Maura lotta ad Amatrice

(a cura della Comunità Militante Furor)

In Italia, paese in cui le Istituzioni pensano a “restare umani” favorendo l’immigrazione clandestina e la sostituzione etnica, ad Amatrice qualcuno è costretto a scappare e qualcun altro invece resta e lotta contro i danni causati tre anni fa dal sisma. In particolare, l’amore per la propria terra e la voglia di riscattarsi hanno portato questa signora a riaprire il suo bar: ciò racchiude in sé il rispetto per i luoghi della propria famiglia, la voglia di non arrendersi alle difficoltà, così come l’orgoglio di dire a chi sta ai ‘piani alti’ che Amatrice c’è ed è amata – purtroppo soltanto – dalla sua gente. Ragazzi che sono cresciuti con la propria famiglia si sono ritrovati quasi costretti a cambiare città, a distaccarsi dal nucleo familiare, proprio perché le Istituzioni hanno preferito farsi la guerra a colpi di riforme, anziché occuparsi di chi ne aveva bisogno: non c’è programma politico che possa giustificare inverni passati in un container. I politici italiani, da bravissimi democratici, se ne fregano di curare la cosa pubblica, preferendo lasciare questa in balìa della natura e tra le macerie, sotto il silenzio
assordante dei media e l’indifferenza di una massa sempre meno lucida. Di fronte a tutto ciò manifestiamo la nostra grandissima ammirazione verso questa donna che cerca di condurre ancora la propria attività in una terra dimenticata dalle istituzioni, alle quali probabilmente conviene speculare sui centri d’accoglienza e sul denaro da loro prodotto.


(tratto da www.ilmessaggero.it) – Amatrice, la forza di Maura: «Ho riaperto il mio bar tra le macerie, ma andare avanti è dura»
Maura ce la sta mettendo tutta, distribuisce sorrisi, prepara caffè, tiene aperto contro tutte le avversità del mondo. La sua è una storia di resistenza e tenacia tra le macerie. Perché, a volte, scappare è più facile di restare. Ad Amatrice, rasa al suolo tre anni fa, il terromoto si è annidato nelle persone e non se ne andrà mai. «Penso ai 300 morti, alle nostre 242 vittime, gli amici che non ci sono più, una mia zia con la quale sono cresciuta», dice Maura Sabatini, 43 anni, mamma di due ragazzi di 17 a 14 anni. Lei è «romana di Roma». Nata e vissuta nella Capitale, prima a Roma Nord, poi ad Appia Pignatelli, nel 2009 dopo la separazione ha deciso di prendere i bambini e stabilirsi ad Amatrice, quel fazzoletto di Lazio profumato in mezzo ai  boschi, dove viveva già la mamma.
 
 

E con la mamma ha aperto un bar tabaccheria, l’Antica Torre, che era il punto di riferimento della cittadina. «Mi sono messa  a lavorare e sono andata ad Amatrice per poter crescere i miei figli e lasciare loro qualcosa». La scossa del 24 agosto 2016, arrivata nel bel mezzo delle feste per la sagra degli spaghetti all’Amatriciana, ha distrutto tutto, il bel negozio, la merce, i sogni. «L’ho sempre detto, se quella scossa fosse arrivata la mattina, io, mia madre e la dipendente non saremmo uscite vive, il centro storico è completamente collassato, il palazzo ci sarebbe venuto addosso».
«I primi mesi ho pensato di andarmene e ricominciare altrove, ho un compagno e i miei figli hanno cambiato città, vanno a scuola ad Ascoli Piceno, ma mi sono fatta forza e ho scelto di ricominciare proprio ad Amatrice perché quell’attività era una parte di me, non me la sentivo di buttare via tutto, ci ho riprovato nella speranza che qualcuno di potesse aiutare, sostenere». Dopo quattro mesi, sotto le scosse, Maura e mamma Aurora riaprono prima il tabacchi in un container, messo a disposizione vicino al palasport dove c’era la base dei soccoritori e gli uffici del Comune, poi anche il bar nel centro commerciale “Il Corso”, costruito per le attività produttive lesionate dal sindaco. In 50 hanno deciso di riprovarci. E altri 20 negozi sono andati in un’altra area attrezzata, poco distante. «La gente, quando abbiamo riaperto, si è sentita a casa, c’erano di nuovo le facce del mattino, per loro eravamo un punto di riferimento, ci abbiamo messo tanto entusiasmo». Ma non sono tutte rose, anzi.
«Combattiamo con problemi strutturali, riscaldamenti che non funzionano bene, porte che si aprono con un semplice cacciavite – si lamenta Maura –  il 2 ottobre del 2017, ricordo bene la data, ho riaperto con tante speranze, ma oggi sopravviviamo. Andare avanti è dura, non so fino a quando ce la farò ».
«Si fa fatica perché mancano le presenze, manca la fetta delle seconde case, sono loro il vero traino di Amatrcie, perché d’inverno, anche prima del terremoto in paese abitavano 1.500 persone – spiega Maura – ci aspettavamo il ritorno nei weekend, a primavera venivano i nonni, avevano gli orti, portavano i nipoti. Di tante famiglie originarie di qui, in pochi si sono rivisti. Non sanno dove andare, non ci sono strutture ricettive, se togliamo un albergo con 5 o 6 camere e qualche b&b». Cosa fare? «Favorire il turismo e il ritorno delle famiglie delle seconde case. Sono state fatte più Sae (soluzioni abitative d’emergenza), facciamole usare a loro, sotto la gestione del Comune, magari come b&b, molte persone vorrebbero nei fine settimana e ridarebbero respiro all’economia. Mentre ora molti usano ancora le roulotte, gli anziani non ce la fanno».