Mangia, consuma, fai sesso. Come ti dicono loro

Non è questa la sede per una analisi approfondita del fenomeno della pornografia. Introducendo questo articolo, condivisibile, ma con delle riserve, ci limiteremo a proporti, lettore, delle riflessioni:


1. Il porno non ti vuole portare a chissà quale “liberazione” ed “emancipazione”. Anzi, ti rende schiavo e dipendente. Punta a comandare e manovrare la tua carica animica, in particolare quella sessuale, abbassandola vertiginosamente verso la sola componente fisica.


2. Il porno è un’industria, che mercifica la tua parte più intima, la fantasia, atrofizzandola e condizionandola in base a quello che ti fanno vedere. Decidono cosa devi sognare. Tipico del capitalismo: vale per i soldi, per il cibo, il lavoro, ed anche il sesso. Piano piano, la pornografia ti spinge oltre i limiti di ciò che la norma naturale consente, sino a portarti a desideri e bisogni sessuali mai avuti, né avvertiti (o quantomeno dormienti, da non risvegliare), così che si diffonde – ad esempio – il transessualismo, la zoofilia e altre aberrazioni connesse. Volete vedere che anche la pedofilia, prima o poi, verrà resa cosa accettabile, seguendo il noto schema della Finestra di Overton?


3. Intorno al porno, sono nati altri business: se devi essere performante come una pornostar, allora devi andare in palestra, dal nutrizionista, dal chirurgo estetico per avere il fisico, devi andare dal sessuologo per disinibirti. Questi bisogni non nascono da te, ma dai “miti” che ti hanno sottilmente inculcato e che ti ritrovi, senza neanche accorgertene, a riconoscere.


4. L’essere umano non è sempre stato uguale nella storia. Siamo spugne, e assorbiamo quello che ci arriva dai “rubinetti”: notizie, simboli, messaggi. Nel mondo della Tradizione, l’uomo viveva immerso in una realtà che viveva il sacro in ogni cosa, che solo tramite esso aveva senso. Essere sovraesposti, invece, come siamo oggi, a immagini che sollecitano sempre e solo la parte “inferiore” dell’uomo – lo stomaco e il sesso – ti insozza l’anima. Cerca, senza moralismi o rigidità prive di senso, di evitare di abbrutirti troppo. Circondati, invece, di Verità e Bellezza, ed anche il sesso non sarà più un atto consumistico e standardizzato, come è diventato oggi, ma avrà una sua ragione d’essere in una visione più grande, ove le polarità sessuali, fisiche e animali intoneranno insieme un coro verso lo Spirito.

Contro la pornografia, perché sexting e pornopop ci fregano le coscienze

di Alessandro Postiglione – (www.huffingtonpost.it)

Lei discetta di filosofia e di emancipazione dell’umanità dalle pagine di Micromega, tempio del pensiero critico diretto da Paolo Flores d’Arcais. Le Monde gli dedica la prima di copertina, perché è una éminence grise globale. Non stiamo parlando di due scrittori avanguardisti, ma di due pornostar: Valentina Nappi e Rocco Siffredi; che fra pornosofia e pornopop, indicano la strada verso il Sol dell’Avvenir a un’Itaglietta un tempo benpensante e ora gaudente.

Il porno è stato detabuizzato. Non più pratica onanistica e sordida per adolescenti e militari di leva, ma industria culturale raffinata per famiglie, con Eva Henger, altra eroina del proibito, che fa la soubrette a Striscia La Notizia. Anzi, il porno è di più; pornosofia, fase suprema della liberazione sessuale del ’68: la fantasia sporcacciona al potere. Una trasformazione che è avvenuta grazie alle nuove tecnologie, che hanno cambiato il consumo del porno. Mentre Woody Allen chiedeva timido e tremebondo all’edicolante che gli nascondesse il giornaletto porno nel New York Times senza farsi vedere, ora, grazie alla libertà del web, il proibito è a portata di click. Anzi, è valore mondano: ché se la tua estetica sessuale non è quella dei porno, sei solo un represso e un bacchettone.

