I martiri fascisti più ‘ultimi’ di Cucchi

Siamo alle solite. Per quanto possa essere una lieta notizia, quella di aver finalmente scoperto una grossa parte di verità sulla vicenda Cucchi, ci troviamo nuovamente, nostro malgrado, a dover fare i conti con pennivendoli e ipocriti di tutti i tipi: quello social, quello di regime, quello che basta che apra la bocca.
Ma soprattutto siamo stanchi di tutto questo e una domanda ci sorge spontanea: perché non è mai accaduta questa levata di scudi anche per altre morti in carcere, le ‘morti dei fascisti’? Nanni de Angelis ad esempio, ‘suicidato’ in una cella dai soliti ignoti. O Pierluigi Pagliai e i suoi viaggi intercontinentali. E che dire di Giancarlo Esposti, freddato inerme?
Non ci sono telecamere e ‘battaglie di giustizia’ per i camerati uccisi. Anche loro erano ultimi (per citare la coraggiosa sorella di Cucchi), ma forse ancora più ultimi di Cucchi. Chi conosce la verità, sa bene quanto possa essere pericoloso far conoscere anche un briciolo, di ciò che accadde realmente, al grande pubblico. E difficilmente giornalisti e benpensanti sarebbero pronti, con i loro titoloni da prima pagina, a smuovere l’anestetizzata opinione pubblica. Va bene così: d’altronde, si sa, uccidere un fascista non è reato.
E in fondo, la giustizia di questo mondo non è cosa per chi lotta sul fronte dello Spirito.

(www.ilgiornale.it) – 16/10/2018 – Cucchi, l’Arma si scusa: “Chi ha sbagliato paghi Non è violenza di Stato”

Il comandante generale Nistri: «Ma si tratta di responsabilità individuali, non del corpo». Sotto attacco dopo le ammissioni sul pestaggio in caserma di Stefano Cucchi, con la Procura di Roma che indaga su eventuali omissioni o insabbiamenti, l’Arma dei Carabinieri sta con la famiglia del geometra morto dopo l’arresto, mentre era sotto la tutela dello Stato.

Non si sottrae all’accertamento della verità.

Quando saranno provate le responsabilità dei carabinieri sospettati di aver massacrato il giovane detenuto, «l’Arma prenderà le decisioni che le competono», fino alla «destituzione»: se colpevoli, i tre militari sospesi non indosseranno più la divisa. Il comandante generale Giovanni Nistri non era ai vertici dei carabinieri quando la notte tra il 15 e il 16 ottobre del 2009 nella capitale Cucchi venne fermato per droga e portato alla stazione Casilino per la fotosegnalazione, ma è lui oggi a scusarsi per conto dell’Arma. «L’Arma chiede sempre scusa quando alcuni dei suoi componenti sono venuti meno al dovere di essere ciò che avrebbero dovuto essere», dice il generale intervistato da Radio Capital. Pronto a incontrare di nuovo Ilaria Cucchi, se lo vorrà, e sempre al fianco dell’autorità giudiziaria che indaga per capire se quella notte le cose sono andate davvero come ha raccontato uno degli imputati del processo, il carabiniere Francesco Tedesco, che ha accusato i colleghi e coimputati Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro di aver eseguito il pestaggio che ha portato alla morte di Cucchi e un suo superiore, Roberto Mandolini (ora alla sbarra per calunnia e falso), di non aver dato seguito alla sua nota di servizio sui gravissimi fatti accaduti quella sera. Per capire la catena di comando – se c’è stata – che ha dato l’ordine di insabbiare tutto, su richiesta del legale della famiglia Cucchi, Fabio Anselmo, entro gennaio verrà ascoltato in aula il generale Vittorio Tomasone, all’epoca dei fatti comandante provinciale dei carabinieri di Roma, mentre va avanti la nuova inchiesta per falso e distruzione di documenti sui vari episodi di depistaggio che, dopo la morte di Cucchi, hanno portato i pm ad escludere la responsabilità dei carabinieri e a processare gli agenti della polizia penitenziaria che hanno avuto in custodia il geometra nelle celle del Tribunale prima dell’udienza di convalida.

Il generale Nistri assicura che «non guarderà in faccia nessuno», ma non vuole che la violenza subita da Cucchi venga considerata «una violenza di Stato». «Lo Stato non può essere chiamato come responsabile dell’irresponsabilità di qualcuno», afferma. Concetto condiviso dal premier Giuseppe Conte: «Chi ha sbagliato dovrà pagare, perché indossava la divisa dello Stato e rappresentava lo Stato, quindi la cosa è ancora più grave. Ma dobbiamo accertare le responsabilità individuali, non possiamo scaricare le responsabilità sull’intero corpo dei carabinieri e delle forze dell’ordine in generale, che tutti i giorni si impegnano per tutelare le nostre vite». Lo stesso augurio arriva dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini: «Se qualcuno in divisa sbaglia, paga come e più degli altri. Non condivido però la criminalizzazione di tantissimi uomini delle forze dell’ordine chiamati sbirri, delinquenti e torturatori». Il ministro ribadisce il suo invito al Viminale alla famiglia Cucchi, anche se Ilaria prima di andare al ministero aspetta le sue scuse. «Se lo Stato ha sbagliato chiederà scusa nei fatti punendo i colpevoli e risarcendo i colpiti», la replica di Salvini.