L’impianto ideologico de “Il mattino dei maghi”

di Renzo Giorgetti

(da Heliodromos, n.24, Inverno 2013)

L’uscita nel 1960 dell’opera Le Matin des magiciens di Pauwels e Bergier costituì un evento di notevole portata nel panorama culturale dell’epoca, segnando contemporaneamente un punto di svolta nell’approccio interpretativo degli eventi del più recente passato; se è vero. Infatti, che l’opera di Pauwels e Bergier affrontava nelle sue pagine argomenti riguardanti i più svariati temi è altresì vero che il suo punto di forza fu proprio costituito dalla nuova visione offerta riguardo al fenomeno del nazionalsocialismo, volta a mettere in risalto gli aspetti più legati all’occultismo e al mondo magico. Se oggi tale campo di ricerca si è accresciuto a livelli notevoli, e ha raggiunto una consistenza diremmo quasi mitologica, non solo nelle dimensioni ma anche nei contenuti, lo si deve, infatti, a questo libro, vero capostipite di tutto il filone del cosiddetto “nazismo magico”.

L’opera in sé, uno strano miscuglio di storia, scienza, racconti di fantasia e nozioni di carattere esoterico, non ha, infatti, a tutt’oggi finito di esercitare la sua influenza né il suo fascino, venendo ancora considerato un testo storicamente attendibile o dotato almeno di una certa credibilità.

Nonostante la scarsità delle fonti citate, l’approssimazione e gli errori che si possono facilmente ritrovare nello scritto e nonostante gli avvertimenti degli stessi autori (ben consci dei limiti del loro lavoro), alcuni frammenti di questo singolare libro continuano a vagare, come dotati di vita propria, in opere letterarie, in studi più o meno seri, in pagine internet dedicate ai più svariati argomenti; strano ma significativo destino, in un’epoca in cui la finzione si confonde sempre più con la realtà e il fatto concreto.

Ma a prescindere da questo, piuttosto che evidenziare tutte le mancanze di quest’opera, riteniamo più utile delineare il quadro storico che ne vide la nascita, ed evidenziare le correnti culturali che ne influenzarono la formazione.

Mircea Eliade nel suo Mode culturali e storia delle religioni [1] fornisce a questo riguardo elementi estremamente utili. Nel suo breve studio egli utilizza come esempio di moda culturale proprio quel fiorire di nuove correnti di pensiero che caratterizzò la Francia tra la fine degli anni ’50 e l’inizio dei ’60. L’ambiente culturale egemone era allora quello dell’esistenzialismo laico di Jean Paul Satre, che rinchiudeva l’uomo in una dimensione angusta, fatta di solitudine, alienazione e sentimento di inutilità e assurdità nei confronti della vita. L’imporsi o l’apparire in maniera quasi simultanea dello strutturalismo di Claude Levì-Strauss, delle teorie  evoluzioniste di Teilhard de Chardin e del “realismo fantastico” della rivista Planète (figlia del successo de Le Matin des magiciens) costituirono una drastica rottura delle prospettive dell’esistenzialismo e una vera e propria reazione contro il suo pessimismo e nichilismo.

L’apertura al mistero, a dimensioni sconosciute, una fuga in avanti sotto il segno di una positività e un entusiasmo di fondo fecero il resto, legandosi ad un’esaltazione per la natura fisica, per il mondo e l’umanità e le loro reciproche interrelazioni, giungendo a quella che l’Eliade definisce come “mitologia della materia”. Da questo punto di vista è significativo l’accostamento tra Pauwels e Bergier e Teilhard de Chardin, essendo quest’ultimo uno degli autori più citati nella loro opera. Queste personalità sembrano infatti condividere uno stesso retroterra culturale, non soltanto in una comune visione della storia e delle prospettive sullo sviluppo dell’umanità, ma anche per una similare costruzione mitico-fantastica basata su di un’ottimismo cosmico e progressista.

Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955) gesuita, paleontologo e scrittore, influenzato da Bergson e dallo Schuré, elabora teorie evoluzioniste originali nella quali al dato scientifico si unisce una visione mistica della materia, evoluzione totale ed estrema, una sorta di divinizzazione in divenire che riguarda non solo l’uomo ma anche tutto l’universo.

In odore di Martinismo e più volte ripreso dal Sant’Uffizio, farà circolare i suoi scritti  sempre in forma privata per una ristretta cerchia di persone, scritti che conosceranno il successo e un’ampia diffusione solo dopo la morte, avvenuta nel 1955.

A suo dire, l’evoluzione delle specie viventi sarebbe da inserire in un più vasto quadro, comprendente tutta la materia nel suo insieme ed avente come fine ultimo una grande sintesi cosmica, un perfezionamento totale costituito dalla spiritualizzazione di ogni singola particella nell’unione in un superorganismo supercomplesso e supercosciente in grado alla fine dei tempi di compiere il passo finale e ricongiungersi a Dio.

Ma prima di questo, come fase intermedia, l’umanità stessa, in quanto avanguardia del movimento evolutivo, si sarebbe costituita come un unico stato pensante e vivente del pianeta, un grande ente costituito dalla collettività di tutte le coscienze (la noosfera) [2]. Una filosofia la sua, ottimista e fantastica, legata alla scienza e al misticismo, aperta al mondo, al cosmo e coinvolgente l’umanità in un unico grande progetto di trasformazione. Una realtà dinamica, in un movimento verso un esito di sicuro successo, sia pure attraverso momenti di crisi e di regresso, nonché a numerose difficoltà e resistenze.

Il libro di Pauwels e Bergier così riletto, non solo risulta profondamente influenzato da questo pensiero ma ne mostra, in maniera assai precisa, tutti di una convinta adesione.

È sufficiente dare una scorsa anche solo alle prime pagine per rendersene conto: alcune frasi non del tutto chiare ad una prima lettura, acquisteranno ora un senso preciso.

Ad esempio quando si parla della “potenza religiosa della terra che subisce in noi una crisi definitiva: quella della propria scoperta”, oppure quando l’evoluzione viene definita come “integrale e ascendente, che accresce la densità psichica del nostro pianeta e lo prepara a prendere contatto con le intelligenze degli altri mondi, ad avvicinarsi all’anima stessa del cosmo”, sappiamo con precisione a quale modello gli autori facciano riferimento[3]. Si spiegano così anche il concetto di umanità (“in progresso verso uno stato di supercoscienza, attraverso l’innalzarsi della vita collettiva e la lenta creazione di uno psichismo unanime”) e di mondo (“macchina in cammino, organismo in divenire, unità da fare”) [vedi pp. 21 e 24].

Ma quello che maggiormente si spiega è il particolare accanimento antitradizionale che costituisce la nota dominante di tutta l’opera. Pauwels, sotto forma di ricordo dell’età giovanile, mette in scena un piccolo quadro di genere che gli permette di prendere le distanze dal pensiero tradizionale. Secondo la sua rievocazione egli, da giovane, nelle sue peregrinazioni intellettuali, trova rifugio prima nell’induismo, poi nell’opera di Guénon ed infine negli ambienti legati a Gurdjieff, ma tutto ciò gli fa perdere la fiducia nel mondo, lo inaridisce, lo porta alla disperazione. Solo un successivo sforzo di apertura e accettazione della realtà riuscirà a fargli di nuovo amare il presente ed i suoi simili, ad aprirgli prospettive di fiduciosi miglioramenti per il futuro.