Nel nome della pornificazione dei gusti sessuali, ecco che la pratica di farsi filmini hard è il minimo, per essere al passo con i tempi. Il recente caso della ragazza suicida, dopo che il suo filmino è diventato virale, dovrebbe invece farci riflettere. Che il porno è tutto l’opposto di quello che promette: libertà ed emancipazione. È invece una nuova e più sottile fase di “pubblicizzazione” e “mediatizzazione” del privato, che ha favorito un aumento dell’alienazione e la distruzione del soggetto, incapace di creare desiderio, ma semplice attore di un immaginario prodotto dall’industria a luci rosse. Paradossalmente, le pratiche proibite della pornografia non legittimano, ma creano nuovi modelli. Il Web ha favorito questo fenomeno di esproprio del privato, perché non è più il Grande Fratello a doverci spiare, siamo noi che vomitiamo tutto su Facebook.

Si passa dalla sorveglianza esterna, all’autosorveglianza e servitù volontaria. E la pornografia rappresenta la tecnica di costruzione di modelli che appartenevano alla sfera più privata degli individui: il sesso. Dietro l’apparente patina di liberazione, operano sottili meccanismi biopolitici. La pornografia applica la razionalità formale, quantitativa e performativa del capitalismo al nostro desiderio, che dovrebbe essere magico, qualitativo e irrazionale. All’unicità dei contatti, sostituisce le performance tayloriste dei corpi: seni enormi e bionici, peni induriti dalla farmacologia, copule atletiche e sportive, protesi per avere labbra più efficienti per la suzione, glutei più sodi per la sodomizzazione. Le immagini della presunta liberazione sono in realtà espressione di una sessualità patriarcale, caratterizzata dalla sottomissione della donna, dalla volontà di potenza del maschio, che si ritorce contro se stessa: il maschio amante è il maschio performante e quantitativo dell’industria fordista.

A poco serve proporre “porno delle ragazze“, perché è proprio nel primato dell’immagine l’essenza totalitaria e antiumanista della pornografia. Siamo passati dalle società antiche caratterizzate dalla ars amandi alle società biopolitiche della scientia sexualis, dice Michel Foucault; ora, siamo in una nuova fase, il sexual management. La pornografia è solo una parte della filiera: quelle in cui, all’unicità del desiderio, abbiamo sostituito la riproduzione iterativa e continuata delle immagini; dove non si fa più l’amore, ma ci si fa filmini perché il desiderio, non è più nei corpi – semplici strumenti di teknè – ma nell’imago.

Ovviamente, la coscienza dell’individuo è stata distrutta, e la gente vive nel terrore di essere poco performativa, atletica, magra e col seno troppo piccolo. Intorno a questo discorso, gravita una nuova economia: psicologi, sessuologi, nutrizionisti, palestre, costruttori di seni al silicone, alchimisti che promettono eterne gioventù e priapiche erezioni. Tutta l’industria culturale si pornifica. Ciao Darwin irradia immagini degne del porno. Le distinte signore della borghesia che passeggiano a San Babila si vestono come delle pornostar: labra-canotto, superzigomi e seni al silicone sono lo standard dell’estetica “perbene”. Il medium, il web, non ha colpa. Ma non è neutro. Perché favorisce la spersonalizzazione di questi meccanismi di potere. Basta rivedersi la critica di Pasolini alla Tv, apparentemente democratica, ma più invasiva per la coscienza dello Strapaese dello stesso fascismo.

La verità banale e agghiacciante della storia della ragazza suicida è che, con buona probabilità, nessuno – vittima e carnefici -, alla fine, aveva coscienza dello schifo che si stava consumando. Era solo sexting, era solo un video virale. Allora, sono contro la pornografia, non perché voglia censurarla: è incensurabile. Ma, per lo meno, siamo seri: non c’è nessuna pornosofia o liberazione all’orizzonte. Solo nuovi strumenti di dominio delle coscienze che, come sempre, colpiranno più forte i più deboli.