Natale povero o povero Natale? ⋅ Il Dispaccio

“La felicità esiste solo nel dono, nel dono completo; il suo disinteresse gli conferisce sapori d’eternità; esso ritorna alle labbra dell’anima con una soavità immortale” (Léon Degrelle)

Natale, cenone, regali, pacchi, super-offerte, ‘Mamma, ho perso l’aereo’ e ‘Una poltrona per due’ in tv, file interminabili nei negozi, nelle strade, nel traffico: adesso prendi fiato, ché solo citare queste cose fa salire l’ansia e la pressione. Tranquillo, questa non è la solita critica del ‘natale moderno’ e del consumismo. Proviamo ad andare a fondo di questa triste storia che si ripete ogni anno. Perché a questo si è ridotto il Natale: una sentenza ricorrente, fatta di pseudo-rituali moderni, in cui tutto corre a ritmo indiavolato, mentre tu vorresti fare un passo laterale, lasciar scorrere e attendere che passi tutto. Ma, lo sai, siamo pienamente coinvolti in questo vortice che, tra un centro commerciale ed un altro, ci appesantisce da dentro. E non per i panettoni di troppo.

Dicci se non è così: improvvisamente, in questo periodo di lucine e pacchi natalizi, in corrispondenza delle mega-offerte che bombardano la tv che vedi, la radio che ascolti, la metro che frequenti, le strade in cui cammini, tutto ciò che hai ti sembra inadeguato, vecchio, passato. Tu ti senti inadeguato, vecchio, superato. E anche la vita che fai, la donna o l’uomo che hai accanto, tutto assume un contorno grigio e noioso: perché i pubblicitari del ‘natale moderno’ – veri e propri manipolatori delle menti, profondi conoscitori della meccanica scontata delle tue emozioni, dei tuoi appetiti e delle tue voglie – sanno come renderti insoddisfatto di te e della tua vita.

Ma non preoccuparti, subito dopo lo sconforto, hanno subito pronto proprio il prodotto che ti mancava, ma che un momento fa nemmeno conoscevi (non avendone il bisogno); hanno la soluzione alla tua ‘vita di merda’. Come sono buoni questi pubblicitari, “com’è umano Lei…” direbbe Fantozzi. Perché Fantozzi non è tanto lontano dal borghese piccolo e invidioso che fa la pedina nel risiko del commercio: Pina è la donna che hai ma non vuoi, la Signorina Silvani è la donna che vuoi ma non hai; Mariangela è la figlia che hai ma non vuoi, la Bianchina quell’auto che non ti piace più e vorresti cambiarla. Ti fa pena, Fantozzi, in realtà: sì, qualche risatina qua e là, ma Fantozzi è un personaggio deprimente (guarda Villaggio come è finito dopo anni di ‘Fantozzi’…).

Chiediti se quel ragioniere, vittima passiva di tutto, non sia proprio tu.

Però, sappi che non è finita, non è tutto passato, perché la Verità tradizionale afferma che la materia è effimera, transitoria, si consuma col passare del tempo, è illusione in quanto sì concreta – la puoi toccare, mangiare, ne puoi godere – ma non ‘vera’ come vero è solo lo Spirito, eterno e impassibile. Il primo passo è prendere coscienza che la libertà non risiede nel bisogno e nell’avere, non si pesa e non si conta, tantomeno si compra, bensì si incarna. Se l’uomo è corpo, anima e Spirito, la libertà risiede nello Spirito, in quella continua ricerca del Graal interiore che richiede il grande sforzo di superamento dei limiti e dei condizionamenti dell’Io: dunque, seppur il consumismo sembra essersi preso le dinamiche e i ritmi della nostra vita, noi – in quanto uomini e donne che hanno una visione spirituale – possiamo ancora recuperare il senso profondo del dono e il suo significato, la sua dignità. Possiamo rivivificare il gesto onesto e virtuoso del consumo consapevole, perché nel Mondo della Tradizione tutto è sacro, anche il consumo stesso, quando si conforma alla Visione del Mondo spirituale che si fa esercizio quotidiano nello Stile di Vita. Così, impara a rinunciare, a fare a meno di qualcosa che in genere acquisteresti con leggerezza, come è uso comune e come fanno tutti: datti una regola, una disciplina e vedrai che quel cellulare per quanto un po’ lento può ancora svolgere il suo compito. Abbi fame, un giorno. Abbi sonno, un giorno. Abbi freddo, un giorno. Passa inosservato nella folla, che non sarà attratta dalla tua borsa firmata: non è un’onta, non è una vergogna, non si muore di questo, ed è invece esercizio e formazione, è ‘stile’ (questo sì!), è saggezza, quella di chi ripone in altro la qualità della propria esistenza su questa terra.

E quando senti le sirene delle ‘super-offerte sottocosto’, trattieniti, vai oltre, vai sopra e concentrati – dunque, ricentrati – su ciò che davvero conta in questa vita, il servizio per la Tradizione. Perché il Sole non si compra e non si consuma: il Sole vince e si rinnova ogni giorno. E a ogni giorno – prega e lotta per questo – tu dovrai esserne fedele.

