21 Aprile – Essere Roma, Essere Exempla • Il Dispaccio

Lontani da ogni buffa rappresentazione in costume, così come dalle messinscene neo-pagane, per il 21 aprile, Natale di Roma, ancora una volta, l’augurio è, come sempre, di rifondare Roma, nei nostri cuori, di ricollegarsi intimamente a Roma ed alla sua tradizione.

Ogni 21 aprile rinnoviamo il giuramento di fedeltà a Roma, alla sua Eternità, a Roma Orma Amor: Roma che è Pietas – rispetto per gli Dèi e per gli antenati, Fides – Fedeltà alla parola data, alla Visione del mondo tradizionale, a se stessi, alla Tradizione, nonostante tutto. Che è Amor – servizio e sacrificio, Gravitas – attitudine dominata e distaccata, Fortitudo – capacità di agire e sopportare in maniera risoluta le prove della vita.

Vivificando tali Princìpi nelle generazioni, Roma ha dominato la storia; interiorizzandoli e trasmettendoli col loro esempio, i cives romani hanno dominato lo spazio, conquistando il mondo, avendo già conquistato loro stessi. Tali Princìpi sono stati conservati tramite gli Exempla, modelli, storici e metastorici, con cui Roma intessé il proprio patrimonio mitico; la cui universalità, ancora oggi, fa vibrare le corde dei cuori di chi si pone al servizio della Tradizione.

Proprio in occasione di questa data-pilastro dell’anno, la casa editrice Cinabro Edizioni ha pubblicato EXEMPLA – L’ideale eroico nell’epica greca e romana del Prof. Mario Polia, antologia di testimonianze tratte dalle fonti antiche, tra le quali primeggiano Omero e Virgilio, dedicata alla Grecia e a Roma, per la riscoperta dell’eredità spirituale europea. E allora sorge spontanea una domanda: “Ma questi exempla sono esistiti veramente?”. Chiediamo a Mario Polia, che risponde: «Non è questo che importa: per la tradizione romana, tali personaggi rappresentano i prototipi cui fa riferimento il ciuis romanus, uomo o donna, giovane o vecchio, nobile o plebeo. La ‘verità’ di tali personaggi non è storica ma culturale: è vera per quanto riguarda il dominio della religione, dell’etica, del diritto. Ed è ciò che a Roma interessava e a noi interessa. […] Roma recepisce il mito, lo storifica e lo riferisce alla propria storia. Dietro a personaggi quali Orazio Coclite ‘il guercio’ e Muzio Scevola ‘il monco’, ad esempio, s’intravede agevolmente la trama di un mito indoeuropeo […] ma a Roma i nemici non sono le orde dei giganti che premono ai confini della Terra di Mezzo, né il lupo infernale Fenrir che tronca la mano di Týr, divino garante del diritto. Il mito romano fa riferimento a entità concrete, a nemici storicamente esistiti contro i quali Roma ha dovuto lottare per affermare la propria identità: gli Etruschi. In questo contesto storico, Roma celebra, e talvolta ‘inventa’ (ma l’invenzione equivale a una celebrazione) le figure di Orazio Coclite e Muzio Scevola. E le addita ad esempio»[1]

Allora, ‘rubando’ preziosi estratti dal libro – consigliatissimo, un vero pezzo unico – vediamo alcuni Exempla.

Tito Manlio Torquato – La disciplina romana, prima di ogni sentimento
Tito Manlio Torquato, console romano, si vide costretto a far giustiziare il proprio figlio, a causa della sua insubordinazione, nonostante questi avesse conquistato un’importante vittoria all’esercito romano. Tito Livio ci tramanda le parole del colloquio tra padre e figlio, intercorso subito dopo il duello che vide quest’ultimo trionfare sul nemico di Roma: «‘Padre, perché tutti mi ritengano figlio tuo, ti porto queste spoglie equestri strappate al corpo d’un nemico che mi aveva sfidato a duello’. Non appena il console ebbe udito queste parole, distolse d’un tratto lo sguardo dal figlio e ordinò al trombettiere di suonare l’adunata. Quando gli uomini si furono raccolti disse: ‘Poiché tu, Tito Manlio, senza portar rispetto né all’autorità consolare né alla patria potestà, contro i nostri ordini hai abbandonato il tuo posto per affrontare il nemico e con la tua personale iniziativa hai violato la disciplina militare grazie alla quale la potenza di Roma è rimasta tale fino ad oggi, ci hai costretto a scegliere se dimenticare lo Stato o dimenticare noi stessi; se dovremo noi essere puniti per la nostra colpa, o piuttosto dovrà essere costretto, per le nostre colpe, a pagare un prezzo molto alto lo Stato. Siamo costretti a stabilire un precedente doloroso che sarà però d’aiuto ai giovani di domani. Quanto a me, sono toccato non solo dall’affetto naturale d’un padre verso i figli, ma anche dalla prova di valore che ti ha fuorviato con una falsa parvenza di gloria. Visto, però, che l’autorità consolare deve essere consolidata dalla tua morte, oppure del tutto abrogata se resterai impunito, e siccome penso che nemmeno tu, se in te vi è una goccia del mio sangue, saresti capace di rifiutare la disciplina militare messa in crisi per colpa tua, va’, littore, legalo al palo (i, lictor, deliga ad palum)’.         
La brutalità di quella punizione, tuttavia, rese i soldati più obbedienti e non solo i servizi di guardia, i turni di sentinella e di picchetto vennero effettuati ovunque con maggiore attenzione, ma quell’eccesso di severità fu d’aiuto anche nella parte finale della lotta, quando si arrivò allo scontro in campo aperto
». (8, 7-8)
L’ideale romano è tutto nel giudizio del padre, che ha definito la vittoria del figlio come una «falsa parvenza di gloria»: non esiste gloria, se questa vuol dire nutrire la propria vanità a discapito della Comunità e della Tradizione; intraprendendo iniziative che pongano la scelta tra «dimenticare lo Stato o dimenticare noi stessi». Allora lui stesso non poteva dimenticare la Res Publica per salvare se stesso ed il proprio figlio.
Tito Manlio Torquato evoca l’esempio di chi, con impersonalità, traccia una linea tra ciò che è lecito secondo il diritto di Roma (quindi degli Dèi) e ciò che è illecito. E Tale lavoro implica una ferrea disciplina di Fides, Fortitudo e Amor: quello stesso di Tito Manlio Torquato per Roma, superiore anche ai propri vincoli di sangue.

