Letto da un militante | Come guarire dal cattocomunismo

Renzo Giorgetti, Come guarire dal cattocomunismo

Solfanelli, Chieti, 2018

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(tratto da www.heliodromos.it) – Di Renzo Giorgetti non finisce di colpire la capacità di sapere osservare la realtà problematica e controversa della modernità da punti di vista non banali e spesso trascurati, nonché la facoltà di gettare uno sguardo sempre attento e puntuale su aspetti apparentemente secondari e sottovalutati della nostra epoca. È in questa veste che lo abbiamo fin dall’inizio conosciuto, e anche con questa nuova opera egli ci conferma questa sua invidiabile attitudine e qualità; trattando di un argomento apparentemente legato a vicende relative alla semplice dimensione politica storica e antropologica, ma in grado di trascenderne la banale contingenza patologica per approdare ad una visione “in profondità” del potere contemporaneo.

Già la verità vera traspare dalle prime righe del testo, nel momento in cui l’Autore attacca l’associazione indebita fra “diseguaglianze” e “ingiustizie”, ricordandoci che «Libertà significa diseguaglianza, ovvero sviluppo delle proprie capacità in base alla propria natura», presupponendo quindi una partecipazione attiva dell’interessato nell’ottenimento del meglio di sé, essendo compito dello Stato quello di facilitarne il raggiungimento da parte di ognuno. E se «ogni autentica libertà si può considerare una sovranità diretta su se stessi», appare in tutta la sua evidenza l’assurdità di Stati e Governi che per primi rinunciano alla propria di sovranità, per sottostare al controllo di organismi sovranazionali dagli inconfessabili obiettivi.

Assodato che il Potere (quello reale!) detiene gli strumenti per imporre il consenso ai suoi sudditi, di cui fa un uso spregiudicato e senza limitazioni di sorta, e documentata la totale passiva sottomissione di questi ai “solfeggi” del pifferaio magico, il cui simbolismo è opportunamente richiamato da Giorgetti, una reazione a questa vera e propria schiavitù si potrà ottenere solo ricorrendo a quell’atto di presenza e vigilanza continue opportunamente proposte da tutte le tradizioni ortodosse: «La lotta deve essere anche personale, interiore, contro l’infezione dell’anima. Maggiori difese immunitarie, minore la forza delle suggestioni. Si necessita attenzione, capacità di discernimento e senso di giustizia, applicati con impegno costante. Potrà essere una fatica, ma i risultati saranno sicuramente una degna ricompensa, riguardando non solo la sopravvivenza, ma anche la qualità di una vita che sarà di nuovo degna di essere vissuta». Se è pur vero che vi sono idee universali insite nella psiche umana e facenti parte del bagaglio ancestrale di ognuno degli esseri che si manifestano in questo stato, ve ne sono anche altre che «come i materiali sintetici dell’industria, artificiali e di recente invenzione, debbono la loro creazione e successiva diffusione all’intervento umano, allo scopo di operare a livello sociale o economico i cambiamenti ritenuti più opportuni», come per esempio le ideologie.

Se solo si prova a mettersi nei panni di un “agente della sovversione” (nome di comodo adatto ad indicare una condizione intrinseca e naturale di totale avversione ed ostilità verso ogni ordinamento tradizionale della società) che si trovava a vivere in epoche passate tutta la propria esistenza all’interno di Stati rettamente orientati e sanamente ordinati, e comunque non ancora del tutto invertiti come gli attuali, si potrà forse immaginarne e percepirne l’insofferenza e l’irrequietezza dei sentimenti. Quando la realizzazione di una società laica e mercantile appariva in tutta la sua assurdità e impossibilità, la coltivazione di idee e concetti come quelli di “tolleranza”, di “uguaglianza” e della “religione dei diritti” veniva comunque ricercata e alimentata, come si fa con i batteri in laboratorio, pur non sapendo quando sarebbe stato possibile diffonderne l’infezione e quando si sarebbero create le condizioni ambientali per tutto corrompere e contaminare. Nota infatti Giorgetti che l’utilizzo di nuove idee, «opportunamente coltivate, al fine di mutare determinati assetti sociali e politici sembra proprio essere una possibilità concreta, realizzabile a livello pratico, stante la presenza di condizioni ambientali favorevoli e opportune capacità operative».

