RigenerAzione Evola | Considerazioni sul movimento studentesco

(tratto da RigenerAzione Evola)

Con l’articolo che presentiamo oggi, iniziamo uno speciale che RigenerAzione Evola dedicherà, nel mese di dicembre, al Sessantotto ed alle contestazioni studentesche. In questo 2018 che va a chiudersi, gli ex “rivoluzionari” di sinistra di quegli anni, chi squallidamente imborghesito, chi ancora pateticamente aggrappato a ributtanti schemi ed assurdi slogan, nonostante le devastazioni causate e le ipocrisie maldestramente malcelate, hanno cercato goffamente di celebrare il cinquantenario di quei “moti” sessantottini.

In realtà, queste scialbe e retoriche celebrazioni sono passate un po’ ovunque in sordina, fra la sostanziale indifferenza dei giovani (più per la consueta “noia di vivere” che li accompagna, che per una critica effettiva, ovviamente) e le sempre più frequenti sottolineature degli irreparabili danni causati da quegli pseudo-movimenti di rivolta: nel 2008 se ne parlò, di fatto, molto di più. Un segno dei tempi? Probabilmente il Sessantotto ha ormai stancato tutti, anche, forse, chi si ostina a riproporne i vuoti stereotipi.

Dalla quarta di copertina: “Danilo Fabbroni, raccogliendo e interpretando testi inediti o poco noti in Italia, ricostruisce la trama nascosta, intricata e imprevedibile della controcultura internazionale, ricomponendo l’inquietante puzzle degli ambienti libertari ed alternativi e rivelandone i mandanti nell’ombra e gli occulti ispiratori”

Abbiamo deciso di attendere simbolicamente proprio la fine dell’anno, per non dare troppa enfasi alla ricorrenza – lasciando il triste ruolo a quei media ed a quegli intellettuali ostinatamente asserviti al culto del nulla – attendendo che eventuali clamori si attenuassero, per sferrare il nostro colpo, al tramonto dell’ennesimo inno al vuoto “pneumatico” (nel senso classico-filosofico del termine) ed alla distruzione degli ultimi residui di antichi retaggi, sia pure imborghesiti ed incancreniti, che dovevano essere rivivificati e non annientati. La distruzione priva di ricostruzione, infatti, ha lasciato spazio al materialismo assoluto, all’individualismo, allo scioglimento di ogni vincolo, alla degenerazione in ogni ambito socio-culturale, che a loro volta hanno aperto la via alla dissoluzione finale.

Da oggi ripubblicheremo articoli e riflessioni di Julius Evola e del mai abbastanza compianto Adriano Romualdi sulle contestazioni di quegli anni, che ne metteranno a nudo contraddizioni, degenerazioni, mistificazioni, ipocrisie, assenza di contenuti: e non si tratterà di un’operazione di “archeologia sociologica” da museo, ma di un mettere in rilievo della triste attualità di tanti fenomeni connessi al Sessantotto, dei quali ancora oggi viviamo le conseguenze dirette ed indirette.

L’autorità degli insegnanti fu in quegli anni demolita, quando ormai tutti i più lucidi commentatori, anche quelli culturalmente e per formazione ben lontani dall’area Tradizionale, riconoscono oggi che nella scienza e nell’istruzione non può esservi democrazia, come Evola e Romualdi subito posero in risalto in quegli anni. Ed oggi ne vediamo le conseguenze: gli studenti deridono, offendono, insultano e picchiano quei pochi insegnanti ancora qualificati e dignitosi che rimangono, che in silenzio subiscono; molti insegnanti, da parte loro – tra cui soprattutto ex sessantottini – fanno propaganda ideologica della peggior specie, si presentano agli studenti come loro pari, “amici” e “compagni”, con loro chattano spudorati, fumano magari un pò ‘erba ed ammiccano – fino ai casi più estremi di adescamenti veri e propri -, deturpando e svilendo il loro ruolo fino all’inverosimile.

In Italia il Sessantotto finì poi, certamente, per riaffermare l’atavico spirito individualistico, egoistico e piccolo-borghese dell’italiota medio, che il fascismo aveva tentato di abbattere, ma che riuscì solo a stordire: l’ossessiva rivendicazione dei “diritti” portò all’avvento di quel che è stato ribattezzato “dirittismo”, che poi di fatto caratterizza tutte le odierne società occidentali: tutti rivendicano diritti, anche per gli ambiti più impensabili, nessuno vuole più assumersi doveri. Ma così, come d’altronde osservò, fra i tanti, il leone Rutilio Sermonti, ogni sana comunità è destinata a saltare in aria.