Lucrezia – la sua vita per l’Onore delle donne romane
La Tradizione romana ha una grandissima considerazione della Donna; al punto tale da affidare alle Vestali il culto da cui dipendeva la salus publica: quello di Vesta e del suo sacro fuoco. Allo stesso modo di questi grandi figure militari, a Roma numerosissime donne furono esempio, testimoni e difesa del mos maiorum.
Tra queste donne, Lucrezia, moglie del militare Lucio Tarquinio Collatino, è l’immagine esatta della donna romana: devota e ferma, integerrima nei costumi, esperta nelle arti casalinghe e orgoglio del proprio sposo. Casta e nobile al punto tale da accendere la brama di un indegno commilitone di suo marito.
Come ricorda Mario Polia, i militari romani, nell’ambito di una discussione su chi avesse la moglie più virtuosa, volendo andare a verificare tali qualità di persona «trovarono Lucrezia intenta a filare la lana tra le mura domestiche, a lume di lucerna, assieme alle sue ancelle. La domina accolse con squisita ospitalità gli inattesi visitatori. Tra di essi, però, Sesto Tarquinio “fu colto dalla brama di far violenza a Lucrezia. La sua nefasta libidine fu stimolata sia dalla bellezza della donna che dalla sua provata pudicizia”.[2] Alcuni giorni dopo, a insaputa di Collatino, Sesto Tarquinio si recò a casa di Lucrezia. Accolto degnamente, dopo cena fu alloggiato nella stanza degli ospiti. Approfittando delle tenebre, mentre tutti erano immersi nel sonno, Sesto irruppe nell’alcova di Lucrezia impugnando la spada. Ordinò alla donna di tacere pena la morte, e le dichiarò la sua passione. Sorda alle preghiere e alle minacce, Lucrezia resisteva. Vista l’inutilità dei suoi sforzi, Sesto minacciò di ucciderla lasciando accanto al suo corpo quello d’uno schiavo nudo dopo averlo sgozzato. In tal modo, la fedele sposa sarebbe stata accusata di adulterio senza la possibilità di difendere il suo onore né quello del marito. Sopraffatta in tal modo la volontà di Lucrezia, Sesto abusò di lei.»
Subito dopo l’infame gesto, Lucrezia, in preda allo sconforto per il disonore subìto da lei e dal marito, convocò lo stesso marito con una missiva. Questi giunse con suoi commilitoni e la donna li accolse così: «Quale salvezza rimane a una donna una volta perduto l’onore? Nel tuo letto, Collatino, vi sono le tracce di un altro uomo. Solo il corpo, però, e stato violato, l’animo e innocente: ne sarà prova la morte. Da parte vostra, datemi la mano e la parola che l’adultero non rimarrà impunito. Costui è Sesto Tarquinio il quale, la notte scorsa, da ospite si e mutato in nemico. Con la violenza e le armi, qui, ha colto un piacere letale per me e che lo sarà anche per lui, se voialtri siete uomini (…) A voi il compito di giudicare quale pena a costui sia dovuta. Quanto a me, anche se mi ritengo assolta dalla colpa, non intendo sottrarmi alla pena. Nessuna donna, in futuro, vivrà disonorata se seguirà l’esempio di Lucrezia[3]». Così dicendo, con un pugnale, si tolse la vita.
Il gesto di Lucrezia, per nulla confondibile – a scanso di equivoci – con un invito al suicidio, rappresenta la corretta risposta alla chiamata di Roma, per le proprie dominae, di accettare, con l’onore della responsabilità che derivava dall’esser romane, ciò che gli Dèi volevano per loro. L’uccider se stessi significa simbolicamente sopprimere la propria volontà per onorare una legge, compiendo in maniera lucida anche quel che più costa, con la sola volontà di lasciare un esempio di virtù a chi sarebbe venuto dopo («Nessuna donna, in futuro, vivrà disonorata se seguirà l’esempio di Lucrezia»).
Solamente tramite tale accettazione libera e consapevole dei rispettivi ruoli e responsabilità, Roma evidenzia i caratteri essenziali di un rapporto coniugale corretto ed equilibrato, in cui la libertà è la controparte del dovere: entrambi, Lucrezia ed il marito, sono stati pronti a dare la vita per Roma, ad esempio imperituro per i posteri. Lei nella custodia della propria casa, lui nella difesa al fronte.

