Maurizio Rossi | Dal Brasile, tornano i Chicago Boys

E’ un piacere per noi ospitare nuovamente la penna dell’amico Maurizio Rossi. Si torna nuovamente sulla questione del neoeletto presidente brasiliano, Jair Bolsonaro, che appare sempre più come longa manus del deep state statunitense, attraverso le ricette economiche ultraliberiste dei “Chicago Boys”, consesso di economisti le cui origini e i cui fini sono chiaramente individuate nell’articolo di Maurizio Rossi.
Buona lettura!

Dal Brasile di Bolsonaro, i Chicago Boys di Milton Friedman tornano a fare notizia.

Ecco uno dei tentacoli della piovra mondialista.

di Maurizio Rossi

«La guerra fredda è finita e l’hanno vinta i Chicago Boys» così scrissero con accenti entusiastici i quotidiani statunitensi all’indomani dell’ammainamento della bandiera rossa dalle torri del Cremlino, in quel 21 dicembre 1991 quando il Soviet Supremo, prendendo atto delle ormai insanabili lacerazioni interne all’impero sovietico, decreta lo scioglimento dell’Urss e la secessione delle sue repubbliche. La fine ingloriosa di una lunga storia iniziata nel 1917 con la rivoluzione bolscevica. Accreditando a quel gesto altamente simbolico la conferma trionfalistica del fallimento storico del comunismo e la superiorità del capitalismo occidentale; mentre il politologo americano Francis Fukuyama di rimando faceva eco affermando perentoriamente che da quel momento in poi, non essendo più presenti sullo scenario internazionale dei veri antagonisti alla politica degli Usa e al suo modello culturale e economico, la Storia si poteva considerare praticamente terminata. Il mondo avrebbe conosciuto soltanto la democrazia liberale, nelle sue varie declinazioni, l’accentuazione dei diritti e delle libertà individuali, e la sfera economica si sarebbe logicamente orientata in direzione del libero mercato, sempre più maggiormente espanso a livello globale.

Per Fukuyama, per i Chicago Boys, come per tutti i liberisti, vi è sempre stata una stretta interdipendenza tra «diritti dell’individuo» e sistema liberale e capitalistico. La genesi del liberalismo ci parla di questa inevitabile osmosi.

Per costoro, soltanto la democrazia liberale a regime capitalistico consentirebbe un riconoscimento completo dei diritti e della dignità di ogni essere umano, senza distinzioni o discriminazioni riguardo alla razza, agli orientamenti sessuali, alle credenze religiose, alle tendenze di qualunque genere. Pertanto, ogni sistema politico che sentirà la necessità di soddisfare tali bisogni libertari non potrà che svilupparsi nella prospettiva di una compiuta democrazia liberale e liberista. Più sarà liberale e liberista e maggiormente favorirà la totale emancipazione dell’individuo da qualunque costrizione o regola di ordine morale, etico, culturale, religioso e politico. L’esasperazione dell’individualismo, quindi dell’egoismo individuale e la liberazione della sua «libido» repressa come proclamava Herbert Marcuse, costituiscono la ricetta per procedere verso il liberismo sfrenato, verso il turbocapitalismo, l’anarcocapitalismo.

Tutto diventa permesso, tutto diventa lecito, vietato vietare, figuriamoci impedire o soltanto rallentare un simile processo. Alla base dei presunti «diritti dell’individuo» si trova questa logica perversa che ha la sua ragion d’essere nell’abbattimento di ogni barriera. Ieri erano le ideologie, adesso sono le razze e i popoli. L’individualismo liberale fa rima con il cosmopolitismo, il multirazzialismo e l’ibridazione delle culture.

A questo punto potrebbe sorgere la seguente domanda, ma cosa centrerebbe in tutto questo citare i Chicago Boys? Chi sarebbero costoro?

Triangoli pericolosi: il ministro Paulo Guedes, il presidente Bolsonaro e l’immancabile Soros.