René Guénon

Tale “confessione”, utilizzando l’espediente della testimonianza in prima persona, serve  a fornire un’immagine falsata del pensiero tradizionale rappresentandolo come qualcosa di freddo, fondamentalmente pessimista, che conduce prima o poi al fatalismo e all’immobilità. Dallo screditamento al rifiuto il passo è breve, soprattutto per il lettore sprovveduto, così come breve potrà essere l’accettazione dei nuovi variegati ed entusiastici punti di vista delle pagine successive. E ciò che non può essere eliminato viene comunque inglobato nel nuovo pensiero, dopo essere stato naturalmente rivisto e distorto.

Premesso che il pensiero tradizionale non è così come riferito da Pauwels, risulta evidente come nell’intento degli autori sia esistita la volontà di tagliare tutti i ponti da quella parte per poi condurre il lettore nella direzione da loro voluta, in un fideistico slancio in avanti verso una trasmutazione votata a loro dire al sicuro successo.

Acquista un senso, aggiungiamo per inciso, anche l’ostilità nei confronti del nazionalsocialismo. Il progetto hitleriano è visto come un tentativo di costruire l’uomo nuovo in maniera diametralmente opposta a quella sostenuta dagli autori: in maniera di individuale, separativa, arrestando lo scorrere del tempo e cercando di forgiare un tipo umano simile a quello di antiche e ormai remote epoche. Visione opposta a chi vede nell’evoluzione la vera legge del cosmo, e nel futuro il punto di convergenza di tutte le correnti di un progresso umano rigorosamente unanime e collettivo.

Le ultime pagine del capitolo X sono molto significative, in quanto condannano tutto ciò che, in un modo o nell’altro, guarda al passato.

Dal crescente livello dell’intelligenza nelle masse alla fisica nucleare, dalla psicologia dei vertici della coscienza ai missili interplanetari, si elaborava un’alchimia, si delineava la promessa di una trasmutazione dell’umanità, di una ascesa del vivente. Forse questo non si vedeva in modo evidente, e spiriti di media profondità rimpiangevano i tempi antichissimi della tradizione spirituale, prendendo così partito col nemico attraverso la parte più ardente della loro anima, eretti contro questo mondo in cui non distinguevano che crescente meccanicità. Ma nello stesso tempo, uomini come Teilhard de Chardin, per esempio avevano occhi più aperti. Gli occhi della più alta intelligenza e gli occhi dell’amore scoprono la stessa cosa, su piani diversi. Lo slancio dei popoli verso la libertà, il canto di fede dei martiri, contenevano in germe questa grande speranza da arcangeli.” [4]

Spesso si è criticato questo libro per la sua scarsa precisione nel fornire riferimenti a sostegno delle tesi sostenute e dei fatti riportati, nonché per la notevole disinvoltura nel mettere insieme fatti veri e invenzioni, conferendo al materiale prodotto un ambiguo alone di realtà artefatta, di grigia zona d’ombra in cui solo la fantasia del lettore avrebbe avuto la facoltà di discernimento. Si è imputata questa scelta ad una volontà di sensazionalismo e ai relativi fini commerciali ad essa legati: a nostro avviso vi è ovviamente qualcosa di più, che si lega a quanto sinora esposto riguardo l’impianto ideologico ed i messaggi più o meno diretti che gli autori hanno voluto far passare. Questo libro è da vedersi come il tentativo di fornire uno strumento, una chiave, una chiave interpretativa che, fornendo una differente visione del mondo, fornisce anche i paradigmi futuri, i nuovi valori che dovranno orientare dapprima i cambiamenti, e poi la costituzione di un nuovo ordine umano.

NOTE

[1] M. Eliade, Mode culturali e storie delle religioni, in Occultismo, stregoneria e mode culturali, Sansoni, Firenze 2004 pp. 1-17

[2] Cfr. P. Theilhard de Chardin, Il fenomeno umano, Il saggiatore, Milano 1968, pp . 376-377

[3] L. Pauwels, J. Bergier, Il mattino dei maghi – Introduzione al realismo fantastico, Mondadori, Milano 2009, p. 21

[4] L. Pauwels, J. Bergier, op. cit. pp. 376-377.