Il Primo Re – Recensione

Il Primo Re è un bel film.

Partiamo da qui.

Anche perché è inutile ripetere quello che già è stato detto e fabbricare un giudizio al netto delle critiche: non vogliamo, infatti, far nostro il punto di vista degli accademici, dei critici o dei giornalisti.

Il nostro è il punto di vista di militanti che aspirano alla Tradizione.

Infatti, molti hanno potuto notare la non fedelissima rappresentazione di alcuni elementi storici o culturali, desumibili anche sulla base degli studi e dei ritrovamenti archeologici; sicuramente entusiasma un po’ tutti l’utilizzo del, seppur ricostruito, proto-latino ed anche un bambino si può accorgere della quasi totale non aderenza della trama del film con il racconto del mito, per lo meno dal punto di vista letterale.

Ma tutto ciò è stato già detto e, a nostro avviso, non è la base su cui valutare l’opera.

Al contrario, il film è bello innanzitutto perché, nel 2019, in tutta Italia, di fronte a migliaia di spettatori, ha posto a confronto due tipi umani: l’uomo della Tradizione, Romolo, che ha la meglio sull’uomo moderno, Remo; mettendo i puntini sulle i.

Da tale prospettiva, si che il film è fedele al mito, sul piano più importante: quello simbolico.

Perché nel mito, dunque nel film, non vince, come nei film americani, intrisi di stucchevole democrazia, il più ambizioso, il più buono, il più democratico o il più, addirittura, “sfigatello”; o semplicemente il più forte.

Vince chi si sottomette alla Tradizione: al Dio, agli dèi.

Vince chi traccia il solco, la linea di confine tra il mondo della Tradizione ed il mondo moderno.

Soccombe, inesorabilmente, chi oltrepassa tale solco, in nome di se stesso: colui che nega l’universalità e l’oggettività della Tradizione per la propria ambizione, per la propria equazione personale. Per il proprio Ego.

Questo è, a tutti gli effetti, il vero passaggio del solco tracciato da Romolo, da parte di Remo.

Tale atto di hybris, nel film, è stato reso al meglio, mostrando – senza voler svelare nulla a chi ancora non ha potuto vederlo – Remo che si pone al di fuori dell’Ordine sacro avanzando le proprie pretese in maniera violenta ed oltraggiando la Divinità. Per questo, il gesto del passaggio del solco, che è di primaria importanza nel mito, nel film appare invece, come tale, quasi in secondo piano, come un fisiologico punto d’arrivo.

Forse è anche meglio così.

Infatti, tale atto, nella sua dimensione simbolica, non è significativo in se stesso, bensì in quanto rappresenta uno stile di vita ben preciso. È l’andare al di là del limite (non a caso, per i Romani, riconoscere il senso del limite era espressione di pietas, tanto da consacrare i limiti ed i confini allo stesso Giove – Iuppiter, nella sua qualità di Terminus) posti dal Sacro; è una scelta di campo, che, in questo modo, il regista ha drammatizzato ed oggettivato, rendendolo evidente anche agli occhi di uno spettatore meno attento

Però, lo ripetiamo, nel mondo della Tradizione, non vince chi è più forte, ma chi si sottomette al Volere divino; di fronte al quale Remo, guerriero anche più valoroso di Romolo, perisce per la sua stessa tracotanza.

Inoltre, sono apprezzabili anche ulteriori elementi del film.

Innanzitutto, la rappresentazione della violenza. Una violenza genuina, vera, non gratuita ed esausta, non efferata ma cruda; diversa da quella a cui siamo stati ormai abituati da serie come Gomorra. È la violenza ancestrale, che fa parte dell’uomo, che è sopravvivenza, ma anche servizio e sottomissione ad un’Idea, alla Tradizione.

Ancora, sono molto suggestive le ambientazioni: sembra che i nostri polmoni vengano pervasi dagli aromi dei boschi del Lazio, di cui si sente addosso tutta la selvaggia umidità, pur dalla poltrona del cinema.

Ma, soprattutto, il film rappresenta un’umanità vera, con tutto il sentire e le qualità che la muovono, nella sua natura più profonda: il senso del Sacro o l’individualismo, la paura od il coraggio, la compassione o l’efferatezza, la semplicità o la superbia, la pietà o la vendetta, la lucidità o la rabbia; o ancora la forza, l’istinto di sopravvivenza, l’affetto, l’Amore (con la A maiuscola)… Elementi forse “troppo umani”? Meglio! In un cinema, anzi in un mondo, fatto, da una parte, di eroi americani di cartapesta – di cui la più celebre rappresentazione della “romanità” l’ha data la pagliacciata de “Il Gladiatore” – e, dall’altra, da schemi e psicodrammi borghesi, intrisi di moralismo e psicoanalisi.

Pertanto, è molto apprezzabile anche la totale mancanza di un qualsiasi elemento “amoroso” e di un sottoboschi sentimentali. Sono del tutto assenti quei “rosei” elementi che addolciscono gli intrecci per il pubblico borghese: tutto rimane crudo ed aspro, guerresco.

Tale film rappresenta la vera natura dell’umanità, con tutti i suoi conflitti interiori ed esteriori, presenti in ognuno di noi, e porta lo spettatore a vivere in prima persona ogni scena, quasi ad immedesimarsi in ognuna di esse; vivendo quella catarsi già propria al teatro greco, con cui lo spettatore, incoscientemente, scendeva dentro di sé.

Un ulteriore elemento degno di nota è la rappresentazione dell’imperscrutabilità della Volontà divina.

Fuggendo da una visione moralistica di un Dio buono, viene ritratto un Dio che, al di là del bene e del male, chiama ogni uomo al compimento di un Disegno provvidenziale; che va oltre l’umana volontà, alla quale appare incomprensibile.

L’idea è quella di un Dio impersonale, di cui l’immagine è il Fuoco, di cui compiere la Volontà – perché la volontà del Dio, anche se incomprensibile, è sempre da assecondare – come fu proprio ad ogni vero sistema tradizionale, quindi a quello delle genti arie che fondarono Roma.

Il Primo Re, allora, nonostante quelle note imprecisioni che, sicuramente, fanno storcere il naso agli accademici e a chi coltiva la pretesa, sbagliata, di assistere ad una fedele trasposizione cinematografica del mito, è un film di cui consigliamo la visione. Con nettezza, infatti, traccia il solco tra l’uomo della Tradizione, che fonda Roma nel proprio cuore e nel mondo, e l’uomo moderno, che di fronte a Roma soccombe.

In sintesi: un ottimo punto di partenza.