A fine 2017 erano usciti su RigenerAzione alcuni approfondimenti di Evola che, spaziando anche oltre il Sessantotto, davano un quadro assai completo del fenomeno delle contestazioni giovanili a cavallo tra anni ’60 e ’70. Anche ad essi rinviamo i nostri lettori: “Sulla contestazione totale” (uscito su Il Borghese”, n. 36 del 5 settembre 1968, e poi in appendice a Uomini e Rovine), “Dai precursori della dissoluzione alla gioventù bruciata e alla contestazione” (tratto da “Cavalcare la tigre” – paragrafo 4 del capitolo “Nel mondo dove Dio è morto”) e “Contro i giovani” (da noi riproposto come “Gioventù bruciata, gioventù dello spirito”), uscito su “Totalità” il 10 Luglio 1967.

Ricordiamo anche come sulla raccolta “L’arco e la clava”, come successivamente ampliata rispetto alla prima edizione (proprio del 1968), figuri un importante saggio evoliano, “La gioventù, i beats e gli anarchici di destra”, che riprende e sviluppa i temi che Evola affrontò anche negli scritti citati.

Questo è pertanto il senso della ripubblicazione di questi scritti da parte nostra: non certo esaltare questo cinquantennale, ma, proprio in chiusura d’anno, al tramontare di quel falso “sol dell’avvenire”, che ha lasciato i cieli in balia di quel tetro buio che avvolge oggi le giovani generazioni e le rovine del mondo contemporaneo e dei suoi alienati, accecati attori, mostrare i legami tra le devastazioni di quegli anni e quelle odierne. Nel rispetto, certamente, di coloro che da destra, in buona fede e con cuore sincero (non tutti, purtroppo), credettero realmente che da quel vulnus potesse scorrere sangue nuovo, si illusero che da quegli abbattimenti potesse aprirsi la via di un radioso futuro.

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di Julius Evola

tratto da “Il Conciliatore”, XVII, 7-8, luglio-agosto 1968 (poi in “Fenomenologia della sovversione, l’Antitradizione in scritti politici del 1933-70“, a cura di R. Del Ponte, Edizioni Sear, Borzano, 1993)

Sulle agitazioni studentesche si è scritto molto, anzi, a nostro parere, troppo. Così ci siamo chiesti se valesse la pena fare anche noi alcune considerazioni su tale argomento. Essendosi dato il caso che esponenti del movimento studentesco hanno creduto opportuno avere con noi uno scambio di vedute, abbiamo cercato di formarci direttamente una idea su ciò che esso vuole, almeno limitatamente all’area italiana. Dobbiamo dire che i risultati sono stati abbastanza deludenti.

Naturalmente, a noi potevano interessare soprattutto i moventi di quelle agitazioni, che andavano di là da semplici problemi tecnici universitari. È evidente che le esigenze affermate nei riguardi di questi problemi, le accuse mosse ad una università antiquata che funziona male, sono state spesso un pretesto. Tali problemi potevano essere risolti nella loro sede propria, amministrativa, senza tanto rumore e senza speciali implicazioni ideologiche. Esercitare, per giungere a soluzioni ragionevoli, anche una pressione in forme attivistiche, dato l’immobilismo burocratico, avrebbe potuto essere plausibile. Ma non ci si è fermati qui. Da una veduta d’insieme delle agitazioni nei vari Paesi risulta che gli accennati problemi sono stati un pretesto o un punto di partenza.

Pertanto, invertendo un noto detto, si può dire che si è voluto far nascere la montagna da un topo, quando, una volta preso lo slancio, gli agitatori del movimento studentesco hanno preteso addirittura di promuovere un attacco contro tutto il sistema esistente, l’obiettivo preferito essendo la cosiddetta civiltà dei consumi delle società tecnicamente progredite del mondo borghese. La misura in cui questa estensione della «protesta» è stata strumentalizzata da elementi di Sinistra è nota, ma anche una affinità di atteggiamento appare incontestabile. Nello stesso caso del movimento universitario italiano, benché questo sia tutt’altro che unitario, già alcune istanze che si vorrebbero far valere, alcune parole d’ordine che sono state forgiate per la stessa riforma universitaria hanno un carattere indicativo. In effetti, denunciare la «massificazione» dell’università, certe deficenze delle attrezzature e della stessa didattica, certe unilateralezze delle materie d’insegnamento, e così via, è una cosa; una cosa ben diversa è però mettere avanti formule ridicole, come quella di «democraticizzare» le università, l’accusare il sistema attuale come quello di una «scuola dei padroni» o «classista» (come se tutti gli studenti fossero proletari) insopportabilmente «autoritario». Lo spirito di questi atteggiamenti e delle corrispondenti insofferenze è chiaro, e costituisce un indice tutt’altro che positivo per l’orientamento del movimento studentesco.