Ma scendendo dagli accadimenti epocali e dalle grandi strategie ai più prosaici eventi locali e alle piccole tattiche politiche che hanno determinato gli indirizzi della società italiana negli ultimi cinquant’anni, in quest’opera viene analizzato il percorso seguito da quello che è stato acutamente definito da Augusto Del Noce, in un suo celebre studio, il “cattocomunismo”; dove i medesimi processi epidemici prima ricordati hanno trovato piena attuazione. L’incontro delle due “chiese” che hanno dettato i tempi della politica italiana dopo la fine della Seconda guerra mondiale, quella democristiana e quella comunista, nel momento in cui si è concretizzata la reciproca secolarizzazione (postconciliare per l’una e postsovietica per l’altra), ha dato il via libera alla corsa sfrenata verso una totale laicizzazione della società, invertendo radicalmente le precedenti “ragioni sociali” di entrambi gli schieramenti e conducendo all’attuale dittatura dei sentimentalismi, del pauperismo e della carità pelosa, nonché della ricerca della sola ed unica soddisfazione della sfera corporea, a cui è stata ridotta l’esistenza di ognuno di noi.

Di recente abbiamo pubblicato in questo sito un brano di Giorgetti tratto proprio da questo suo nuovo libro, col titolo Introduzione a una metafisica della storia: le radici del male, dove si prova a individuare le fonti metafisiche del progressivo imbarbarimento del pensiero sganciato da ogni riferimento superiore, per approdare alla deriva «nichilista di tutte le ideologie a sfondo filantropico religioso e umanitario» predominanti nella nostra società. Facendo tesoro dell’esperienza vissuta sulla propria pelle da Berdjaev, secondo cui «le rivoluzioni sono tragiche mascherate», si rileva che la vita è una lotta e una battaglia continue «in cui si scontrano forze polarizzate, nel mondo inorganico come in quello organico, nella società umana così come nel mondo angelico e demoniaco», dove il tentativo rivoluzionario mostra la propria assoluta strumentalità al fine di sovvertire, livellare e distruggere ogni differenza e ogni qualità distintiva, fino a condurre alla morte della società in cui ha instillato i propri veleni; con la presunzione parodistica di rappresentare la rivelazione finale e definitiva, da cui consegue la novità perversa di voler annientare il nemico nell’immagine stessa e nella negazione di ogni sua ragione e diritto, riducendolo a mostro ributtante e inavvicinabile.

Richiamando la leggenda del Grande Inquisitore di Dostoevskij, l’Autore sottolinea la necessità da parte del potere sovversivo di eliminare dal mondo ogni traccia della Provvidenza e della presenza di Dio; fino a negare all’uomo la vera libertà, quella fondata sull’assunzione di responsabilità, cercando di costringerlo e limitarlo alla sola condizione animale, preservandolo da ogni sofferenze e intento all’ottenimento della felicità terrena: «Per la lacrimuccia di un bambino ci si scandalizza, si negano tutti i valori fino a distruggere intere civiltà, non avvedendosi che il disordine e la sofferenza provocati saranno maggiori di quelli che si volevano evitare». Una mentalità malvagia che può condurre fino alle recenti correzioni papali del “Padre nostro” e alla messa in discussione della “Pace in Terra agli uomini di Buona Volontà”. Le tentazioni respinte da Cristo nel deserto diventano punti programmatici per l’ottenimento dell’agognata uguaglianza al livello più basso di un’umanità appiattita e derubata di ogni slancio verso l’alto; diabolica negazione di ogni aristocrazia e di ogni spiritualità: non più santi e cavalieri ma, al massimo, notai e ragionieri! «Chi volontariamente abbassa il livello qualitativo o non permette lo sviluppo delle potenzialità», ci ricorda Giorgetti, «compie quindi uno dei peggiori crimini che sia dato concepire, un sacrilegio che danneggia contemporaneamente i singoli e la collettività (…) Un vero lavoro da demoni, non c’è che dire».

Arte blasfema “benedetta” da Papa Bergoglio

L’interpretazione distorta e strumentale dell’elogio della povertà nei Vangeli, mettendo da parte il suo reale significato simbolico, forse totalmente ignorato dalle attuali gerarchie religiose, mostra la volontà che esse hanno di valorizzarne solo gli aspetti sociali, facendone una lettura marxistica (e, appunto, cattocomunista!), dove l’impegno è finalizzato ad innalzare le condizioni economiche dei diseredati, non più visti come privilegiati per l’accesso al Regno dei Cieli, ma come svantaggiati da assistere e riportare ai comuni parametri del benessere fisico ed economico. La rincorsa al mondo da parte dei più alti rappresentanti della Chiesa e la loro ansia di rinnovamento, per non rischiare di rimanere indietro rispetto al “passo dei tempi”, è la dimostrazione lampante e impietosa del loro rifiuto delle verità eterne e immutabili di cui dovrebbero essere i gelosi custodi. Intenti invece a realizzare e portare a compimento il programma del traditore Giuda, quello di vendere l’olio profumato con cui Maria aveva cosparso i piedi di Gesù, per darlo ai poveri, ignorando e tradendo le stesse parole di Gesù: «Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me».