geert Wilders dell’olandese Partito per la Libertà (PVV), da Alice Weidel di Alternative Für Deutschland fino a Giorgia Meloni, che dopo l’incontro con Bannon ad Atreju di qualche giorno fa, tra baci, abbracci e scambi di complimenti, ha annunciato che chiederà immediatamente l’adesione di Fratelli d’Italia a the Movement.

Steve Bannon: l’anti-Soros, o l’altra faccia della stessa medaglia?

Come avremo modo di approfondire in un ulteriore redazionale, la figura di Steve Bannon e del suo movimento transnazionale di raccordo tra i movimenti sovranisti e populisti dell’Occidente, al fine di contrastare apparentemente l’egemonia di George Soros sulla sponda opposta e di difendere, altrettanto apparentemente, i “valori” (quali?) dell’Occidente euro-americano, è purtroppo l’ennesima, subdola trappola elaborata dalle menti diaboliche dei terribili burattinai che tirano le file di questo mondo da ormai troppo tempo, guidandolo verso l’abisso. Bannon è la mente, anche operativa, e pochi altri sono secondari esecutori, di un piano volto ad inglobare e gestire geopoliticamente e strategicamente, per poi eventualmente orientare, il fenomeno che, per mera semplicità, tanto per capirci e turandoci il naso, chiameremo appunto del “populismo sovranista”. Un fenomeno che, più o meno indotto e cavalcato, sta allargandosi a macchia d’olio, uscendo dai confini entro cui è controllabile in altro modo (ad esempio tramite il fantoccio tecnocratico dell’U.E., che sta dando segnali di indebolimento), e che potrebbe condurre ad una pericolosissima alleanza transazionale in grado magari di trovare una guida, o comunque un riferimento forte, più o meno indiretto, nella Russia di Putin, con prospettive di apertura e saldatura geopolitica ad Oriente (Iran, Siria, ecc., sulla falsariga dell’alleanza pianificata da Putin tra i cd. paesi Brics, Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica): un sostegno ideologico (per quanto approssimativo) ad un blocco geopolitico, in grado di minare seriamente la leadership statunitense, già da tempo preoccupata dal lavoro che Putin sta svolgendo intorno alla Russia, a sud (Siria, Iran), a ovest (Europa dell’Est), a est (Cina, India). Si sa: se non puoi uccidere il tuo nemico, abbraccialo. E’ quello che sta accadendo.

Aleksandr Dugin

Avevamo già parlato di Steve Bannon quando la stampa italiana ed internazionale aveva affiancato alla sua figura il pensiero di Evola e Guénon, nella maggior parte dei casi con il solito mix di sciocchezze, luoghi comuni, falsità, dovute in parte alla mala fede ed in parte all’assoluta ignoranza delle fondamenta della dottrina tradizionale, e quindi dell’elaborazione dei relativi autori di riferimento. Il tutto, in particolare, dopo che Bannon, nel febbraio 2014, durante una conferenza tenutasi in Vaticano su ”Islam, populismo e capitalismo”, nel rispondere ad un giornalista, fece un cenno ad Evola. Più precisamente, il fondatore di The movement elogiando strumentalmente Putin e citando Aleksandr Dugin, sostenne che “noi dell’Occidente giudeo-cristiano dobbiamo considerare quello che Putin dice a proposito del Tradizionalismo, ed in particolare delle circostanze in cui questo sostiene il nazionalismo“; concetto che rimandava a “Julius Evola ed altri autori della prima metà del XX secolo, autentici sostenitori del movimento tradizionalista, che alla fine si cristallizzò nel fascismo“. Sembra che in gioventù Bannon, come già commentammo a suo tempo,  dopo una breve esperienza buddista, avesse condotto degli studi sulle religioni, nel corso dei quali si imbatté nell’opera di Guénon e di Evola. Dalla citazione del 2014 in poi, con l’accrescersi della fama dell’ex stratega di Trump e con lo sviluppo del suo progetto dell’“internazionale populista” dal 2017, l’accostamento da parte dei media tra Bannon ed Evola, e soprattutto l’esplicita menzione di Evola quale “guru” o ideologo di The Movement e dell’ “alt-right”, è cresciuto esponenzialmente, in modo evidentemente strumentale, per cercare di screditare l’(apparente) nemico, approfittando dell’occasione per gettare altro fango su Evola, riaprendo ferite in realtà mai del tutto rimarginate. Su Internet si possono trovare decine di articoli a tema, più meno recenti, uno più scombiccherato dell’altro, per contenuti, commenti, e, come detto, per la ricostruzione sistematicamente imprecisa, falsa, macchiettistica o diffamante che viene fatta della vita, del pensiero e delle opere di Evola.

