28 Ottobre 1922. Quando la Patria incontrò la Rivoluzione

di Maurizio Rossi

Non ho mai creduto alle rievocazioni nostalgiche, tantomeno alle parodie folcloristiche. Ambedue così riduttive, così avvilenti. Tanti anni di ricca militanza mi hanno immunizzato da simili derive. La portata di un tale anniversario dovrebbe invece suscitare analisi e riflessioni, e indurre severità e disciplina.

Ho sempre, però, creduto nella memoria, nel ricordo, nelle appartenenze, nelle radici. Quelle profonde e robuste che nutrono il tronco della nostra identità. E il Fascismo è parte importante di quelle radici, la cui linfa vitale scorre e nutre il tronco della solidità spirituale e ideale del nostro esserci.

La rivoluzione fascista, embrionalmente germogliata nelle sanguigne tensioni della grande guerra, non fu soltanto generatrice di innovativi istituti, di importanti e indispensabili riforme strutturali, di laboratori culturali così dinamici da restare sbalorditi; fu soprattutto tensione verso l’alto sentire, verso ciò che era nobilitante e fonte di bellezza. Il Fascismo è stato una visione del mondo, della vita e quindi della politica, dai vasti e penetranti orizzonti ideali e spirituali.

Un risollevamento spirituale della stirpe italica, una rivoluzione totale della dimensione umana, in ogni suo aspetto, quindi non soltanto sociale e politico. Una mistica del pensiero e dell’azione, un nuovo stile di vita, uno stile fascista di milizia.

Ebbe ragione, Niccolò Giani nell’affermare che la rivoluzione fascista era stata l’ostetrica di una nuova storia e l’inizio di un nuovo ciclo di civiltà.

E cosa sarebbe stata la rivoluzione fascista senza l’eroica stagione dello squadrismo?

Senza quella gioventù, quel popolo che tornava ad alzare la testa, senza quella gioia virile dello scontro, senza quella sana e genuina vitalità non avremmo avuto la marcia, e lo spirito non avrebbe potuto officiare le nozze tra la patria e la rivoluzione.

Scrisse Mussolini che l’orgoglioso motto squadrista del «me ne frego» scritto sulle bende di una ferita non era soltanto un esempio di filosofia stoica, ma il sunto di una dottrina non soltanto politica, era sostanzialmente una educazione al combattimento, l’accettazione consapevole dei rischi che esso comportava. Era un nuovo stile di vita italiano che si imponeva. E come tale ebbe i suoi martiri.

Scrivi con il tuo sangue e scoprirai che il Sangue è Spirito, così insegnò Nietzsche. Gli squadristi onorarono questo assunto. Fu la continuità spirituale dei martiri con i vivi, l’osmosi tra i vivi e i morti che celebrava la rigenerazione spirituale del corpo della nazione e la sua rinascita attraverso la sacralizzazione del sacrificio della vita per la nobile causa fascista.

Quale migliore inizio per dare un significato superiore ad una nuova storia.

“Il Fascismo insomma non è soltanto datore di leggi e fondatore d’istituti, ma educatore e promotore di vita spirituale. Vuol rifare non le forme della vita umana, ma il contenuto, l’uomo, il carattere, la fede. E a questo fine vuole disciplina e autorità che scenda addentro negli spiriti, e vi domini incontrastata.” Ecco le motivazioni più intime della rivoluzione fascista del 1922, proprio attraverso le parole di Mussolini che, quel giorno, dette il via all’unica rivoluzione che l’Italia abbia mai conosciuto. Il cui marchio indelebile ancora oggi genera polemiche ed entusiasmi.

Trascorsi oramai novantacinque anni da quell’evento sono forse venute meno quelle fondanti motivazioni?

Non lo pensiamo e non lo crediamo.