Educazione ed Ascesi

di Aristide Campanile*

(tratto da Il tradimento della pedagogia moderna, Napoli 1956)

*Aristide Campanile fu insegnante e giornalista. Aderì al Fascismo, durante il quale svolse svariati incarichi ministeriali. Diresse, insieme a Giuseppe Fanelli, “Il nuovo Occidente” e fu segretario di redazione di Antieuropa, diretta da Asvero Gravelli; collaborò con altri periodici del tempo come Bibliografia Fascista e riviste di orientamento pedagogico. Fu proprio sulla formazione ed educazione della nuova gioventù, che Campanile si concentrò nelle numerose opere. Anche Evola collaborò con lui, nell’ambito di progetti educativi e pedagogici.

«È stato vinto dalla vita». È una espressione corrente, ma troppe volte ripetuta a torto. Qualche anno fa leggemmo sui giornali quotidiani una pietosa notizia di cronaca. Un celebre pugilatore che aveva raggiunto con sorprende rapidità il titolo più alto della sua carriera, aveva avuto un non meno rapido declino. Dapprima si era ostinato ad affrontare avversari magari di modesta levatura, anche con questi collezionando impreviste sconfitte. Poi si era deciso a far mostra del suo fisico nei soliti ritrovi, a cui si accede per pochi soldi; infine, travolto dalla miseria e dallo sconforto, si era abbandonato al vino. Una mattina sull’albeggiare, guardie di ronda lo avevano sorpreso seminudo, ubriaco, disteso sull’angolo di un palazzo, la faccia nel pestifero liquido da lui rigurgitato.

Si deve costui considerare sconfitto dalla vita, o non piuttosto da se stesso, o da chi lo aveva iniziato alla vita?

Altra espressione corrente: «È un uomo fortunato». Sappiamo tutti di uomini che, costituita una famiglia, vivono tranquilli, in una certa agiatezza, di uomini che pure quando il dolore entra nella loro casa non si agitano, non imprecano, non si lasciano prendere dallo sconforto. Eppure il mondo ignora quanta disciplina costa quella tranquillità, quanto tenace lavoro quell’agiatezza, quanta pazienza e fortezza e fede quel non lasciarsi vincere dallo sconforto.

Non è la vita che vince l’uomo, ma è l’uomo che cede alla vita. Non è la fortuna creatrice di fortune, ma è l’uomo creatore della sua felicità, la quale può consistere apparentemente in un nulla, ma di fatto è la più grande, quella che non può essere rubata da nessuno, né dal tempo, né dagli uomini, né dalle avversità.

Allora, in che consiste la differenza tra l’uomo che abdica, rinunzia, si abbandona agli istinti, e l’uomo che invece domina la vita e le cose, prima di tutto se stesso? Una diversa formazione spirituale li differenzia: il primo è bruta materia, una semplice macchina, oppure un fragile essere in balia dei desideri più sfrenati, delle irrequietezze più insensate, delle debolezze più ingiustificate; il secondo, al contrario, è veramente un uomo nel più nobile significato della parola. Il primo non si guida; il secondo compie un continuo esercizio interiore per vincere le proprie passioni e frenare le più forti emozioni. Il secondo è un uomo che esercita le quattro virtù cardinali proprie del cristiano e di continuo le rinfiamma al fuoco della fede, della speranza e della carità. Si può dire, infine, che il secondo si è dato un’educazione ascetica.

Ascesi: la grande bella parola che trova scarsa fortuna perché troppo spesso ad essa vien dato un significato che assolutamente non ha. Si ritiene da troppi che l’ascesi escluda l’azione. Ascesi è parola greca, che vuol dire esercizio. Evidente che qualunque esercizio si compie svolgendo un’attività. Non è essenziale che questa abbia una manifestazione esteriore.

Esiste un attivismo infinitamente più duro e difficile, più prezioso e splendente, ed è quello interiore che si compie per vincere se stesso, disciplinare ed ordinare la propria esistenza, dominare e dirigere persino i propri pensieri, perché mai nessuna inclinazione disordinata abbia ad avere il minimo sopravvento nella nostra vita. Quindi la vera educazione non può essere che ascetica. Con tale educazione, la quale può fare benissimo a meno di qualunque intellettualismo, si formano e temprano i caratteri, quegli uomini olimpici, santi ed eroi, che splendono come astri nel cammino della storia. Con tale educazione si possono formare anche interi popoli a vivere da dominatori, o quanto meno quelle «élites» tanto necessarie al governo dei popoli.

L’occidente romano ha mirato sempre alla conquista di questa spiritualità ascetica. E anche se in questo momento si è discostato da tale indirizzo, è tornato sempre alla sua primordiale natura, rifiutando le deviazioni materialistiche venutegli dal di fuori, dalle quali troppe genti si fanno dominare, contro di esse dimostrandosi passive ed inermi.

Orazio ci ha lasciato scritto che la potenza dell’anima umana rimane incrollabile, se veramente sappia.

«Sappia», notate, non il sapere scientifico, bensì la verità, sia cioè, l’anima, nel cerchio di quella illuminazione che provoca il consenso, indica la via e questa induce a percorre.

Tremendo problema, che s’impone alla scuola che intenda suscitare, manifestare e rappresentare una civiltà; tremendo problema, per il quale la scuola dovrebbe affrontare un continuo duello con i giovani, almeno con quei giovani che, esercitando il diritto a consentire o meno, volessero sottrarsi alla illuminazione, oscurare e perdere la coscienza. Ecco il primo compito della scuola: illuminare l’anima. Se non che l’anima viene illuminata solo quando prende coscienza di un rapporto religioso che svela la presenza di Dio nell’uomo; viene educata con l’esempio, con l’esercizio della virtù e del bene, con l’abitudine a porre sulla soglia della casa quelli che il volgo chiama beni e sono invece trascurabili cose materiali.

Cicerone, a vanto dei romani, dice: «Non abbiamo vinto la Spagna con il numero, non abbiamo vinto la Gallia con la forza, né la Grecia con l’arte: di tutte queste nazioni abbiamo trionfato con la pietà, con la religione, con quella sola sapienza che ci ha fatto palese come ogni cosa sia retta e governata dalla potenza di un Dio immortale». Con questa pietà, religione e sapienza l’uomo e i popoli, prima che di altri, trionfano di se stessi.

In questo il grande segreto, solo a pochi purtroppo noto. La scuola deve svelarlo alla coscienza di molti, specie oggi che, fra turbamenti, deviazioni e crisi, le genti anelano il ritorno alla vera civiltà, a quella riconosciuta in ogni tempo con l’appellativo di cristiana e romana.