L’Europa ancora una volta ingannata e tradita; i suoi eredi più degni ancora una volta strumentalizzati e vilipesi (René Magritte, “La memoria”, 1948)

Come, del pari, vedremo meglio nel prossimo redazionale, per chi conosce bene le fondamenta della dottrina Tradizionale e, quindi, della visione evoliana, risulta grottesco pensare che Evola possa essere l’ “ideologo” di uno pseudo-movimento sovranazionale che con approssimazione, superficialità, incompetenza e malizia, parla di “populismo” e di “sovranismo”, inteso come una stramba riproposizione di una specie di nazionalismo del XXI secolo ad uso e consumo del “patriota” usa e getta di turno, e che agita lo spettro di una “lotta di civiltà” (?) tra un Occidente spiritualmente azzerato, di cui si pretenderebbe di trovare radici giudaico(!)-cristiane (quale cristianesimo?), da contrapporre ad un Islam proposto nella sue vesti più settarie, eretiche ed impresentabili, come quella wahabita, salafita o takfirita, finanziate e fatte crescere da chi di dovere per le finalità più inconfessabili.

Per noi, vedere Evola usato strumentalmente in questo contesto, è doloroso, e va denunciato. Riportiamo oggi, proprio a titolo esemplificativo, per mostrare effettivamente cosa sta accadendo, uno dei più recenti e significativi “approfondimenti” (si fa per dire) sul tema, apparso sul blog “The Vision”, a firma di Giovanni Bitetto. Un articolo che ci mostra Evola nelle vesti, appunto, di temibile “ideologo nero” dell’internazionale sovranista di Bannon, pieno zeppo di inesattezze, approssimazioni ed offese, in cui si arriva ben presto all’aggancio desiderato: “Il pensiero di Evola è ricco di echi misticheggianti e fantasie di potenza che hanno affascinato da sempre gli ambienti nazionalisti dell’epoca. La corrispondenza fra la dottrina del Tradizionalismo e le teorie politiche di Dugin e Bannon appare evidente”.

Nell’articolo troviamo, peraltro, anche l’ennesimo, allucinante neologismo partorito dalla mente dello scrittore e sceneggiatore francese Emmanuel Carrère: dopo i “fascisti su Marte”, il “fascio-leghismo”, la “fascio-fobia” e simili, ora scopriamo che esiste anche la “fasciosfera”, mitica galassia in cui graviterebbero, come tanti pericolosissimi pianetini neri, le “recrudescenze destrorse”. Quanto alle affermazioni dell’autore su Evola, sul razzismo e sul resto, lasciamo ai lettori ogni giudizio. Piccola curiosità: Bitetto ha inserito nell’articolo anche due link al nostro sito, a proposito della concezione ciclica del tempo e del coinvolgimento di Evola nel processo ai F.A.R.: link che abbiamo voluto lasciare. Che dire? Evidentemente, chi cerca alla meglio notizie su Evola in Internet, si imbatte anche nel nostro sito; ci dispiace, però, che dalla frettolosa e prevenuta lettura e consultazione dello stesso, ben poco si mostri di voler realmente provare a comprendere.

Appuntamento al prossimo redazionale su questo fondamentale tema.

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“Julius Evola, l’ideologo dell’internazionale sovranista”

di Giovanni Bitetto

tratto da thevision.com – 20 settembre 2018

Nel suo reportage su Calais – la cittadina francese al confine con la Gran Bretagna in cui vivevano quasi ottomila profughi – Emmanuel Carrère coniava il termine “fasciosfera” per indicare la galassia multiforme delle recrudescenze destrorse che, in questi anni di deriva reazionaria, abbiamo imparato bene a conoscere. In un cosmo così variegato poche figure sono percepite come fondamentali e una di queste è sicuramente Steve Bannon, spin doctor di Trump durante la corsa elettorale, ideologo dell’alt-right, editore di Breitbart news – l’organo di stampa del populismo americano – e, ancora più tristemente noto come vicepresidente di Cambridge Analytica al tempo dello scandalo sulla violazione della privacy.

