Marco Aurelio | La legge Eterna di Roma

Marco Aurelio

di Luigi Valli (anno 1914)

Veniva al galoppo, attraverso la landa, il tribuno coperto di polvere.

Innanzi al Pretorio trattenne il cavallo spumante, gridò con il braccio levato:

“Salute, o Cesare! Abbiamo seguito il tuo comando: abbiamo passato il Danubio sul ponte di barche ed abbiamo sorpreso a mezzo la notte il campo dei Sarmati.

O Cesare, quanti ne abbiamo scannati nel sonno! Divampano ancora le fiamme dell’accampamento. E dieci migliaia son prese, o Cesare, dieci migliaia di fulvi leoni dall’ispide chioma che scortino il bianco il tuo carro pel sacro Declivio di Roma!”

E il cuore balzò all’improvviso nel petto dell’Imperatore. E per un istante non vide la steppa selvaggia, non vide l’azzurro Danubio, la nebbia del grigio orizzonte, non vide il corteo del trionfo salire fra i candidi templi; gli apparve l’immenso ondeggiare di rami di palma, di mani levate, senti l’infinita tempesta, di canti, di grida senti quel clamore di gloria diffondersi in tutta la terra, suonare nei tempi lontani…

Poi venne la notte purissima e calma. Nel campo quadrato errava ogni tanto un richiamo di scolte, null’altro: ed i piccoli fuochi dell’uomo languivano sotto le stelle immortali.

Dintorno al Pretorio non era un respiro, una voce. Giù verso la valle, i soldati della “fulminata legione” dormivano: e ognuno stringeva in segreto sul petto una croce. Ma Cesare ancora vegliava. Pensava. Con lui nella tenda non c’era se non la Vittoria con l’ali dischiuse la dea rifulgente nell’oro e anch’essa, la statua solenne, vegliava. Cesare alzò lentamente la fronte pensosa, fissò per un poco la lampada pendula, aperse lo scrigno, ne tolse lo stilo, la piccola tavola e scrisse:

“il ragno si gonfia di orgoglio se ha preso una mosca, e un altro si gonfia d’orgoglio se ha preso un leprotto, e un altro si gonfia d’orgoglio se ha preso un cinghiale od un orso: ed un altro si gonfia d’orgoglio se ha preso dei Sarmati. Pensa. Non sono costoro assassini. Dinanzi alle leggi supreme ?”

E stette di nuovo sospeso fissando la lampada muta. Allora nel grande Silenzio parlò la Vittoria divina:

“O Cesare, o uomo in cui trepida il piccolo cuore degli uomini, non misurerai con i palpiti umani le leggi supreme!

La legge suprema non volle la vita perché si dilaghi perché s’impaludi nelle innumerevoli forme infinite, ma volle la vita che ascenda, divina e tremenda, cercando le forme più pure.

O Cesare, o pallido eroe, che guidi le schiere di eroi, per quella divina ascensione cui t’ha consacrato la sorte, di, quante volte, sereno offristi il tuo petto alla morte?

Che è santo il morire per essa, o pallido eroe, tu lo senti, tu senti che è fulgida gloria, tu senti che è limpido vanto, e come non sai che per essa, ancora l’uccidere è santo?

O Cesare, ombra di sogno, che regni sopra ombre di sogno, voi tutte non siete che forme caduche, che tenui parvenze fugaci, pervase dall’intima Forza che sola è vivente e immortale. E’ dessa che uccide e che vince, che eterna rinnova e innalza i destini. Nel grande suo corso fatale, o Cesare, è nulla la gloria del forte; ma è nulla la morte dei vinti.

O Cesare, o breve mistero, che tenti il mistero infinito: per l’opera umana si piccola e lieve, non chiedere il raggio dell’ultimo vero! Nell’insuperabile cerchio segnato al tuo sguardo che trema, io, la feconda Vittoria, io sono legge suprema!…”

E già per la tenda socchiusa passava il primissimo albore e un fremito sempre più vivo scuoteva le piume alla Dea… Cesare usci sulla soglia levando nel cielo la fronte pensosa: guardò la purissima aurora: balzò sopra il grande cavallo e corse ad uccidere ancora.

Fonte: Contributi per il Fronte della Tradizione – Heliodromos – NUMERO Aprile 2012