A rigor di logica, dato che in Italia il sistema esistente è, dal punto di vista politico, quello democratico, per l’accennata estensione della «protesta» la parola d’ordine avrebbe dovuto essere, anzitutto, l’antidemocrazia. Invece, come abbiamo accennato, si deplora che la stessa università non sia abbastanza «democratica» e l‘insofferenza pel principio di autorità non si basa su qualche singolo caso di deprecabile comportamento del corpo degli insegnanti (del resto, purtroppo da noi fra gli insegnanti l’orientamento marxista prevale), bensì ha in vista le strutture in sé stesse e l’autorità in quanto tale.

Il Sessantotto da un’altra … prospettiva? Avanguardia sotto la runa Odal

È naturale, quindi, che nei Paesi comunisti, dato che il tipo dell’autorità là predominante è quello comunista, la contestazione studentesca può assumere talvolta sembianze anticomuniste. Da ciò non si deve trarre nessuna illazione positiva, appunto perché, di là dalle sue varie forme, è per l’autorità in genere che sembra si sia insofferenti tanto che, ad esempio, i più triviali pretesti dell’antifascismo trovano spesso un suolo favorevole e poco manca che alcuni si mettano senz’altro a parlare di un insopportabile tipo «fascista» di scuola e di insegnamento.

Ma se vi è un campo in cui un principio di autorità appare naturale, legittimo e ineccepibile, esso è proprio quello del sapere. Chi non sa, deve riconoscere l’autorità di chi sa, di chi è in possesso della conoscenza e degli strumenti adatti, dettati da una lunga esperienza e da una tradizione, per trasmetterla. In ciò non vi è nulla di umiliante. Chiedere chiarimenti o integrazioni dell’insegnamento è cosa ovvia, e nei cosiddetti «seminari» universitari, diffusi soprattutto all’estero, si sono già avute forme di cooperazione e di vicinanza fra docenti e studenti volenterosi, senza che figuri la minima istanza eversiva e «rivoluzionaria».

Le cose stanno diversamente quando nell’esaminare fino in fondo le istanze antiautoritarie studentesche, si scopre che ciò a cui si tende finisce con l’essere una specie di soviet della scuola, la formazione di ciò che nel sistema comunista viene chiamato il «collettivo». Allora la maschera cade. Essa cade anche quando invece di chiedere che l’università venga sempre più spoliticizzata e ricondotta ad un sistema serio di studi senza interferenze ideologiche, si desidera l’opposto.

Non è stato forse deplorato, ad esempio, che gli insegnanti non discutano ufficialmente con gli studenti sul Vietnam, su Mao e su altri temi politici peregrini? E in che spirito dovrebbero svolgersi tali discussioni, è chiaro. Comunque, temi politici aventi una qualche incidenza sull’attualità potrebbero essere considerati al massimo solo in margine alle facoltà di scienze politiche. Uno studente serio non può chiedere intrusioni politiche di tal genere quando si tratta della grandissima maggioranza delle altre discipline: scienze naturali, medicina, ingegneria, chimica e via dicendo. Fuor dall’università egli potrà sfogarsi come vuole. A nostro parere, tutelare il carattere apolitico di un sistema di seri studi è una esigenza imprescindibile; se mai, una rivolta dovrebbe avvenire nel senso contrario, ossia dovrebbe dirigersi contro le pressioni e le suggestioni ideologiche deleterie: che nell’attuale stato di cose, nel presente clima marxista o demomarxista, vengono esercitate dovunque sia possibile, ad esempio nel campo dell’insegnamento della storia, della sociologia, della letteratura, della filosofia.

Il “mito” Marcuse

Ma torniamo alla pretesa sovraordinata del movimento studentesco, presa sul serio da coloro che sono pronti a «mitizzare» la gioventù: partendo dalle università, la contestazione totale dovrebbe portarsi contro tutto il «sistema», contro il tipo attuale di società e di civiltà. Nei casi migliori, qui come sottofondo si potrebbe supporre la sensazione di un vuoto spirituale, della mancanza di ogni senso profondo dell’esistenza moderna. Così è accaduto che il Marcuse spesso abbia fatto, senza volerlo, da filosofo al movimento.

Si è accusato il carattere spiritualmente distruttivo di ciò che il Marcuse ha indicato esser proprio alle società tecnologiche progredire e alla civiltà dei consumi. Ora, a voler ammettere questo sottofondo, due punti vanno messi in evidenza. In primo luogo, vi è la assoluta mancanza di punti positivi di riferimento, dei valori del sistema da contrapporre a quello attuale. (Marcuse a tale riguardo non indica proprio nulla di consistente; un suo merito consiste, secondo noi, nell’aver escluso marxismo e comunismo come punti di riferimento con l’indicare che, riuscendo a soddisfare sempre più i bisogni e le aspirazioni, tutto sommato borghesi, della classe lavoratrice, la civiltà tecnologica dei consumi e del benessere assorbe tale classe e ne elimina la «protesta»). In secondo luogo, è da rilevare il carattere dell’accennata pretesa: in che modo, partendo dalle università, un movimento di protesta potrebbe far saltare in aria tutto il sistema, qui non trattandosi più di ideologie e di sovrastrutture bensì di infrastrutture determinate dalla scienza e dalla tecnica in un mondo delle masse e della produzione?

