Francesco si drogava. Ora lotta ⋅ Il Dispaccio

“…che qualche spunto positivo possa venire dalla gran maggioranza dei “giovani” dell’Italia di oggi, si può senz’altro escludere. Quando costoro affermano di non essere capiti, l’unica risposta da dar loro è che non vi è nulla da capire”.

(Julius Evola)

Martedì 20 novembre 2018, ore 23.30.

Aspetto Francesco fuori dalla Sede. E tiro un’altra boccata di sigaretta, mentre fodero i sedili della macchina, per evitare che domani mio padre abbia a dirmi qualcosa per le croste di colla. Stasera si attacca, c’è affissione.

Intanto penso che quattro anni fa, in queste sere, qualcun altro aspettava Francesco. Ma non qui, nella nostra sede politica, tra striscioni e libri di formazione.

Quattro anni fa Francesco usciva di casa prendendo casco, cellulare, sigarette.

E 50 euro, spesso ‘in prestito’ dalla madre: così poco, credeva, costasse la felicità, al nome di ‘un grammo di coca’. Lo aspettava l’ennesimo pusher maledetto, con la sua ‘felicità’. La felicità della democrazia, quella alla portata di tutti.

Ora, invece, sul suo cellulare, in cima alla lista delle chiamate, c’è il mio numero. O quello di qualcun altro dei nostri, i suoi ‘fratelli’, come ripete sempre. Ha preso anche le sigarette; ma probabilmente non avrà tempo per fumarne nemmeno una nelle prossime tre ore, perché l’affissione richiede attenzione, concentrazione e lucidità.

Francesco ha capito poi che la felicità non ha prezzo. Te la conquisti.

E forse è per questo sta sempre senza un euro in tasca. Figurati in affissione.

Già è tanto che si sia ricordato la patente.

L’unica cosa che maneggia ormai è la farina, ieri abbiamo fatto la colla. Cose da sezione. Mentre la giri parte qualche schizzo sui pantaloni. Qualche distrazione qua e là. Mi racconta che ha conosciuto una, anche questa volta è quella buona… per fare cosa, poi, non si sa. Anche questa ragazza finirà col dire “eh, ma stai sempre a pensare alla militanza. Pace, lei passa, la Tradizione è ovunque. Prima o poi troveremo quella buona.

Sarebbe bello capire, a volte, cosa spinge l’uomo, cosa lo anima.

Per tanti anni, seppur giovane, scegli di morire. Ogni giorno. E poi, alla fine un giorno scegli di vivere.

Ognuno di noi ha nel Cuore dei lampi di Assoluto, dei vaneggiamenti di lucidità che sono un lontanissimo eco di ciò che sappiamo, senza vedere, senza toccare. La musica, la poesia… ne sono ricordi sbiaditi. E sentiamo che c’è Altro, sentiamo di appartenere a qualcosa di inspiegabile, che non sappiamo descrivere. Quando poi un giorno tutto è più chiaro, trovi dei camerati che vedono il mondo come te e allora decidi di percorrere la vita insieme a loro.

Invece, quando dedichi la tua vita a quella merda di droga, ti illudi di poter essere sempre sopra le righe, di poter perpetuare uno stato di grandezza, ti incateni. Dipendi. Affidi a lei il tuo stato, il tuo umore, il tuo tempo, la tua vita. Diventi un fantoccio, di quelli a forma di guanto, che ci metti la mano dentro e li fai parlare, ma quando la togli sono solo delle pezze di stoffa un po’ ridicole.

Sei disposto a renderti schiavo per assaporare la paradossale illusione della libertà.

Dopo tempo, Francesco è riuscito ad osservarsi da fuori, entrando finalmente dentro di sé. Francesco è riuscito a guardare Francesco. Si è visto chinare il capo su quella merda, metterci addirittura il naso dentro.

E aspirarla. Aspirare merda.

Col capo chinato.

Che gesto miserabile è piegare la testa su una sostanza, veramente da servi.

Oggi, invece, quasi mi rimprovera ripetendo sempre: «la tensione la tieni alta con la disciplina!». Appunto Francè, mica con quelle cagate che hai fatto per anni.

Ti svegliavi di pomeriggio, portavi giù il cane, cannetta al parco con quei quattro scemi con le facce da bambocci e la camminata trascinata. E la serata finiva la mattina dopo, tra qualche finto tossico, spesso un figlio di papà che giocava a fare il ‘maledetto’, il figlio ribelle. Di un papà assente, perché le fatture da professionista sono molto più importanti della virtù e della dignità umana dei propri figli. Ma poi, fine settimana fuori, foto di famiglia, ‘pettinati, Francesco’, ‘datti un tono, Francesco’ e anche questa volta il decoro è salvo. E chi lo sa meglio di lui? Che per anni ha vissuto nel baratro.

