J. Evola | L’infatuazione maoista

di Julius Evola

Tratto da “Il Borghese”, XIX, n. 29, del 18 luglio 1968

Un fenomeno curioso, meritevole di essere esaminato, è la suggestione che ha esercitato il “maoismo” su alcuni ambienti europei, in quanto non si tratta soltanto di gruppi di dichiarata professione marxista. In Italia si possono perfino menzionare certi ambienti che rivendicano una esperienza “legionaria” e un orientamento “fascista”, pur opponendosi al Movimento Sociale in quanto lo ritengono non “rivoluzionario”, imborghesito, burocraticizzato, irretito dall’atlantismo. Anche costoro parlano di Mao come di un esempio.

Un tale fenomeno ci ha indotti a prenderci la pena di leggere il famoso libretto di Mao Tse-tung per cercare di vederci chiaro, per scoprire che cosa mai può giustificare siffatte suggestioni. Il risultato è stato negativo. Fra l’altro, non si tratta nemmeno di una specie di breviario appositamente scritto con un certa sistematicità ma di un insieme eteroclito di passi di discorsi e di scritti vari compresi in un lungo arco di tempo. Di una vera, specifica dottrina maoista non è affatto il caso di parlare. Che vi è da pensare quando fin dalla prima pagina del libercolo si leggono frasi categoriche come la seguente: “Il fondamento teorico su cui si basa tutto il nostro pensiero è il marxismo-leninismo”? Basterebbe questo per mettere da parte il nuovo vangelo dove peraltro i soliti vieti slogans della sovversione mondiale – “lotta contro l’imperialismo e i suoi servi”, “liberazione del popolo dagli sfruttatori”, ecc. – s’incontrano ad ogni piè sospinto. Così stando le cose, se fra sovietici russi e comunisti cinesi vi sono contrasti, divergenze e tensioni, bisogna pensare che si tratta di pure beghe di famiglia, di faccende interne del comunismo (a parte moventi realistici molto prosaici: i vasti territori sottopopolati della Russia asiatica che fanno gola alla Cina sovrapopolata), le quali a noi dovrebbero interessare un bel nulla, se non per quel che riguarda la speranza, che i due compari alla fine si accoppino a vicenda.

A poter esercitare una suggestione è, pertanto, un puro mito del maoismo, da cui esulano formulazioni ideologiche precise, con interpretazioni avventate e soprattutto con rilievo dato alla cosiddetta “rivoluzione culturale”. Esaminiamo le principali componenti di tale mito. Da alcuni degli ambienti “filo-cinesi” dinanzi accennati, come base della dottrina maoista viene considerato il “nazionalismo”. Ma a parte il fatto che il nazionalismo si era già affermato con l’“eresia” di Tito e sembra stia facendosi strada fra altri satelliti dell’URSS, si trascura il punto essenziale, ossia che nel maoismo si tratta, inequivocabilmente, di in nazionalismo comunista, la base è la concezione collettivistica di massa, quasi da orda, della nazione, non diversa, in fondo, da quella giacobina. Quando Mao vuol combattere il processo di concrezione di rigide strutture partitico-burocratiche per una connessione diretta col “popolo”, quando egli parla di un “esercito che fu tutt’uno col popolo” riprendendo la ben nota formula della “mobilitazione totale”, egli manifesta più o meno lo stesso spirito, o pathos, di massa della Rivoluzione Francese e della levès des enfants de la Patrie, mentre il binomio massa-capo (il “culto della personalità, combattuto nella Russia post-staliniana, è risorto, potenziato, nella persona di Mao, idolo delle masse cinesi fanatizzate) riproduce uno degli aspetti più problematici dei totalitarismi dittatoriali.

Comunismo più nazionalismo: è l’esatto opposto della concezione superiore, articolata e aristocratica della nazione. Ma se è una formula del genere ad attirare gruppi “filo-cinesi” che vorrebbero non essere marxisti, non si vede perché essi non si rifacciano piuttosto alla dottrina del nazionalsocialismo d’ieri, dove quel binomio era già presente nella formula: “Führer-Volksgemeinschaft” (=guida + comunità nazionale). Diciamo “alla dottrina”, perché nella pratica nel Terzo Reich fecero sempre sentire la loro forza rettificatrice elementi diversi derivanti dal prussianesimo e dalla tradizione del Secondo Reich.