Al contrario, quelle super-convenientissime offerte che convenienti non lo sono quasi mai, quegli sconti ‘da pazzi’ che piuttosto sono ‘da babbei che ci credono’, quelle vendite sottocosto che sanno tanto di ‘canna del gas’… Tutto questo ti costringe a partecipare a quel grande circo dell’acquisto ossessivo-compulsivo: ti senti che se non compri qualcosa, hai perso un’occasione. Ti senti un po’ coglione quanto torni a casa a mani vuote, vero? Occasione che non torna: “non perdere l’occasione, ancora pochi giorni”. Eh sì, i giorni rimasti sono pochi: ma non quelli degli sconti (basta aspettare i saldi di gennaio e poi Pasqua e poi gli svuota-tutto…), bensì i giorni che ti separano dal momento in cui ti verrà pesata l’anima e si vedrà cosa ne hai fatto. Tutto ciò non significa fare gli apocalittici-messianici come gli squallidi santoni americani (“Pèntiti, ché il Giorno del Giudizio è vicino…”), bensì avere la consapevolezza che questa vita è un gioco, serio certamente, ma in quanto gioco non sai come e quando finisce, non dipende da te, ma da te dipende solamente come la vivi, come la conduci. La sottometterai alle mode dei colori fluo che vanno quest’anno o ai colori pastello del prossimo anno, oppure, pur restando ‘nel mondo’, non sarai ‘del mondo’, non ne sarai una marionetta e preferirai non piegarti a questo teatrino tetro e sfavillante?

D’altronde, mentre stanco e vinto dall’ennesima maratona del sabato pomeriggio al corso della tua città, fissi imbambolato le luci natalizie che vanno da palazzo a palazzo, pensi: non avremmo mai dovuto permettere che si perdesse il significato vero e autentico del Dono. Avremmo dovuto mantenere vivo il ricordo del simbolo, perché i regali, i doni che il Natale porta ai bambini costituiscono un’eco remota, un residuo morenico: l’idea primordiale era il dono di luce e di vita che il Sole nuovo, la nuova Luce, dà agli uomini. Dono da intendersi sia in senso materiale che in senso spirituale, così che il rialzarsi della luce vale come una liberazione dall’incubo di una gelida notte per la terra e per la vita degli uomini. Invece, abbiamo permesso che il Dono, espressione di sacrificio, fosse trasformato nel regalo, scagnozzo del consumismo. Ma cosa aspettarsi da un mondo che ha dimenticato l’azione impersonale, il dono disinteressato, il senso rivoluzionario di fare qualcosa senza alcun ritorno individuale bensì solo perché è giusto? Nel concetto di Dono c’è proprio il senso di privazione di qualcosa, di rinuncia per un fine maggiore. C’è la visione spirituale della vita. Si dona ciò che è essenziale, mentre si regala il superfluo. Nel dono c’è una parte di noi stessi, mentre nel regalo c’è qualcosa di estraneo e “…spero ti piaccia” sennò se lo tiene e ti sei tolto il pensiero. Ricordi quel motto della Scuola di Mistica Fascista? “Chi nulla dona, nulla vale”.

E ancora: le luci, quelle luccicanti e numerosissime luci che, sin da quando nei primi giorni autunnali si chiudono gli ombrelloni sulle spiagge siciliane, già ricoprono le strade delle nostre città… Queste luci sono meravigliose e, per quanto possiamo disprezzare il fatto che siano messe lì solo per farci spendere di più, in cuor nostro le luci richiamano in noi un sentire difficilmente spiegabile a parole, una gioia lontana ma irripetibile, una vicinanza dall’eco ancestrale: perché in ognuno di noi, seppur affossato e abbassato dalla condizione moderna, vi è sempre e comunque un chicco di Spirito e queste luci ci ricordano il fuoco spirituale, soprattutto durante le notti più lunghe, quando le tenebre sembrano prevalere e allora l’uomo è chiamato a custodire, alimentare, proteggere e nutrire il Fuoco sacro. Anche se razionalmente l’uomo moderno se ne è dimenticato, anche se confonde queste luci con quelle rosse degli stop del traffico cittadino, è proprio così: queste luci rappresentano quella rinascita che ogni uomo, più o meno consapevolmente, auspica in fondo al proprio cuore.

D’altra parte, quando ‘hanno chiuso le porte del Cielo’, ci hanno voluto confinare nel campo ristretto dei bisogni materiali, come se fossero gli unici reali e degni di essere soddisfatti. Decapitato dello Spirito, l’uomo si è concentrato esclusivamente sul proprio Io, edificando, mattone dopo mattone, una prigione dorata in cui la libertà è lo strumento per garantire a tutti un benessere materiale. E oggi solo questo conta per l’uomo moderno: infatti, la vedi anche tu questa ‘progredita’ società occidentale, questo diritto per tutti a star bene attraverso il possesso e il consumo, questa finta giustizia sociale che promette lusso e agi. Viviamo in una società insoddisfatta, che sfocia nei troppi suicidi, dove la droga e l’alcool sono gli anestetici per dimenticare la frustrazione derivante da una folle corsa alla ricerca del piacere sfrenato, che genera violenza e perversione.

Ma allora, infine, il ‘consumismo’ è la parodia del concetto tradizionale di ‘consumo’: forse che il Fuoco non ‘consuma’? Non v’è forse ‘consumo’ più rapido e inesorabile della fiamma gialla, rossa e bianca che riduce tutto in polvere? Qualcuno può dire che il fuoco bruci invano? Ma, allora, sia questo l’unico ‘consumo’ che ti prende: quello per cui la tua anima e il tuo corpo si fanno legna buona e secca, vigorosa e profumata per lo Spirito infuocato che la brucerà. Per farne calore nel freddo, luce nella notte e sacrificio autentico.

“La legge del dono fatto da amico ad amico è che l’uno dimentichi presto di aver dato, e l’altro ricordi sempre di aver ricevuto” (Seneca)

Consigli di lettura

Lusso e Capitalismo, Werner Sombart, Edizioni all’insegna del Veltro

Metafisica del Capitalismo, Werner Sombart, Edizioni di Ar

Il feticcio “lavoro” e le sue vittime, Cesare Ferri, Edizioni di Ar

Il male americano, Giorgio Locchi e Alain De Benoist, Edizioni Settimo Sigillo