Cominciando dal piccolo, se volesse essere coerente la «contestazione totale» della gioventù dovrebbe prendere tutta un’altra direzione: invece di agitarsi per riforme, essa dovrebbe semplicemente non andare più nelle università. Infatti quale è il fine della frequenza delle università e di analoghi istituti di istruzione, dopo studi di carattere generale? Per la maggior parte delle facoltà, si tratta di un addestramento e di una specializzazione onde ottenere un corrispondente titolo accademico che permetta di assicurarsi un posto; dove? Proprio nell’aborrita società tecnologica dei consumi fornendole così le nuove leve. Volendo andar più oltre, resterebbe solamente l’anarchismo distruttivo: mettersi a far saltare o a incendiare centrali, complessi di produzione, istituti tecnologici e via dicendo, con un «potere studentesco» che ripeta più in grande le gesta del «potere negro». A dir vero, nelle sommosse studentesche recenti qua e là si sono potute rilevare forme di una furia distruttiva, di vandalismo, distruzioni insensate. Esse sono indicative per una delle forze motrici più oscure di queste manifestazioni. Ma nessuno vorrà pensare seriamente a quell’estensione apocalittica di un tale anarchismo. Un sollevamento generale efficace contro tutto un mondo organizzato e accettato dalle masse, con una immensa maggioranza che non sarebbe per nulla pronta a pagare con la rinuncia alle comodità della «civiltà dei consumi» e del «benessere», sia pure, essa, standardizzata e condizionante, la difesa di una idea astratta della libertà, è una pura chimera.

Quando le Università erano veri e propri “Ordini”, funzionali alla preparazione ed alla formazione completa dei giovani. Nell’immagine, Studenti dell’antico “Corps Borussia”, fondato presso l’Università di Bonn nel 1821.

Le «contestazioni» aventi per oggetto la «libertà della cultura» potrebbero rientrare in un quadro più ragionevole. La direzione giusta sarebbe quella di un ridimensionamento degli studi universitari che limiti le specializzazioni tecnologiche, che riporti in primo piano la formazione «umanistica» del giovane con un insieme di discipline scarsamente strumentalizzabili, aventi un valore in se stesse o, per meglio dire, aventi un valore soprattutto per dare un significato superiore all’esistenza, per creare una nuova visione del mondo, per suggerire una severa condotta di vita e la cristallizzazione di una forma interiore ricca di senso, di un carattere. Ovvio che una tale linea non è da confondere con quanto rimane nelle università in fatto di materie umanistiche; quella minoranza che frequenta ancora le corrispondenti facoltà non mira a qualcosa di troppo diverso da ciò a cui gli studenti delle altre facoltà mirano: ha essenzialmente in vista quel che è necessario per «sistemarsi» entrando a far parte del «sistema» facendo l’insegnante o esercitando altra professione borghese, inevitabilmente condizionata dalla situazione esistente. È con la preminenza di una «cultura libera» nel senso vero or ora accennato che invece, partendo dall’interno, senza utopie apocalittiche, potrebbe essere forse propiziata, attraverso le nuove generazioni, una graduale modificazione del «sistema».

Purtroppo non ci è stato dato quasi mai affatto di constatare aspirazioni e rivendicazioni di questo genere nei rappresentanti del movimento studentesco.  Appare più comodo abbandonarsi alle manifestazioni di una confusa insofferenza che per questo suo stesso carattere, per l’inesistenza di punti positivi di riferimento, si presta fin troppo ad essere strumentalizzata, come si è visto, dalle forze di Sinistra, le quali sanno invece fin troppo bene quel che vogliono. Che in Germania come bandiera si sia potuta assumere la formula grottesca e abbastanza ibrida delle tre M: Marx, Mao, Marcuse, è abbastanza significativo, in fatto di confusione mentale. Vorremmo tornare su quel che abbiamo già detto: se si volesse portare il movimento fuor dalle università, cioè fuor dall’ambito di problemi specifici regolabili senza speciali implicazioni ideologiche e senza drammi, non si dovrebbe puntare troppo in alto. Un compito preliminare già importante, perseguibile solo che si abbia un certo coraggio e una vera libertà interiore, sarebbe la lotta contro le forme principali che nel campo politico-sociale oggi riveste da noi il «sistema», cioè contro democrazia e marxismo. Soltanto allora si potrebbe riconoscere, nella gioventù, la presenza di un sano istinto, un impulso positivamente rivoluzionario. Purtroppo noi abbiamo già indicato più di un sintomo che rende difficile venire ad una tale constatazione.