Ed anche di “volontarismo”, altro elemento che definirebbe il maoismo, là se ne sarebbe trovato abbastanza. Non ci sarebbe stato bisogno di aspettare Mao per la “concezione attiva della guerra”, come “mezzo per affermare e far trionfare la propria verità”, quasi che prima dell’avvento degli obiettori di coscienza, di un pacifismo ipocrita e del crepuscolo dello spirito guerriero e dell’onore militare, la si fosse pensata diversamente, in tutte le grandi nazioni occidentali. Senonché bisogna veder le cose più da vicino ed ascoltare quel che dice il grande Mao, testualmente: “Noi lottiamo contro le guerre ingiuste che frappongono ostacoli al progresso, ma noi non siamo contro le guerre giuste, cioè contro le guerre progressiste”. Non occorre dire che cosa voglia dire “progresso”, in questo contesto: il facilitare l’avvento, in ogni paese, di marxismo e comunismo. Peraltro, non si vede che cosa impedisca che anche noi si faccia tesoro della “concezione attiva della guerra”, per la nostra “guerra giusta”, che è quella ad oltranza contro la sovversione mondiale, lasciando pure che gli altri si sfoghino nel denunciare l’“imperialismo”, nell’esaltare l’“eroico Viet-cong”, il generoso castrismo e via dicendo, tutte stupidaggini buone solo per cervelli che hanno subito un “lavaggio” che li ha privati di ogni capacità di discernimento.

Ecco altri elementi del mito maoista. Il maoismo confiderebbe l’uomo come l’artefice della storia, si schiererebbe contro la tecnocrazia nella quale convergono sia l’URSS sia l’America. La “rivoluzione culturale” sarebbe positivamente nichilista, mirerebbe ad un rinnovamento che parte dal punto zero. Tutte queste non sono che parole. Anzitutto, non è all’uomo che Mao propriamente si rivolge, bensì al “popolo”: “il popolo, il popolo soltanto è la forza motrice, il creatore della storia universale”. Il disprezzo per la persona, per il singolo, nel maoismo non è meno violento che nella prima ideologia bolscevica. Si sa che nella Cina rossa la sfera privata, l’educazione familiare, ogni forma di vita a sé, gli affetti e lo stesso sesso (se non è ridotto alla minima espressione e alle sue forme più primitive) sono ostracizzati. L’integrazione (cioè la disintegrazione) del singolo nel “collettivo” fanatizzato è la parola d’ordine. La stessa rivoluzione culturale è, propriamente, una rivoluzione anticulturale. La cultura nel senso occidentale e tradizionale (ma anche tradizionale cinese: si ricordi l’ideale confuciano dello jen, che si potrebbe ben tradurre con humanitas, e del kiun-tseun, o “uomo integrale”, opposto siao-jen, o “uomo volgare”), cioè come una formazione di sé che non sia in funzione collettiva, viene avversata.

Mao ha dichiarato che come punto di appoggio ha preso l’indigenza, la povertà delle grandi masse, che è, egli dice, un fattore positivo “perché la povertà genera il desiderio del cambiamento, il desiderio d’azione, il desiderio di rivoluzione”; si ha come “un foglio di carta bianca” dove è possibile scrivere tutto. Anche ciò è banale, e nessuno vorrà scambiare una tale situazione con un “punto zero” il senso spirituale, positivo. Può far colpo, sull’ingenuo, quel che è proprio alla fase iniziale, attivistica, euforica che il maoismo come movimento rivoluzionario. Ma una simile fase non costituisce una soluzione positiva, non può essere eternizzata. L’interessante non è il punto di partenza, ma il fine, la direzione, il terminus ad quem. Ora, sono innumerevoli quanto precise le dichiarazioni di Mao, il quale nella “costruzione del socialismo” indica un tale fine. Così lungi dal poter scorgere una risoluzione rigeneratrice, avente in vista soltanto l’ “uomo”, e partente dal punto zero anticulturale, troviamo un movimento su cui fin da principio grava una presente ipoteca, appunto quella del marxismo. Nessun giuoco di bussolotti può cambiare questo stato di fatto, e resta poi a Mao di dirci come egli concili l’idea che l’uomo (lo abbiamo visto: l’ “uomo-popolo”) sia il soggetto attivo della storia, determinante la stessa economia, con il dogma basilare del marxismo, il materialismo storico, che è esattamente l’opposto.