Attilio Regolo – il nemico si sconfigge con l’Onore
Attilio Regolo testimonia il comportamento dell’uomo romano di fronte alla parola data, nonostante le conseguenze. Egli fu console romano nel 267 a.C., al tempo della seconda guerra punica, durante la quale fu fatto prigioniero dai Cartaginesi. Come racconta Mario Polia, questi «lo inviarono a Roma perché inducesse il Senato ad accettare la pace, o, in alternativa, per negoziare lo scambio dei prigionieri che Roma avrebbe dovuto riscattare a peso d’oro. Prima di partire per l’ambasciata, Regolo fu costretto a giurare che, qualunque fosse stato l’esito della sua ambasciata, sarebbe tornato a Cartagine. Giunto al Senato, perorò la continuazione della guerra e si adoprò perché lo scambio di prigionieri non venisse effettuato. Per onorare la parola data, posta sotto la tutela di Iuppiter Fidius, tornò a Cartagine dove venne ucciso. Secondo la tradizione cui attinse Appiano (II sec. d. C.) fu rinchiuso in una botte irta di chiodi fatta rotolare giù per un ripido pendio».[4]
Per quanto tale condotta possa sembrare assurda ad un qualsiasi contemporaneo, per il Romano (dunque, per l’uomo della Tradizione) questa doveva apparire del tutto naturale. La parola data, infatti, è il metro di misura della propria dignità e mantenerla è un atto di fedeltà a se stessi e alla Divinità, concepita a Roma nelle forme di Iuppiter Fidius, Fides e, più tardi, di Mithra. Inoltre, per essere fedeli nelle grandi cose è necessario esserlo in quelle piccole.

Ogni giorno noi prendiamo degli impegni, se non altro con noi stessi, e verificarne il rispetto è un importantissimo esercizio: non essere fedeli e leali quando non si è visti da nessuno, infatti, è un enorme segno di meschinità; il contrario è un nobilitante esercizio di virtù. Ciò che accomuna ciascuno di questi Exempla è senz’altro l’impersonale servizio reso a Roma con il loro agire: per onorare le leggi della Città (Tito Manlio Torquato), la legge dell’Onore (Lucrezia) o la parola data (Attilio Regolo). In ogni caso, per restituire una dimensione sacra alla propria esistenza. Perché ogni atto di fedeltà è un atto di fedeltà al proprio più alto essere, alla Divinità.

«Vince Dio chi perde l’io»: tale è il senso autentico di Roma insegnatoci da Guido De Giorgio, uno degli ultimi massimi esponenti della Tradizione.

E per perdere l’io è necessaria un’enorme disciplina: dominio sugli aspetti più oscuri di sé, sacrificio del proprio ‘Remo,’ a partire dal quale il proprio ‘Romolo’ potrà fondare Roma.

VT BONVM IVSTVM FAVSTVMVQVE SIT.

[1] Mario Polia, Exempla, Cinabro Edizioni, 2019, pp. 189 – 190

[2] Mario Polia, Exempla, ibidem, p. 195

[3]  Tito Livio, Ab Urbe condita.

[4] Mario Polia, Exempla, ibidem, p. 215

 

Consigli di lettura

Mario Polia, Exempla, Cinabro Edizioni

Pietro De Francisci, Civiltà Romana, Novantico

Guido De Giorgio, La Tradizione Romana, Archè

Guido De Giorgio, Prospettive della Tradizione, Il Cinabro

Guido De Giorgio, Tradizione e realizzazione spirituale, Cinabro Edizioni

Andrea Giardina (a cura di), L’uomo romano, Laterza

Del Ponte, La religione dei Romani, Arya

Marco Aurelio, Pensieri, Mondadori

Julius Evola, Carattere, Il Cinabro

Julius Evola, Etica Aria, Arya

Antonio Medrano, Documenti per il Fronte della Tradizione, Fascicolo n. 33 – Elementi della cultura tradizionale, Raido

Plutarco, Le Virtù di Sparta, Adelphi