Un Lupo Mannaro a Berlino

Pobeda” rimbalza tra queste strade, dove non distinguo più le carogne di cane dai cadaveri dei miei camerati.

Li guardo. E un po’ li invidio: loro, già coperti di gloria. E io qui, ancora a battezzare quello scheletro di Panzer a ennesima postazione di tiro.

Fumo un’altra sigaretta – forse l’ultima, lo penso sempre – seduto in equilibrio tra vita e morte. Morte che mi canta un motivetto e mi è vicina.

Io vivo. Io morto. Io non conto. Conta questo pugno di eterno che ci siamo presi ghignando in faccia a una situazione spacciata.

Io maestro, io carpentiere, io impiegato, io ferroviere, io postino: io mi sono fatto amico – migliore amico, ultimo migliore amico – questo Panzerfaust, conosciuto in pochi minuti e introdottomi da un soldato Wehrmacht che non smetteva di ridere.

Ci chiamano lupi mannari, Werwolfe.

Ci sparano i russi, senza tregua, e gridano “Pobeda”. Ma io so solo questo: finché respiro, sparo. Finché respiro, tiro fendenti.

Perché senza luce, ve lo lascio pure questo mondo bastardo: io mi prendo l’eternità e la storia.

E sui nostri cuori non si piantano bandiere nemiche.