Elogio dei ‘vecchi sul cantiere’

(a cura della redazione di AzioneTradizionale.com)

E’ comune l’ironia – sempre buona – sui ‘vecchi’ (come si chiamano comunemente gli anziani) che guardano i cantieri: canuti, con le scoppole e le mani dietro la schiena, ore e ore a osservare scavi e costruzioni. In coppia, da soli, a volte si danno il cambio per assistere e seguire lo sviluppo del cantiere sotto casa. Che sia un nuovo edificio, l’apposizione di tubature o il semplice rifacimento dell’asfalto, non importa: sono sempre lì.
E la domanda che i giovani di oggi si pongono, dopo qualche ghigno di sarcasmo, è sempre la stessa: ma cosa ci troveranno mai di così interessante questi ‘vecchi’ in un cantiere polveroso e rumoroso? Cosa li attrae a tal punto?
La risposta, a ben vedere, è proprio nel loro essere ‘vecchi’, anziani, ossia nella loro età, nelle loro teste bianche.
Infatti, abbiamo a che fare con uomini cresciuti in ben altri tempi, con altri costumi rispetto ai nostri: princìpi, valori, società e tenore di vita. Si tratta, infatti, nel caso di questi anziani, di uomini cresciuti col ‘sapere fare’, non con il solo sterile – e illusorio – ‘sapere’ dei giovani d’oggi. Sono uomini cresciuti a undici, dodici anni e mandati, dopo la scuola, in bottega a faticare, ore e ore a guardare il ‘mastro’ che creava e costruiva. Per imparare e poi saper fare lo stesso e ancora tramandare. Questi sono uomini cresciuti senza pappe pronte e carriere spianate, uomini cresciuti nelle ristrettezza economiche e in un mondo in cui i ‘perditempo’ venivano messi da parte: gente che ha combattuto guerre in trincea oppure è nata in quegli anni difficili, dove anche solo arrivare all’adolescenza era una prova vera, non per tutti.
Gente che ha dovuto costruire – sia letteralmente sia metaforicamente – il proprio presente. Gente che se un oggetto si rompeva, andava riparato per forza, una-due-tre-mille volte. Guardandoli, ci si dovrebbe ricordare che abbiamo a che fare con uomini che a quei tempi non potevano rivendicare una giovane età, ma che imparavano dal padre, dal nonno, dallo zio, dall’esempio più anziano, per crescere su quell’orma e in quel solco.
Così, arrivavano la mattina in cantiere all’alba, con qualcosa da costruire, e ne uscivano con un muro ben eretto, un armadio pronto, il cemento posato a regola d’arte. Arte, proprio quell’arte che non è vana ricerca di personalismi originali, bensì pratica seria e impersonale di una conoscenza applicata. Mani sporche, vesti impolverate, fatica nel corpo, poco dormire e poco mangiare. Una vita difficile, perché brutti avvenimenti e difficoltà c’erano allora, come ci sono oggi: ma la risposta era differente. Fatta di maniche rimboccate, martellate più forti delle difficoltà e schiene difficili da buttare giù. La felicità nelle piccole cose, l’unica vera.
Ed è per questo che tanti deridono – comunque bonariamente – i ‘vecchi’ sui cantieri: perché i giovani d’oggi sono di altra pasta, di altra razza. Non sanno perché l’auto si accende se girano la chiave nel quadro, non sanno cosa ci sia sotto la scocca dei loro telefoni cellulari, né il materiale di cui sono composti i loro costosi vestiti. Se una cosa si rompe, si butta e si ri-ordina su Amazon. Se serve cibo, si chiama il runner che lo porta. Non si sa cosa sia la riparazione e forse nemmeno piace tanto: perché una cosa riparata è meno attraente di una cosa nuova.
Allora, ecco perché i vecchi guardano i cantieri. Perché probabilmente da giovani hanno costruito proprio quei palazzi in cui oggi abitiamo, hanno imparato e trasmesso la tecnica dei lavori e conoscono le proprietà di materiali e i tempi di realizzazione di un progetto. Perché loro ‘sanno come si fa’. E i giovani oggi ne ridono come scemi, perché non capiscono, perché al massimo ‘ritengono [erroneamente] di sapere’.