Intanto sono tornati alla ribalta della cronaca giornalistica proprio grazie al nuovo presidente del Brasile Jair Bolsonaro che ha nominato come potente ministro dell’economia, delle finanze e quant’altro ancora Paulo Guedes, docente alla Pontificia Università, influente banchiere e fanatico liberista. Soprattutto appartenente alla covata dei potenti Chicago Boys e collaboratore fidato della Open Society di George Soros, oltre ad essere stato uno dei migliori allievi di Milton Friedman, il guru dei Chicago Boys insignito nel 1976 del premio Nobel per l’economia. Ovviamente il Fondo Monetario Internazionale ha già applaudito per questa nomina, oltre all’endorsement ricevuto dagli speculatori finanziari e dalle oligarchie economiche.

Su mandato di Bolsonaro, ha già pronto nel cassetto la sua cura liberista, la sua «dottrina dello shock» per «risollevare» il Brasile, comprendente privatizzazioni serrate, liberalizzazioni, abbattimento delle tasse per i ceti molto benestanti e, quindi, per pareggiare l’abbattimento della spesa sociale e sanitaria, della previdenza sociale e ridefinizione del sistema pensionistico.

In fondo, la ricetta è sempre la stessa in tutto il mondo; per l’Italia e l’Europa se ne stanno occupando gli uomini della The Goldman Sachs Group, il potente centro finanziario mondialista con sede legale a New York e diramazioni in tutto il pianeta. Uno dei tanti tentacoli della piovra mondialista.

La cosiddetta «dottrina dello shock» non è una invenzione ad effetto mediatico di Paulo Guedes, ma rappresenta l’applicazione in Brasile di quanto aveva predicato il suo «maestro», il baricentro della teoria economica della Scuola di Chicago.

I Chicago Boys

Nel 1982, Milton Friedman spiegò cosa intendesse per «dottrina dello shock»: «Solo una crisi, reale o percepita, produce vero cambiamento. Quando quella crisi si manifesta, le azioni intraprese dipendono dalle idee che sono in circolo. Questa, io credo, è la nostra funzione basilare: sviluppare alternative a politiche esistenti, tenerle in vita e a disposizione finché il politicamente impossibile diventa politicamente inevitabile.» Una eccellente spiegazione della «teoria della crisi», o per meglio dire delle crisi indotte, agevolate, affinché si possa procedere al graduale smantellamento di quello che i liberisti intendono come uno stadio da superare. La «dottrina dello shock» trova poi la sua conclusione nell’assunto che il mercato si autoregola da solo, è sufficiente lasciarlo fare, in totale e piena libertà d’azione, abbattendo ogni ostacolo che possa essere di impedimento o di intralcio a questa libertà d’azione.

Chicago Boys divenne il simpatico vezzeggiativo per definire il think tank di professori e promettenti studenti che dagli inizi degli anni settanta del secolo scorso dettero vita a Chicago a quella che diventerà la più influente e potente scuola di economia del mondo anglosassone con pesanti ricadute nel Sudamerica; un operativo laboratorio di analisi politica e psicologica, e di promozione della cultura neoliberista più intransigente e più eterodossa. Alla base del loro pensiero si trovava l’abbattimento di qualunque remora morale ed etica e la valorizzazione dell’interesse egoistico e di profitto individuale, innalzato a principio universale permeante ogni aspetto dell’esistenza. Promotori della teoria della «società aperta», la più aperta possibile, crearono un mix esplosivo di economicismo, libertarismo sessuale, materialismo, psicanalisi. Milton Friedman ne sarà uno degli esponenti più importanti, assieme a George Stigler e Friedrich von Hayek, sociologo ed economista austriaco naturalizzato britannico proveniente dalla famigerata scuola di economia liberale viennese, che imperversò in Austria e in Europa negli anni trenta fino a quando il nazionalsocialismo non pose fine alle sue attività. Friedrich von Hayek fu l’ispiratore delle correnti del libertarismo politico e dell’anarcocapitalismo, oltre ad essere stato l’allievo di Ludwig von Mises, il padre «morale» della scuola di Chicago. Il suo vero fondatore.