Chi si sente attratto da una rivoluzione che parta davvero dal punto zero, da un nichilismo rispetto a tutti i valori della società e della cultura borghese, dimostra di essere proprio uno sprovveduto se non conosce altri a cui ispirarsi, fuor dal grande Mao. Quando più validi punti di riferimento potrebbero offrirgli, ad esempio, le idee sul “realismo eroico”, formulate fuori da ogni strumentalizzazione e derivazione marxista, da Ernst Jünger già nel periodo successivo alla Grande Guerra! (1).

Quanto all’altro elemento del mito dei “filo-cinesi”, alla posizione antitecnocratica che, partendo più o meno dalle note analisi di Marcuse sulle forme delle società industriali più progredite, vorrebbe valorizzare, si tratta di una illusione. Forse che Mao non tende ad industrializzare il suo Paese fino ad assicurarsi la bomba atomica e ad immagazzinare tutti i mezzi necessari per la sua “guerra giusta” nel mondo, mettendosi dunque sulla stessa via per cui la Russia comunista si è trovata finalmente costretta a creare strutture tecnologiche e tecnocratiche analoghe a quelle delle società industriali borghesi progredite? A parte una fanatizzazione, che non potrà essere mantenuta come uno stato permanente, vorremmo proprio sapere se Mao, qualora potesse assicurare alla massa dei suoi seguaci e del suo popolo, rivoluzionaria perché, come egli ha detto, è miserabile, le condizioni di vita proprie ad una “civiltà del benessere”, vedrebbe rivolgerglisi contro tutta la Cina, sdegnosa della “putrida felicità delle società imperialiste”. E se, ipoteticamente, una specie di ascetismo potesse venire suscitato in tutta una nazione da valori del livello di quelli propri al marxismo, l’unica conclusione da trarsi è che ci si troverebbe di fronde ad un grado quasi inimmaginabile ma pericolosissimo di regressione e di imbastardimento di una certa porzione dell’umanità.

La completa incapacità di concepire veri valori di contro a quelli della “civiltà del benessere e della “società dei consumi” è, del resto, la caratteristica di tutti i cosidetti movimenti di “protesta” dei nostri giorni. Con osservazioni del genere, sarebbe agevole continuare. Ma già le considerazioni svolte fin qui indicano che l’infatuazione filo-cinese si basa su miti che per chi sa pensare sino in fondo e per chi si rifà proprio al libretto-vangelo di Mao appaiono privi di fondamento (2). Coloro che, pur ritenendo di non essere marxisti e comunisti, sono infatuati dal maoismo, dimostrano invero tutt’altro che una maturità intellettuale, la natura della loro “contestazione totale” e delle loro ostentate vocazioni rivoluzionarie è più che sospetta, se essi non sanno trovare che simili punti di riferimento.

Note

(1) Evola fa riferimento ovviamente alle tesi enucleate da Ernst Jünger nella sua prima fase, soprattutto ne Nelle tempeste d’Acciaio e nell’ “Arbeiter”, L’Operaio. Per una completa antologia degli scritti evoliani su Jünger, curata da RigenerAzione Evola ed edita da Passaggio al Bosco, rimandiamo all’opera Ernst Jünger – il combattente, l’operaio, l’anarca (N.d.R.)

(2) Come suggerito da Gianfranco De Turris nel riprendere e commentare l’articolo evoliano in calce a “Gli Uomini e le rovine”, per toccare con mano cosa fu il maoismo e fino a che punto di degradazione giunse la “rivoluzione culturale”, si suggerisce la lettura dell’opera di Alberto Pasolini Zanelli, “Il genocidio dimenticato”, Ideazione Editrice, Roma, 1996. Per un’analisi che parte da un’esperienza personale, si veda altresì Lulu Wang, “Il teatro delle ninfe”, Il Saggiatore, Milano, 1998. (N.d.R.)