Maurizio Rossi | Bolsonaro e il Brasile che verrà


di Maurizio Rossi

(03/11/2018) – Dicono che il Brasile sia la più grande democrazia del Sudamerica. Per estensione territoriale lo è di sicuro, ma sulla qualità del suo ordinamento politico, di quella che molti osservatori imparziali considerano come una tra le più corrotte, malate e violente società del pianeta ci sarebbe molto da discutere e da riflettere.

Nel solo anno 2017, secondo le statistiche ufficiali, il Brasile ha registrato una media di 175 omicidi al giorno, oltre 60 mila stupri, per non parlare poi del numero dei poliziotti assassinati e delle vittime degli interventi di polizia, sembra oltre 5 mila; danni collaterali in una nazione dove la violenza più brutale la fa da padrona, dove tutti sparano su tutti e la salvaguardia della sicurezza civile è soltanto una irraggiungibile chimera.

Una nazione meticcia che annaspa nel caos etnico, nella recessione economica, nelle drammatiche disuguaglianze sociali, nella disoccupazione e in un crescente degrado; dove le differenze e le barriere sono esclusivamente di natura economica e di status ambientale. Per non parlare poi del narcotraffico e delle favelas ad esso legate, piaghe dal sapore biblico insanabili in questo contesto caotico.

Il tutto ben inserito all’interno di un meccanismo di corruzione istituzionale e politica consolidato da tempo che si autoriproduce per automatismo, attraversando trasversalmente tutti gli schieramenti politici, dalla sinistra più progressista e libertaria fino alla destra più conservatrice e reazionaria. Nessuno è senza peccato in Brasile, dai marxisti ai liberalconservatori, e tutti siedono come commensali al medesimo banchetto allestito dalle oligarchie capitalistiche e finanziarie, a loro volta saldamente legate con le loro consorelle nordamericane.

Alla luce di quanto sinteticamente esposto non c’è quindi da stupirsi se l’istrionico ex capitano dei paracadutisti Jair Bolsonaro sia stato eletto come presidente battendo il candidato della sinistra Fernando Haddad. Evento prevedibile all’indomani degli scandali che avevano sommerso il suo partito e costretto le autorità all’arresto e all’incarcerazione dell’ex presidente Lula.

Evidentemente le potenti logge massoniche brasiliane avevano ritenuto preferibile scaricarlo e volgere altrove le loro attenzioni. Pertanto ha vinto la destra, ma non è affatto una bella destra. Anzi, di peggio non ci poteva essere sullo scenario brasiliano.

Jair Bolsonaro incarna in maniera spregiudicata il nuovo volto di una destra economica, classista e padronale particolarmente aggressiva, per ora soltanto verbalmente, sostenuta da larghi settori delle forze armate, dalla ancora potente lobby dei latifondisti, dai predicatori della destra cristiana evangelica e dalle associazioni dei cattolici conservatori. Con un occhio di riguardo all’amministrazione Trump, del quale vorrebbe emulare il ritiro dagli accordi di Parigi sul clima e le sue critiche alle politiche ambientaliste, e anche lo spostamento della rappresentanza diplomatica a Gerusalemme, in ossequio al sostegno sionista che ha ricevuto in campagna elettorale.

La sua tabella di marcia per un Brasile a sua immagine e somiglianza? È presto detto: liberismo senza vincoli in economia, privatizzazioni e tagli alla spesa sociale, conservatorismo nella vita pubblica e privata con ripetuti appelli alla religione e alla morale. Non a caso lo chiamano il Messia.

La stessa dichiarata ammirazione nei confronti della tragica stagione della dittatura militare che insanguinò il Brasile per vent’anni, con una malcelata nostalgia per gli squadroni della morte che garantivano l’ordine plutocratico e «nordamericano», la dice lunga sulla personalità del nuovo presidente.
Adesso però le oligarchie scommettono su di lui. E il Messia dovrà fare molti miracoli.

Sappiamo che c’è già chi comunque si rallegra per la sua elezione, adducendo banali motivazioni che di politico hanno ben poco. Ci restituirà Battisti! Ha sconfitto la sinistra! È di destra! Anzi dell’estrema destra! Ebbene, tutto ciò non è assolutamente sufficiente ed è per di più mortificante.

La situazione brasiliana è molto più complessa e articolata di quanto si possa pensare, occorrono pertanto analisi e valutazioni appropriate per non cadere in errore. Soprattutto il non cadere nell’errore di sostenere cause che non ci appartengono, assumendo posizioni politiche di retroguardia.

In Brasile non ha vinto uno dei «nostri». Jair Bolsonaro non è un presunto «camerata» per intenderci. Sia ben chiaro per tutti. Non è l’alternativa di cui il Brasile ha necessità. Esprime invece il peggio della società brasiliana al pari della sinistra massonica che ha sconfitto.

Destra e sinistra, in Brasile, sono ambedue diramazioni tentacolari del medesimo potere oligarchico, di cui anche Bolsonaro fa parte a pieno titolo.
Le uniche alternative credibili per un autentico riscatto sociale e politico del Brasile come di tutto il continente sudamericano risiedono sempre, ancora oggi, nel recupero di quel filone di lotta nazionalpopolare e nazionalrivoluzionario, così ricco di pensiero, di cultura e di azione, di cui il peronismo, i montoneros e i tupamaros furono tra le più belle e significative manifestazioni.

Altre non ne esistono, al di fuori di queste non potrà esistere dignità e indipendenza.