Bannon, che di recente ha fondato The Movement – una sorta di think thank del populismo mondiale – sembra voler dettare la linea culturale della destra internazionale. Non sorprende che si sia pronunciato favorevolmente nei confronti di Matteo Salvini, definendolo “un leader mondiale, un simbolo.” Ma la cosa più inquietante è che abbia definito l’Italia “un esperimento”. Più interessante constatare come Bannon da tempo citi, nel suo pantheon di autori di riferimento, il filosofo italiano Julius Evola. Fra i leader del populismo mondiale, non è il solo ad aver fatto menzione di Evola: Aleksandr Dugin – lo stratega di Putin e, per alcuni, il responsabile della diffusione delle fake news nel dibattito politico russo – ha dedicato diversi libri allo studioso italiano, ponendolo alla base della sua Quarta Teoria Politica. Il richiamo a Evola da parte delle nuove destre non è semplicemente un ricorso a santini conservatori per nobilitare il proprio operato, ma rientra in una precisa linea di pensiero che modifica il concetto di razzismo.

Evola non è la figura canonica di fascista della prima ora, il suo approdo a posizioni di destra è stato graduale e segnato da diverse esperienze. Nato a fine Ottocento da genitori siciliani, Evola si forma a Roma leggendo Nietzsche e partecipando alle sperimentazioni delle avanguardie del suo tempo, il Futurismo – al quale è introdotto dall’amico Giovanni Papini – e il dadaismo, attraverso il contatto con Tristan Tzara. Nel mezzo sperimenta le dure condizioni di vita nella prima guerra mondiale, i cui traumi lo spingono sull’orlo del suicidio.

Il nucleo originario del pensiero di Evola è il disprezzo per la morale borghese e per l’ordine dominante, in particolare per l’impalcatura ideologica del Cristianesimo. Sia il Dadaismo che il Futurismo, nonché l’influsso di pensatori orientali legati al Buddhismo, gli permettono di speculare sulle tendenze individualiste e antiborghesi che egli aveva desunto dal canone nichilista. In Evola si riscontra il disgusto – venato da un sentimento aristocratico – per tutto ciò che è massificato e legato al materialismo della società industriale. Già negli anni Venti, quando inizia a pubblicare trattati filosofici, Evola si muove nell’alveo dell’idealismo e, proprio come Giovanni Gentile – insieme a Croce, il massimo esponente dell’idealismo italiano – aderisce al progetto fascista pur non iscrivendosi mai ufficialmente al partito. Se inizialmente l’interesse di Evola si concentra, causa le sue credenze irrazionaliste, nell’ambito dell’esoterismo, a partire dagli anni Trenta il filosofo, come molti altri intellettuali, identifica nel movimento fascista il mezzo per rompere le convenzioni della società moderna e recuperare il rapporto originario fra uomo e mondo.

Per Evola, avido lettore di testi indiani, il tempo è circolare e diviso in cinque età. Ispirato da questi concetti “esotici” – presi in prestito e interpretati in modo non esattamente filologico – con un passaggio tra il maldestro e l’ardito, arriva a teorizzare che anche in Europa dall’età “dell’oro” originaria si è auato un processo di decadenza, culminato con il razionalismo moderno. L’uomo ha perso il dominio del proprio spirito, e allora solo un movimento avverso alla modernità come il fascismo può riuscire a restaurare l’antico dominio: quello della razza italiana sul mondo, come al tempo dell’Impero romano.

Evola ha il massimo punto di contatto con la dottrina del regime dal ’34 al ’43 quando collabora con la scuola di Mistica Fascista ed elabora il suo concetto di razza. Il romano si discosta dalle posizioni del razzismo biologico, sposando una personale visione di “razzismo spirituale”. Per Evola la superiorità della razza ariana ha origine metafisica, gli ariani sono spiritualmente superiori perché in grado di raggiungere le vette più alte dell’interiorità e porsi alla guida della civiltà europea, la razza ebraica è culturalmente e intimamente materialista, per questo partecipa alla decadenza del mondo moderno. L’antimodernità e lo spiritualismo si fondono nel pensiero di Evola per rivestire il razzismo di una – ridicola – componente teleologica e para-religiosa. Alla dottrina dello spirito lo studioso affianca quella geopolitica del “Tradizionalismo”. Questa è una visione alternativa al comunismo sovietico, al liberismo e al nazionalismo tedesco, che vede tutti i popoli ariani europei uniti a lottare nella seconda guerra mondiale per costruire una civiltà basata sulla spiritualità e sul rifiuto dei cascami della modernità.

