Ululati a Koulibaly? Ecco perché non sono razzisti

Quanto c’entra il razzismo nella storia di Koulibaly nella recente partita di Inter-Napoli? E’ stato veramente razzismo contro un giocatore per il suo colore di pelle, ovvero c’è altro, che affonda le sue radici nello sfottò, nella presa in giro, nell’offesa calcistica che nasce e muore nei 90′? Buonisti, fatevi da parte…

Il fortissimo difensore senegalese del Napoli, ieri sera nella partita a San Siro contro l’Inter, è stato beccato dai tifosi nerazzuri con dei “buu” per tutto l’arco del match. Ma al di là dell’espulsione, che forse l’arbitro poteva evitare, visto che il nervosismo di Koulibaly era palpabile e comprensibile, è eccessivo sentir parlare di sospensione della partita (Ancellotti) o addirittura del campionato (Gravina, presidente FIGC).
L’arbitro dovrebbe sia tollerare gli sfottò sia considerare lo stato d’animo di un giocatore – peraltro corretto e leale come Koulibaly – quando si trova sotto pressione e quindi anche tollerare alcune pecche comportamentali.

La scusa del razzismo comunque non regge: quale razzista si scatenerebbe contro Koulibaly, ignorando gli altri calciatori di colore in campo, come Asamoah e Keita? La verità è che gli ululati non sono razzisti. Sono un modo – spesso goliardico – per vessare e infastidire un calciatore avversario, trovandone il punto debole emotivo. È così da sempre, anche nei civilissimi stadi del resto d’Europa, dove i giocatori italiani vengono apostrofati come “lavapiatti” o “spaghetti-eaters” (e nessuno, giustamente, se ne è mai lamentato).

Ma allora a chi giova questa storia del razzismo? A chi vuole trasformare gli stadi in teatri, dove vigano le più severe deontologie del politicamente corretto, per distruggere anche quegli ultimi residui di “popolo” rimasti.