Ricordo ancora quella sera, camminavo con Carla e ti vedemmo da solo, fatto come spesso accadeva, girovagare per la piazza. Dissi a Carla di tornare a casa, ché avevi bisogno di me, e ti presi per un braccio, di forza. Ti infilai in macchina e partimmo. Girammo tutta la sera, finché non ti riprendesti e a quel punto parlammo: vennero fuori i tuoi problemi, dal vuoto che avvertivi in questo mondo in cui ti riconoscevi alla mancanza di una direzione e di una strada. Allora ti dissi che qualche anno fa provavo lo stesso tuo disagio, odiavo tutto e mi sentivo niente. Ma poi, ce l’avevo scritto nel destino e arrivai in quella sede un po’ disordinata e umida, ma luminosa e sempre piena di ragazzi che, sì hanno i problemi di tutti i giorni, ma che lottano e combattono nel solco della Tradizione: fedeltà, coraggio, giustizia, verità, onore… parlavamo di tutto questo e in te vedevo nascere curiosità e fascino per quel ‘manipolo di fratelli’, sebbene mai mi sarei aspettato di trovarti qualche giorno dopo a parlare con gli altri, proprio in sede, confrontandosi sulla birra migliore e sul pugile più affascinante della storia della boxe.

Ti ammiro moltissimo Francé, perché ti sei rialzato.

Un uomo non è tale se non cade, ma se sa rialzarsi. E a volte penso: ma io, che sono così fortunato, al posto tuo cosa avrei fatto?

Le croci sono date a chi può sopportarle, le debolezze sono mostri che attaccano chi può fronteggiarli.

E ora sai che l’eroismo non è momentanea euforia, ma tener fede, nel tempo, a una scelta. Anche quando è più dura. Silenziosamente.

È tensione costante, è Servizio all’Idea. È sacrificio, impeccabilità, attenzione. Su cose anche apparentemente da poco, ma che possono darci l’Eternità.

Cosa stavi imparando da quel mondo di erba e acidi? Imparavi che se ti fai, poi non ci pensi? Oppure, la vigliaccheria delle fughe dalla realtà. Imparavi certamente che è lecito rubare, in casa e agli amici, per mettere insieme qualche spiccio e allungare un’illusione. Che è giusto accettare che una persona possa anche perdersi per sempre, se questo vale una dose. Che il dolore non ha dignità. Che la sofferenza è meglio soffocarla. Che la virtù è relativa. Che l’infamia è sempre lecita. Che l’eroismo è roba da bambini o da ‘super-fascistoni nostalgici’. Che ‘quelli della sede’ sono buoni amici perché in fondo sono bravi ragazzi ma… hanno la fissazione di questa storia dell’onore.

Perché la droga è questo: è essere schiavi.

Di se stessi, delle proprie paure, dei propri vizi, del denaro, dell’approvazione degli altri, del sentirsi forte. È il costante dipendere da qualcosa di esterno: una sostanza di fronte al quale ci si prostra. Non credi più a niente; credi solo a lei.

«Io ho smesso. Ma te che parli tanto poi stai in fissa; con Facebook, con Instagram… io ho dato un taglio proprio a tutto. Il tossico, tra i due, ormai, pari tu», così mi stai dicendo.

E bravo. Mi sorprendi anche. E mi metti di fronte ai miei limiti. Come fa chi ti vuole bene davvero. Il confronto… ce lo ripetiamo sempre.

Non possiamo permetterci di perdere la nostra coscienza, indipendentemente dalla catena da cui scegliamo di venir legati. E anche tu ce l’avevi scritto nel sangue e nel destino: il riscatto e la vita dedicata alla militanza sotto le insegne della Tradizione. Non l’ennesimo pezzo di buio, bensì una luce accesa nella notte. L’esempio che trascina e la vita come militia super terram. Null’altro conta ora.

Quindi, saliamo in macchina e partiamo, ché la notte passerà presto e la città si sveglierà con i nostri gridi di lotta sui suoi muri.

“La vita non è una forma di tristezza, ma di gioia fatta carne. Gioia di essere utile. Gioia di domare quel che potrebbe macchiarci o sminuirci. Gioia di agire o di donarci. Gioia di amare tutto quel che vibra, spirito e materia, perché tutto, sotto l’impulso di una vita retta, eleva, alleggerisce, anziché pesare”

(Léon Degrelle – “Militia”)

 

Consigli di lettura

 

Gioventù drogata. Il pericolo di liberalizzare le droghe, Daniele Saponaro, historica;

Il potere della droga nella politica mondiale, Yann Moncomble, Solfanelli;

La fabbrica della manipolazione. Come i poteri forti plasmano le nostre menti per renderci sudditi del Nuovo Ordine Mondiale, Enrica Perrucchetti – Gianluca Marletta, Arianna;

Il Sessantotto. Magie, Veleni & Incantesimi SPA, Danilo Fabbroni, Solfanelli