Il pensiero di Evola è ricco di echi misticheggianti e fantasie di potenza che hanno affascinato da sempre gli ambienti nazionalisti dell’epoca. La corrispondenza fra la dottrina del Tradizionalismo e le teorie politiche di Dugin e Bannon appare evidente: il compito del populismo mondiale è quello di prospettare un nuovo ordine sociale basato sulla rivalsa degli stati nazionali a scapito del globalismo neoliberista. Ma Evola è stato anche figura di riferimento per i movimenti neofascisti del Dopoguerra: negli anni Cinquanta è stato implicato nel processo ai Far, un gruppo terrorista neofascista colpevole di numerosi attentati dinamitardi, e fino alla sua morte – nel 1974 – non ha mai abiurato la matrice razzista del suo pensiero.

Nel libro Futurabilità il filosofo Franco Berardi enuclea i tratti del razzismo contemporaneo, facendo un distinguo con il passato: “ll razzismo del periodo coloniale si fondava sulla convinzione di saper fare le cose meglio, di essere più dotati dei popoli di colore e sottomessi, di essere insomma eredi di una civiltà che si pretendeva superiore perché aveva anticipato i tempi dello sviluppo tecnico sin dai tempi dell’Umanesimo e poi della rivoluzione scientifica e industriale.”

Il nuovo razzismo, al contrario, non si fonda sul sentimento di superiorità, ma è generato dalla sconfitta: “Il neorazzismo del Ventunesimo secolo è invece il sentimento ansioso di una popolazione bianca miserabile e impoverita, che non possiede più neppure il privilegio della tecnica, dato che le tecniche digitali si sono diffuse rapidamente in ogni area del pianeta e un adolescente africano può avere in questo senso una competenza superiore a quella di un cinquantenne europeo.”  Il richiamo alla tecnica è fondamentale per capire la penetrazione di Evola nell’Olimpo dei nuovi fascisti. Se il declassamento della popolazione bianca occidentale si esplicita nell’impotenza economica, l’unico modo per recuperare terreno è rivendicare una superiorità sul piano simbolico.

Il razzista contemporaneo si deve scontrare con due evidenze: l’assoluta mancanza di scientificità della superiorità biologica della razza ariana e l’impossibilità di dominare, in un contesto globalizzato, attraverso la  sola superiorità tecnologica. Il razzismo spirituale di Evola funge da escamotage: giacché sposta il problema della superiorità sul piano metafisico, ancor prima che culturale e genetico, dunque a un livello di astrazione per cui è irrilevante trovare riscontro della propria superiorità nella realtà. Questo tipo di razzismo, che presenta aspetti fortemente fideistici, si radica così nel profondo da divenire l’orizzonte in cui operare. Ecco che Bannon e Dugin trovano una dottrina individualista da spacciare come religione che agisce pure a fin di bene.

Su una cosa diverge, però, il pensiero di Evola e dei nuovi populisti: l’utilizzo della tecnologia. Se Evola era spietatamente antimoderno, Bannon e Dugin lo sono solo in materia di diritti democratici. Quando si tratta di controllo delle masse caldeggiano l’uso della tecnologia a scopo propagandistico, anche, come abbiamo visto, in forme che non sono assolutamente legali. Qui si scopre il gioco dei signori della fasciosfera.

D’altronde è la stessa cultura italiana a fornire un antidoto a chi riprende il pensiero di certi intellettuali misinterpretandolo o piegandolo arbitrariamente ai propri scopi. Lo storico Furio Jesi, che negli anni Settanta studiava l’ideologia dei gruppi neofascisti, dava una definizione stringente di cultura di destra: “La cultura entro la quale il passato è una sorta di pappa omogeneizzata che si può modellare e mantenere in forma nel modo più utile. La cultura in cui prevale una religione della morte o anche una religione dei morti esemplari. La cultura in cui si dichiara che esistono valori non discutibili, indicati da parole con l’iniziale maiuscola, innanzitutto Tradizione e Cultura ma anche Giustizia, Libertà, Rivoluzione”. Nella ripresa che i fascisti fanno di Evola c’è tutto questo: l’appropriazione culturale di una simbologia remota, la tendenza a sottolineare l’affinità “spirituale” con il pensiero di Evola, e il ricorso a parole, mai spiegate a fondo, come “tradizione”. Un minestrone ideologico che può essere utile in tutte le occasioni: lo stesso Bannon descrive The Movement come un think tank il cui scopo è “Portare tutti i populisti sotto lo stesso tetto: dall’Europa agli Stati Uniti al Sud America, Israele, India, Pakistan, Giappone.” Un progetto fumoso che ha bisogno di parole d’ordine indefinite, e che non tiene neanche conto delle specificità nazionali in cui si vuole sobillare il discorso sovranista. Non basterà tirare fuori Evola o qualche altro pensatore per dare dignità a un’ideologia che non vuole il bene dei popoli, ma solo di chi li governa.