Ludwig von Mises era universalmente riconosciuto come l’autorevole caposcuola viennese della teoria della necessaria e consequenziale evoluzione in senso più marcatamente liberista del pensiero liberale, accentuazione dell’istinto individualista e deperimento della forma Stato, negatore delle libertà individuali e delle libertà economiche.

L’economista Ludwig von Mises, avversario del nazionalsocialismo, rifugiatosi in Ameirca, dove fu padre accademico di Milton Friedman

Spese la sua attività accademica, editoriale e giornalistica nell’attaccare tutte quelle concezioni politiche che giudicava nocive per il suo pensiero. I nemici della «società aperta» e del «capitalismo» erano nemici del pensiero liberale, quindi della libertà, della convivenza civile e della democrazia. In particolare fu un accanito nemico del nazionalsocialismo, la cui pericolosità per la sopravvivenza dei valori della democrazia liberale era, a suo avviso, senz’altro superiore a quella del comunismo. Avendo studiato attentamente il fenomeno nazionalsocialista e comparandolo con quello comunista, giunse ad affermare che: «La filosofia dei nazisti, cioè del Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori, è la più pura e maggiormente consistente manifestazione dello spirito anticapitalistico e socialistico della nostra epoca.»

Quindi, il nemico mortale per eccellenza.

Dal suo punto di vista non aveva nemmeno torto, Mises propugnava un sistema liberista senza freni inibitori, né controlli, mentre Adolf Hitler riconfermava che l’economia doveva essere subordinata alla politica e all’interesse generale.

Proprio nel suo discorso del 30 gennaio 1937 davanti al Reichstag riunito, Hitler ribadirà la distanza siderale tra la concezione nazionalsocialista e quella liberale: «Il nazionalsocialismo è, come sappiamo, il più deciso nemico della concezione liberalistica, secondo la quale l’economia esiste per servire il capitale e il popolo per servire l’economia. Fin dal primo giorno fummo quindi decisi di sbarazzarci della falsa illazione che l’economia avesse a condurre, entro lo Stato, una esistenza sua propria, senza vincoli, incontrollabile e incontrollata. Un’economia libera, cioè abbandonata esclusivamente a se stessa, non può più esistere oggigiorno. Non solo sarebbe politicamente inammissibile, ma anche economicamente ne seguirebbe uno stato di cose intollerabile. A quel modo che milioni d’individui non possono distribuire o svolgere il loro lavoro secondo i criteri e i bisogni loro individuali, così l’economia complessiva non può funzionare secondo criteri propri o in servigio d’interessi meramente egoistici.»

Ludwig von Mises abbandonò l’Austria poco prima del suo ricongiungimento alla madrepatria tedesca, andò in esilio in Svizzera, trovando poi ospitalità e successiva cittadinanza negli Usa.

Nella terra promessa degli sradicati del pianeta e dei rifiuti dell’Europa continuò nella sua opera e Milton Friedman, il patriarca dei Chicago Boys, sarà uno dei suoi allievi prediletti.

Imparerà alla svelta e supererà di gran lunga, per importanza e efficacia, il suo maestro, potendo usufruire delle immense possibilità che il gigantismo Usa poteva offrire e continuare a offrire.

D’altronde, le teorie di Ludwig von Mises prima e di Milton Friedman dopo andarono incontro in maniera perfetta con l’assetto interno della società americana e con l’espansionismo mondiale della potenza militare ed economica degli Usa. Continuando ancora ad assolvere la loro funzione.

Il villaggio globale, la planetarizzazione dei mercati finanziari, il pensiero unico, l’annientamento delle identità e l’uniformizzazione dei costumi, delle mentalità e delle culture che ancora sussistono, hanno radici ben precise. Hanno padri fondatori e strategie ben individuabili, perché nella storia e nella politica niente è mai sorto dal caso. Le coincidenze non esistono.